Tutti a piedi, se non ci fosse stato Efesto. Il dio del fuoco, della metallurgia, dell’ingegneria, della tecnica e perfino della scultura. Il dio della forgia. E, quasi, il dio della bicicletta. Artigiano e architetto, il suo show-room stava sull’Olimpo, la sua officina nei vulcani, qui fabbricava saette e fulmini, frecce e tridenti, scudi e corazze, perfino scettri, bracciali e collane. Ma non biciclette. Adesso esiste un’ebike tedesca battezzata Eipha in suo onore. Perché se non ci fosse stato lui – già scritto - saremmo rimasti tutti a piedi.
Discepoli e pronipoti di Efesto abitano il libro che Marco Ballestracci dedica alle storie di inventori e grandi imprese: “Fare biciclette” (add editore, 232 pagine, 18 euro). E Ballestracci cita il vecchio dio, nel titolo di un capitolo e in una riga dello stesso capitolo, rivendicando quella eredità incendiaria, saldando - è proprio il caso di dirlo – parentele remote, spirituali, manuali, operaie, finalmente ciclistiche: “Cesellatori di telai che passano gran parte della loro esistenza tra gli attrezzi e il fuoco di Efesto”. E se il primo collegamento è geografico (Teodoro Carnielli da Vittorio Veneto, una sessantina di chilometri dalla Castelfranco Veneto dell’autore), gli altri sono incantesimi che nascono da corse o corridori, incidenti o letture, ricordi o emozioni. Una mappa in cui i telai vibrano di sentimenti. E di storie. Sia chiaro: non è una enciclopedia, ma un viaggio. A pedali, neanche a dirlo. E chi c’è, c’è.
Chiamiamola intuizione: come quel “cambiar qualcossa da drio” sospirato da Tullio Campagnolo versione corridore, in crisi sulla Croce d’Aune. Chiamiamola illuminazione: come quell’istante in cui Tom Ritchey si accorse che “non c’era bisogno di possedere le qualità d’un alchimista o d’un genio dei materiali per metterci le mani”, e con Gary Fisher avrebbe dato vita alla mountain bike. Chiamiamola anche disperazione: come quella fantasia con cui Graeme Obree costruì la bici per il record dell’ora “introducendo alcuni accorgimenti, il più famoso dei quali era l’utilizzo di cuscinetti delle lavatrici”.
Chiamiamola ossessione: come quella che invadeva Giusto Pinzani quando “metteva le biciclette ‘a misura’”, attenendosi “sempre al criterio di regolare il più possibile le biciclette ai ciclisti che le pedalavano”, a cominciare da Gino Bartali e Gastone Nencini. Chiamiamola precisione: come quella che Umberto Dei riservava alle sue creature, in cui “tirando la leva del freno di destra, grazie a un cilindretto inventato da Dei in persona e alloggiato nel manubrio, la bicicletta frena contemporaneamente davanti e dietro”. E se Dario Pegoretti era innamorato dell’acciaio (“Non ho nulla contro il carbonio, l’alluminio o il titanio. La questione è che sono cresciuto con l’acciaio e sono convinto che sia l’unico materiale che vive, che ha un proprio odore e che persino reagisce alla condizione fisica di chi lo maneggia”), Ernesto Colnago è stato folgorato dal carbonio (“Fu Enzo Ferrari a introdurmi al mondo del carbonio”, “Il carbonio non si sapeva neanche che cosa fosse”, “Così studiai quel materiale, lo sentii, lo ascoltai. Ci persi le notti. Gli altri non credevano che ci si potesse lavorare. Dicevano: ‘Si spezzerà’. Dicevano che non ce l’avrei fatta”). Chiamiamola come vogliamo, ma è genio o talento. E il primo della lista fu il barone Karl von Drais, che più di 200 anni fa dal nulla creò quasi tutto: ruote, manubrio, sella, ma non i pedali.
Il Ballestracci di “Fare biciclette” non è il cantastorie dialettale di Imerio Massignan né il narratore teatrale e musicale di Koichi Nakano, ma un romantico saggista (e a tratti suona anche come un saggio romanziere) che scrive in prima persona ed eleva i telai al ciclismo, e il ciclismo è sempre “chansons de geste”. Anche qui. Come per Eugène Christophe, che al Tour de France 1913 spaccò la forcella, prese la bici in spalla, marciò per dieci chilometri, tornò il fabbro che era stato, riprese la corsa, giunse al traguardo con quattro ore di ritardo, uscì dalla classifica ma entrò nella storia.