Orcolat. L’orcaccio, l’orco ma quello brutto. Il terremoto. Una fine del mondo lunga, lunghissima, 59 secondi, un’eternità.
Quel 6 maggio 1976. Erano le 21. A Gemona, ma anche a Taipana e Artegna, Nimis e Montenars, Osoppo e Sequals, Tarcento e Venzone, Buja e Trasaghis, la terra tremò, scosse, inghiottì, scrollò, devastò, cancellò, annientò, rase. E fu notte anche di giorno.
Cinquant’anni dopo, il Giro d’Italia. Era già passata, la Corsa Rosa - e il rosa era quello della speranza e della solidarietà, un abbraccio di ruote e anime -, nel 1977. I corridori, dopo la semitappa da Trieste a Gemona e prima di quella da Gemona a Conegliano, a Gemona si aggiravano smarriti, sbigottiti, increduli. Adesso (e non solo da adesso) Gemona è rinata, risorta. Ospitale, solare. Vestita a festa, fra migliaia di bandiere tricolori, fra centinaia di vetrine ciclistiche, fra manifestazioni che accompagnano il Giro. Concerti e mostre, ma anche laboratori e incontri. La vita è rotonda. Vingegaard e i colleghi la onoreranno, Milan e gli italiani la nobiliteranno, “suiveurs” e telespettatori la ammireranno.
Gemona ha riscritto la sua storia anche a pedali. Le biciclette che apparivano, nude e scheletriche, miracolosamente intatte, fra le macerie, un segno di normalità cui aggrapparsi, cui ispirarsi. Le biciclette cavalcate dai ragazzini, perché il mondo è salvato dai ragazzini, ma anche la bici aiuta a salvare il mondo. Le biciclette che abitano le vetrine, meravigliosi strumenti musicali (la musica del silenzio), formidabili messaggere di pace (la pace va in bicicletta, con nessun altro mezzo), sogni di acciaio e gioielli di carbonio, cavalli per cavalieri di avventure stradali, esploratrici geografiche e testimoni storiche. Le biciclette di carta (romanzi, saggi, tantissimi libri per bambini) nella Biblioteca comunale, le biciclette sui cartelli stradali che indicano la ciclovia dell’Alpe Adria (FVG1, che va da Salisburgo, in Austria, fino al mare di Grado) e la ciclovia Pedemontana (FVG3, che va da Sacile a Gorizia e, in Slovenia, a Nova Gorica). E la bicicletta che non c’è ma che s’immagina, si ricorda, si legge, si tramanda, quella di Ottavio Bottecchia: il suo corpo, privo di vita, nella camera ardente allestita nella chiesa di San Michele, 99 anni fa.