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FLANDERS-BALOISE, DE CLERCQ A 360 GRADI SULLA CHIUSURA DELLA SQUADRA, IL FUTURO DEI PROTEAMS E LA DIFFICILE RICERCA DEGLI SPONSOR
di Federico Guido | 31/08/2026 | 16:15

Per uno come Hans De Clercq che ha trascorso col team gli ultimi sedici anni della sua carriera da direttore sportivo la chiusura del Team Flanders-Baloise, diventato ormai una seconda famiglia, non può che risultare estremamente dolorosa.

Salito sull’ammiraglia della formazione ProTeam belga nel lontano 2011, il cinquantasettenne d.s. di Deinze è divenuto infatti un assoluto punto di riferimento, tecnico e umano, all’interno della compagine gialloblu che su di lui ha potuto contare praticamente per metà dei suoi 33 anni passati nel ciclismo che conta, una parabola questa purtroppo che, come annunciato qualche tempo fa, andrà amaramente a concludersi al termine di questa stagione.

La fine di questo viaggio quindi, quello della Flanders-Baloise nel professionismo e di De Clercq con essa, porterà con sé, in maniera inevitabile, un grosso carico di tristezza e amarezza, mitigato solo parzialmente dai bei momenti, dalle vittorie (55 dal 2011 a oggi) e dalle arricchenti esperienze vissute nell’arco di questo percorso del quale, al pari dell’ultimo infelice capitolo che si appresta ad andare in scena, abbiamo chiesto all’esperto ex professionista belga (incontrato all’Arctic Race of Norway) di raccontarci qualcosa di più.

Hans, innanzitutto qual è stata la tua reazione quando hai ricevuto la notizia della chiusura: cosa hai provato?

“L’annuncio della chiusura me lo aspettavo. Già a maggio e a giugno, infatti, avevamo compreso che la situazione era decisamente complicata tant’è che poi è arrivata la notizia definitiva. È stato molto più inaspettato quando l’anno scorso, all’inizio di luglio, Flanders-Baloise ha annunciato che avrebbe smesso di sponsorizzarci alla fine del 2026. Questo agosto quindi ero preparato ma, nonostante ciò, è stato strano lo stesso. La delusione c’è, soprattutto perché dopo diverso tempo avevamo nuovamente dei giovani davvero bravi e talentuosi che ora forse non avranno la possibilità di mettere in mostra le loro capacità. È davvero un peccato per loro”.

Che futuro dunque attende i ragazzi della squadra e te come direttore sportivo? Hai già trovato un contratto per la prossima stagione o stai ancora cercando una sistemazione?

“Al momento non ho un contratto per il prossimo anno e non sto cercando nulla in particolare. Vedremo che opportunità verranno fuori nelle prossime settimane, ma in generale non sono nervoso a riguardo. Per quanto concerne i corridori, ne abbiamo tre che hanno firmato con una nuova squadra per il 2027 e altri in fase di trattativa, quindi spero che ancora tre o quattro di loro possano trovare una nuova sistemazione. Per tutti gli altri …beh, sarà difficile”.

Con la vostra chiusura, salirà a 27 il numero delle squadre ProTeam sparite dal 2018 a oggi: secondo te, questa categoria scomparirà completamente nelle prossime stagioni?

“Faccio fatica a crederci perché questo tipo di squadre è necessario al giorno d’oggi. Già 12 o 13 anni fa però, quando  si parlava dell’intenzione dell’UCI di creare, oltre al World Tour, un Challenge Tour, incontrando diversi team della massima categoria si percepiva che alcuni dei grandi manager delle squadre più importanti volevano questo, ovvero un sistema a piramide con un circuito World Tour comprendente 18 o 20 squadre, formazioni di sviluppo per gli Under 23 e una squadra Devo per gli Under 19. Personalmente, io non credo in questo tipo di struttura. A livello juniores ci sono, infatti, molti giovani corridori davvero validi che hanno bisogno di qualche anno in più per emergere rispetto ad altri. Non tutti gli juniores di talento poi diventano ottimi professionisti, mentre sicuramente uno junior con valori nella media può diventare un ottimo professionista e noi, ad esempio, lo abbiamo dimostrato in questi ultimi 33 anni con la nostra squadra: molti junior e Under 23 di medio livello sono diventati ottimi professionisti. Ritengo dunque che ci sia ancora un futuro per squadre come questa, e più in generale per formazioni pro’ di questo livello, ma sicuramente non è per nulla semplice sopravvivere. I budget sono più ridotti, ma attualmente la parte più difficile è trovare aziende che siano ancora disposte a investire in questo tipo di squadre. A noi è capitato di parlare con compagnie che avevano interesse a entrare nel World Tour ma che, quando abbiamo chiesto un budget inferiore per la nostra squadra, si sono tirate indietro. La missione principale per il futuro perciò è questa: trovare aziende che vedano ancora nel ciclismo a budget ridotto un’opportunità vantaggiosa per loro. Questa è la sfida più ardua che abbiamo da affrontare al giorno d’oggi”.

