“La maestra chiede allo scolaro all’ultimo banco: ‘La luce che cos’è?’. Il bambino risponde: ‘Il Giro d’Italia’. Quel bambino ero io”.
Aurelio Picca – 69 anni, da Velletri – è poeta, scrittore e giornalista, il suo primo libro era una raccolta di poesie (“Costruzioni di gesso", 1982), il suo più recente un romanzo (“Roma mia, non morirò più”, 2025). Il folgorante inizio del capitolo “Il Giro d’Italia” appartiene a “La Gloria” (Baldini+Castoldi, 192 pagine, 17 euro, del 2024).
“A due anni il nonno mi aveva regalato un triciclo rosso sangue di piccione. Forse rosso Ferrari. O rosso Alfa Romeo. Ci attraversavo le gambe degli omaccioni coi denti d’oro, senza braccia e gambe, essendo invalidi dell’ultima guerra. C’era odore di vino e uova sode; di sale e pepe…”.
La Gloria sta in un marmo michelangiolesco o nei calzari perfetti come ali ai piedi di Perseo, ma anche nel gradino più alto di un podio, sull’erba di un campo da calcio o sul tappeto di un ring dove si danza accanto alla morte. La Gloria è orgasmo, eruzione, estasi, ma anche storie e geografie esistenziali, quelle che abitano in ciascuno di noi.
“Mi sorridevano gli avventori, e immagino tifassero Bartali e Coppi. Proprio i corridori in bianco e nero su per le salite sterrate con le montagne di acciaio. Magri da uccelli pronti a schiattare per le sforzo. Invece non schiattavano mai. I corridori della bicicletta che ancora non conoscevo, che ancora non avevo mai visto neppure in tivù…”.
Picca trova la Gloria nel calcio, lui tifoso laziale, un’eredità di famiglia, quartiere, fede, ma anche nell’atletica. “Marcello Fiasconaro, il Che Guevara dei quattrocento metri. Perché il Che? Sì, per i capelli lunghi, la barba, i texani bianchi, un figo di rockstar, una virilità dolce. In realtà non lo so. Forse perché in fondo era una specie di senza partito, un rivoluzionario pure lui con la delusione per la rivoluzione”.
“Il Giro d’Italia è un viaggio nel corpo della patria. L’ho immaginato sempre capovolto. Cole ruote in su e i corpi dei ciclisti in giù. E’ un viaggio aereo stando attaccati per terra. A volte sono le strade che storcono le biciclette; a volte i campanili che le fanno piccole…”.
Picca si è innamorato della boxe, quindi dei pugili e delle palestre, dei montanti e delle guardie, delle pere e degli specchi, e c’è sempre un maestro che agli allievi “strappa i vizi”. La passione per Giulio Rinaldi, “un campionissimo della plebe”, l’adorazione per Primo Carnera, “la montagna che sommava i derelitti e miserabili che non avevano di che mangiare”, il rispetto per Nino Benvenuti, “Lui ripeteva: ‘Ho combattuto al vecchio Madison, non al nuovo’. Dicendomi così intendeva: ‘Mi sono battuto dove giacciono le lacrime della Gloria’”.
“Quando apparve Marco Pantani, si vide un ragazzetto, un animaletto con la bandana in testa. Lo chiamavano ‘il Pirata’. Pareva che pedalasse in salita senza bicicletta. Pedalava senza pedali”.
Tra Gimondi e Merckx, Picca teneva a Motta. Tra Giacomo Agostini e Renzo Pasolini, a Pasolini. Tra Muhammad Ali e George Foreman, a Foreman. Tra cavalli e tori, a tutti indistintamente. Picca ricorda, racconta e scrive in prima persona. La sua scrittura contempla il ko, come quel folgorante inizio di “Il Giro d’Italia”. E il ko, è lui a spiegarlo, “è il colpo dei colpi”. Tant’è vero che: “A me non hanno mai regalato una bicicletta. L’avranno fatto per lasciarmi il sogno intatto. E l’amore per il corpo e le viscere dell’Italia”.