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L'ORA DEL PASTO. BOTTECCHIA AL GHISALLO, GRANDE TRA I GRANDI
di Marco Pastonesi | 18/05/2026 | 08:19

Uomini soli. Al comando o in fondo. In fuga o all’inseguimento. In salita o in allenamento. Nella vita di tutti i giorni. Quel giorno – 3 giugno 1927 – anche Ottavio Bottecchia è solo, in bicicletta, in allenamento. Forse se lo sente, il destino, una compagnia scomoda, silenziosa, pericolosa. Bottecchia è solo perché il suo amico e gregario, Piccin, ammette che preferisce dedicarsi alla fidanzata. Bottecchia ci prova, strada facendo, ma sempre invano, con altri due amici corridori, Riccardo Zille e Luigi Maniago, che gli dicono oggi no grazie, perché hanno da fare, da lavorare. Così Bottecchia prosegue solo. Ed è solo quando due contadini lo trovano a terra, disarcionato, confuso, insanguinato, agonizzante, più morto che vivo. Bottecchia sarebbe morto 12 giorni più tardi, con rari istanti di lucidità. Un giallo irrisolto, dopo i primi due gialli, intesi come le vittorie al Tour de France conquistate nel 1924 e 1925. Le prime di un italiano.

Da ieri il Museo del ciclismo al Ghisallo celebra Ottavio Bottecchia anche con un’opera d’arte, un busto in bronzo dello scultore Guido Merzliak, il secondo dopo quello donato al Museo Ottavio Bottecchia di San Martino di Colle Umberto (Treviso). Settantacinque anni, trentino di origini fiumane, artista eclettico (anche illustratore, caricaturista, vignettista…) e autore, appassionato di bicicletta e ciclismo, Merzliak è rimasto incantato da Bottecchia: “Avevo studiato bene il suo volto per realizzare alcune incisioni, ma non ero soddisfatto del risultato. Mi sono detto che dovevo fare qualcosa di più. Allora ho preso la creta e ho fatto la scultura”. Come spesso succede, si sa da dove si parte, non si sa dove si arriva: “Mi sento emozionatissimo se penso a dove sono arrivato. Ritengo il mio lavoro modesto, ma riconosco di aver lavorato bene, e vederlo apprezzato in questa maniera è davvero da brividi”.

Merzliak era accompagnato da Claudio Gregori, che pure in questi anni accompagna Bottecchia in anniversari, cerimonie, feste. E’ stato proprio Gregori a raccontare la storia di Bottecchia con passione e fedeltà in “Il corno di Orlando” (66thand2nd, del 2017). E lo ha fatto anche al Ghisallo. Bottecchia, che durante la Prima guerra mondiale tre volte è catturato e tre volte fugge lo stesso giorno della cattura, una volta chiedendo il permesso di spostare la mitragliatrice, che pesa 92 chili, da una spalla all’altra, approfittando del movimento e precipitando in un burrone di una decina di metri. Bottecchia, che quando rientra nei ranghi, gli domandano perché si sia trascinato la mitragliatrice e lui risponde che non era sua, ma del governo. Bottecchia, che i francesi pronunciano Botescià. Bottecchia, che a Parigi arriva in treno, con una valigia di cartone e un manubrio, e il berretto da corridore di sghimbescio. Bottecchia, che al Tour de France viene stato inserito al posto di Brunero in una squadra francese. Bottecchia, che quelli dell’Automoto accolgono con freddezza e diffidenza, sospirando “faremo tardi, la sera, ad aspettarlo”. Bottecchia, che bacia una tifosa mentre pedalava. Bottecchia, che spiega: “Non corro per la patria, che ho servito sul Piave, né per gli applausi, ma per gli schei. Voglio che la mia famiglia esca dalla miseria”. Bottecchia, che 12 giorni prima del suo incidente perde il fratello, investito da un’auto.

Bottecchia era uomo da salite, da fatiche, da resistenza. Lo sguardo tagliente, il naso affilato, la bocca socchiusa. Le rughe profonde. Gli occhiali da motociclista, il fazzoletto al collo, i tubolari a tracolla. “El furlan de fero” – grazie, Merzliak - è ancora fra di noi.

Bottecchia, per volontà di Antonio Molteni e Carola Gentilini che dirigono il Museo, è stato collocato accanto a Coppi e Bartali con pieno merito. Lo dicono le cifre: Bottecchia ha conquistato 34 maglie gialle, Bartali 23, Coppi 19. “Bottecchia, Bartali e Coppi hanno in comune tre cose – spiega Gregori -. Sono gli unici italiani ad aver vinto due Tour. Non c’è grandezza senza dolore e tutti e tre hanno conosciuto la tragedia: Bartali ha perso il fratello Giulio, Coppi l’amato fratello Serse prima di morire per un errore medico, Bottecchia ha conosciuto lo strazio della perdita della sua primogenita di sei mesi e affrontato la perdita del fratello Giovanni prima di sprofondare nel mistero. Tutti e tre sono stati protagonisti della rinascita: Bottecchia è esploso come una supernova abbagliante nel Veneto martoriato dalla Grande Guerra; Bartali e Coppi hanno riacceso la speranza dopo la Seconda guerra mondiale”.

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