Pensi che l’UCI e magari le federazioni nazionali potrebbero fare qualcosa in tal senso, aiutando realtà come la vostra a sopravvivere a questo livello?

“Non lo so. So che, a livello nazionale, le federazioni stanno già lavorando molto duramente per sostenere i giovani e se vogliono davvero supportare il ciclismo professionistico è proprio da lì che devono partire, dalle categorie giovanili, aiutando gli Under 17, gli Under 19 e gli Under 23 ad avere più gare, perché le corse per queste categorie stanno diminuendo più di quanto ci si aspetti. Se guardiamo alle Fiandre, oggi a volte ci sono solamente una o due gare Under 23 nel weekend, mentre quando correvo io ero ce n’erano almeno dieci o quindici. Questo quindi, come anche trovare persone che abbiano ancora a cuore il ciclismo e vogliano cercare aziende e sponsor per andare avanti, è un aspetto su cui lavorare e, forse, qualcosa su cui anche l’UCI dovrebbe intervenire, ma non è facile”.

Quanto è grave dunque la chiusura della Flanders-Baloise per il movimento belga e il mondo del ciclismo in generale?

“A livello mondiale forse ha un peso diverso, ma per il Belgio e soprattutto per la nostra regione è una perdita enorme: le conseguenze non si vedranno subito, ma sicuramente tra sette, otto, nove anni. È una perdita significativa anche per il settore su pista, perché, a ben vedere, tutti i migliori corridori su pista belgi hanno iniziato nella nostra squadra. Qui, infatti, potevano contare su un ottimo programma e lavorare per avere uno sviluppo e una crescita più solidi, ma ora questa opportunità verrà meno...Quindi sì, per la formazione dei giovani corridori, specialmente quelli fiamminghi, la scomparsa del nostro team costituisce veramente un grave danno”.

Con questi colori però tu hai vissuto tanti bei momenti: qual è stato il più bello per te?

“Domanda molto difficile. Potrei citare la vittoria di Jelle Wallays alla Parigi-Tours del 2014, ma anche la doppietta con lui e Theuns alla Dwars door Vlaanderen del 2015, il successo nella prova in linea dei campionati nazionali su strada con Preben Van Hecke, ma anche il secondo posto di Sep Vanmarcke alla Gand-Wevelgem del 2010...Ce ne sono tanti. Io poi posso parlare solamente dei 16 anni in cui sono stato direttore sportivo, ma so che anche in precedenza ovviamente, quando io ero ancora impegnato in bici, questo team ha vissuto momenti memorabili”.

Quindi non ce n’è uno in particolare.

“No. Anche, ad esempio, la vittoria di Dries Van Gestel nella prima tappa del Tour de Fjords 2017 e l’aver mantenuto la maglia di leader fino all’ultima tappa è uno di quei ricordi che rimarranno impressi per sempre nella mia mente. Non riesco a sceglierne uno su tutti”.

Si percepisce la tua delusione per ciò che state affrontando: è evidente che ti sarebbe davvero piaciuto continuare a vivere altre stagioni con questa squadra…

“Certo, ma bisogna farsene una ragione. Come ho già detto anni fa, a un certo punto tutto finisce, la vita come anche i team di ciclismo. Ogni squadra scomparirà e altre ne arriveranno al loro posto. Questa squadra dunque ora chiude, ma questo forse regalerà nuove opportunità ad altri, nel 2027 o forse nel 2028. Vedremo. Forse tra cinque anni un nuovo progetto come questo prenderà vita e noi ci ritroveremo a parlare come oggi, chissà…”.

Photo credit: Tuttobiciweb

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