Sette arrivi in salita, quattro tappe di media montagna, oltre 58mila metri di dislivello: è la Vuelta più dura di sempre, almeno a sentire chi l’ha disegnata. Si comincia ancora fuori dai confini, nel Principato di Monaco, con una breve crono, inedita la conclusione a Granada con uno spettacolare circuito finale che prevede quattro scalate all’Alhambra. In un percorso interamente disegnato in Andalusia nella seconda metà, non manca lo spazio per uomini veloci ed attaccanti, nè per i cronomen (due chance: i 9 chilometri del primo giorno, i 32 del terzultimo), a scegliere il vincitore sarà indiscutibilmente la montagna. Con un paio di novità: un tratto di sterrato nel finale della sesta tappa e l’arrivo al terribile Collado del Alguacil nella penultima, con pendenze fino al venti per cento. Assenti l’ultimo vincitore Vingegaard e altri due big da corse a tappe come Evenepoel e Seixas, al via ci saranno grandi specialisti da classiche come Van Aert e Pedersen e bimbi emergenti come Vidar e Nordhagen. Fuori dall’albo d’oro da oltre un decennio (di Aru, nel 2015, l’ultimo centro), l’Italia affida a una dozzina di uomini il compito di tener alto l’onore nelle tappe. Ecco le dieci facce (una più altre nove) candidate al successo finale.
Tadej Pogacar. Vince perché ogni volta che si presenta si prende tutto, perché non si intravede fra i rivali chi possa impensierirlo, perché l’occasione di entrare nel club di chi ha vinto tutti i grandi giri è il suo obiettivo. Non vince perché ogni tanto la cattiva sorte guarda anche i più bravi.
Primoz Roglic. Vince perché c’è già riuscito quattro volte, perché è il più fresco di tutti, perché anche dice di puntare soltanto alle tappe perché ha avuto mille guai è pur sempre uno da tener d’occhio. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Richard Carapaz. Vince perché è uscito in condizioni smaglianti dal Tour, perché è nato per percorsi come questo, perché puntando soltanto alle tappe alla fine in classifica ci finisci sempre. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Joao Almeida. Vince perché fra malanni e infortuni si è spremuto poco, perché è un altro che i grandi giri li chiude in top ten, perché se al suo capitano Pogacar girasse storta è la miglior alternativa. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Felix Gall. Vince perché al Giro ha finalmente respirato l’aria del podio, perché una corsa così è l’ideale per uno scalatore, perché in assenza di Seixas vuol dimostrarsi vincente. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Mattias Skjelmose. Vince perché è reduce da un Tour corso al passo dei più forti, perché nell’unico precedente sulle strade spagnole ha chiuso in top five, perché ha la fiducia dell’intero team. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Oscar Onley. Vince perché vuol rifarsi dopo il mancato Tour, perché vuol confermare che nel gruppo di baby emergenti c’è anche lui, perché rispetto al compagno Carlos Rodriguez ha dato qualche segnale in più. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Cian Uijtdebroeks. Vince perché deve riscattare una stagione con più ombre che luci, perché dà più garanzie rispetto al compagno Mas, perché della nuova generazione è ancora quello non pervenuto. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Tobias Johannessen. Vince perché è reduce da un buon Tour, perché ha le qualità per questo percorso, perché se ha deciso di affrontare per la prima volta due grandi giri in stagione significa che è pronto. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.
Santiago Buitrago. Vince perché è uomo di montagna e qui il terreno non gli manca, perché gode della completa fiducia del team, perché inseguendo le vittorie di tappa è sempre finito nei primi quindici. Non vince perché quando c’è Pogacar in circolazione si corre per il secondo posto.