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RAGGI D'AFRICA. IL CICLISMO DI ADRIEN NIYONSHUTI: «BENIN, RWANDA E UN CONTINENTE CHE HA VOGLIA DI CRESCERE»
di Aldo Peinetti | 23/05/2025 | 08:15

Ha visto per la prima volta le meravigliose mura di Lucca nei suoi anni da corridore e adesso ci abita a due passi. Vuoi che non fosse alla partenza della cronometro di martedì? E’una traiettoria di carriera agonistica che è diventata approdo di vita quella di Adrien Niyonshuti, il primo ciclista professionista nella storia del Rwanda.

La vicenda umana di questo 38enne (oggi selezionatore della nazionale del Benin) riporta all’immane tragedia del genocidio che nel Paese delle Mille Colline ha causato un milione di morti di etnia tutsi. Adrien perse sei fratelli e sembrano superflue le sottolineature semantiche circa la bici come slancio, fuga dal dolore indicibile, capacità delle due ruote di generare benessere, distogliendo la mente dallo spartiacque datato 1994. Quando l’odio etnico si trasformò in dramma umanitario purtroppo sottostimato dalla comunità internazionale. Vero è che il Rwanda ha saputo rialzarsi non solo economicamente, senza rimozioni, attingendo alla speranza.

Niyonshuti, iniziamo a dire cosa sono per lei le Olimpiadi?

«Una specie di tutto, per intensità dell’emozione vissuta. Ho avuto l’onore di fare da portabandiera ai Giochi di Londra 2012, dove ho cror in mtb nel cross-country, ed a Rio, dove gareggiavo già su strada. In Inghilterra gli echi del genocidio di otto anni prima erano ancora molto sentiti».

Come è nata la passione per il ciclismo?

«Ho iniziato a livello amatoriale, avevo 16 anni e abitavo nella mia città d’origine Rwamagana, nell’est del Paese. C’era una bici vecchia di un mio parente, sentivo che pedalare mi aiutava dopo gli orrori che avevo visto e vissuto. Entrai nell’orbita del Team Rwanda gestito dall’ex ciclista professionista statunitense Jock Boyer ed i risultati mi incoraggiarono. Erano anni in cui il movimento rwandese era agli albori(su quel periodo pionieristico nacque anche il film “Rising from the ashes”)».

Arrivarono cinque top ten di fila al Tour du Rwanda…

«Sì, anche i successi nella generale del 2006 e del 2008, quando venni convocato per un training camp in Sudafrica. Andò bene, venni ingaggiato dalla Mtn Cycling di Douglas Ryder e nell’estate del 2009 ero in lizza sulle strade del Tour of Ireland».

IN TOSCANA CON LA QHUBEKA

Fino al 2017 è stato un crescendo: durante i due anni nel World Tour si capiva il potenziale del ciclismo africano?

«In quel periodo hanno fatto moltissimo per sviluppare l’interesse e l’entusiasmo verso le due ruote in Eritrea, la maglia a pois del Tour de France 2015 Daniel Teklehaimanot, insieme al connazionale Merhawi Kudus. Quell’esperienza legata nel tempo al marchio Qhubeka è stata ispiratrice, specie in un paese dalla invidiabile cultura ciclistica come l’Eritrea».

Adesso c’è un Mondiale che farà da momento epocale per l’intera Africa?

«Si, lo credo, forse ancora non tutti nel mondo capiscono che cosa significhi una rassegna iridata, oltretutto con un simile percorso non duro ma durissimo. Ed un duello annunciato tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard. Per chi ancora non lo conosce scoprirete il Mur Kigali, affrontato nelle quindici tornate, con tanto di pavè. Aggiungiamo che la capitale si trova in altura. Sarà selezione massima».

Adrien cosa ha fatto dopo aver appeso la bici al chiodo?

«Ho creato una mia Academy dal 2013 e siamo riusciti a lanciare anche due corridori di valore tra i quali mio cugino Eric Muhoza. E’ stata una bella avventura che adesso è continuata altrove».

Già, il Benin: come mai questo Paese?

«Per me le cose in patria erano purtroppo cambiate (divergenze col mondo federale, ndr). Gli amici di Team Africa Rising che aveva operato in Rwanda per tanto tempo mi hanno proposto di collaborare, ho chiesto almeno un triennio per sviluppare il mio programma. Sì, il Benin, con il suo Tour giunto al ventesimo anno nel 2025, rappresenta un ambito privilegiato per coinvolgere nuovi ciclisti, con un’attenzione speciale verso il settore femminile. In generale, pur senza bruciare i tempi, le cose sono migliorate ed a Kigali 2025 avremo una selezione di una dozzina di unità nelle varie categorie».

Benin, lo stesso Rwanda ed ogni altro Stato del Continente: ciclisticamente di cosa c’è bisogno?

«Il mondiale non deve essere un momento spot, con più bici e più corse – anche solo piccoli circuiti o a tappe ma 2.2 per far crescere il movimento- si colma il gap infrastrutturale esistente e si sposta il baricentro verso l’african cycling in un futuro che può essere non così lontano. La ricetta la conosciamo: se si offre la possibilità di pedalare giocando corridori se ne formano».

SCOMMESSA BENIN E FORMAZIONE AD AIGLE

A proposito di formazione, complimenti per il recente passaggio a direttore sprotivo di secondo livello…

«Si, dalla federazione del Benin mi è stata data la possibilità di frequentare il prestigioso centro Uci di Aigle, in Svizzera, dove ho sostenuto l’esame finale. Ritengo fondamentale la messa a disposizione delle mie skills ai collaboratori, che a loro volta devono formarsi continuamente».

A poca distanza dalle transenne, i figli di Niyonshuti un po’ si distraggono dal passaggio dei corridori. Futuri ciclisti come il padre?

«Non saprei, per ora fanno atletica e poi vedremo».

Ed Adrien per la bici ha tempo?

«Senza eccessi, anche se fare movimento è una necessità da bilanciare con gli impegni di famiglia. Adesso la mia dimensione è quella di direttore sportivo».

Ma come la mettiamo col tempo prodigio all’Alpe dHuez?

«L’ho scalata il 14 luglio del 2022, da testimonial di Qhubeka, impiegando un’ora e 28 minuti. Soprattutto utilizzando la bici con una sola velocità e dal peso doppio rispetto a quello dei mezzi in dotazione ai professionisti. E’ stata l’occasione per promuovere l’attività di Qhubeka Charity, che cambia letteralmente le vite di tanti giovani africani offrendo loro una bici robusta e semplice, adatta agli spostamenti su sterrato. Questo vuol dire poter frequentare una scuola a volte molto lontana dal luogo di residenza di questi ragazzi e ragazze».

All’ombra delle mura lucchesi, insomma, tanta quotidianità di Niyonshuti è orientata ad una specie di missione/convinzione: fare del ciclismo un fattore culturale e di sviluppo in tutta l’Africa.

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