Tom Boonen rompe il silenzio e durante una trasmissione televisiva ha raccontato: «Le donne mi pizzicavano i glutei. Ero considerato un pezzo di carne»
Per molti anni è stato un argomento difficile da affrontare, quasi un tabù. Nel ciclismo, come nello sport in generale, si è parlato spesso di sessismo, molestie e comportamenti inappropriati nei confronti delle donne. Molto più raramente, invece, si è raccontato ciò che può accadere agli uomini. A riportare il tema sotto i riflettori è stato Tom Boonen, una delle figure più importanti del ciclismo fiammingo degli ultimi vent'anni, che ha deciso di raccontare pubblicamente alcune esperienze vissute durante la sua carriera.
L'ex campione del mondo è stato ospite di “Happy Hour”, il nuovo programma di Ruben Van Gucht trasmesso dall'emittente fiamminga VTM. Durante l'intervista, Boonen ha parlato senza mezzi termini di alcuni episodi di comportamento sessuale inappropriato che lo hanno coinvolto quando era ancora molto giovane e stava diventando una delle grandi stelle del ciclismo internazionale.
«Le donne mi pizzicavano i glutei prima della partenza delle gare. In quel momento, sei semplicemente considerato un pezzo di carne», ha raccontato Boonen senza censure.
Parole forti, pronunciate da un campione che per anni è stato uno degli uomini più conosciuti del gruppo. Boonen, quattro volte vincitore della Parigi-Roubaix tra il 2005 e il 2012 e campione del mondo a Madrid nel 2005, ha spiegato che gli episodi non si limitavano a qualche gesto scherzoso o a semplici complimenti, ma che spesso lo mettevano in imbarazzo, portandolo a subire senza riuscire a reagire.
«Avevo circa 21 anni quando sono diventato famoso. Spesso si trattava di donne tra i 45 e i 50 anni». Il fiammingo ha raccontato anche di essere stato palpeggiato all'inguine, sottolineando quanto fosse difficile, soprattutto per un giovane uomo, trovare il coraggio di dire pubblicamente che determinati comportamenti lo mettevano a disagio.
«Quando dici che ti dà fastidio a 25 anni, la gente ti prende in giro». Ed è proprio questo uno degli aspetti più delicati della testimonianza di Boonen. Il problema non riguarda soltanto il gesto in sé, ma anche la percezione sociale che spesso accompagna le molestie quando la vittima è un uomo. In un ambiente nel quale l'atleta viene rappresentato come forte, sicuro e sempre pronto a scherzare, ammettere di essersi sentito violato o infastidito può diventare particolarmente complicato.
La notorietà, inoltre, sembra trasformare il corpo dell'atleta in qualcosa di pubblico, quasi fosse parte dello spettacolo. Ma un corridore, anche quando diventa un'icona, rimane una persona e il suo corpo non diventa automaticamente disponibile agli altri.
La testimonianza di Boonen arriva in un momento nel quale il tema della sessualizzazione dei ciclisti è tornato al centro dell'attenzione anche durante la Vuelta a España.
Dopo la vittoria di Tadej Pogacar nella cronometro di apertura, un'influencer aveva rivolto al campione sloveno alcune domande e commenti che hanno suscitato numerose reazioni. Tra le frasi pronunciate nei confronti del corridore c'era anche l'appellativo “Pogachita”, accompagnato dalla domanda: «Perché iperventili ogni volta che mi vedi?».
Pogacar, visibilmente infastidito, aveva risposto con una battuta: «Respiro 24 ore su 24».
La vicenda ha provocato discussioni anche tra gli addetti ai lavori. La giornalista di Eurosport Spagna Laura Meseguer ha definito i commenti sessisti e ha criticato il modo in cui la situazione era stata gestita. Successivamente, all'influencer è stato vietato l'accesso al percorso della Vuelta.
Al di là del singolo episodio, la questione sollevata è più ampia: fino a che punto è accettabile trasformare un atleta in un oggetto di commenti sul proprio corpo, sul proprio aspetto o sulla propria sessualità?
Le parole di Boonen aggiungono una prospettiva spesso ignorata. Il problema delle molestie non dipende dal sesso della vittima. Una donna può essere vittima di comportamenti sessualmente inappropriati, così come può esserlo un uomo. La differenza, spesso, sta nella disponibilità a riconoscere il problema e nella possibilità per chi lo subisce di raccontarlo senza essere ridicolizzato.
Boonen ha scelto di farlo molti anni dopo quegli episodi, quando ormai la sua carriera appartiene alla storia del ciclismo. E proprio per questo la sua testimonianza assume un peso particolare.
A 21 anni era già diventato una star. Il suo nome era ovunque, le vittorie lo avevano trasformato in un idolo e migliaia di persone volevano avvicinarsi a lui. Ma dietro il campione c'era comunque un ragazzo che, come ha raccontato, poteva sentirsi a disagio davanti a determinati comportamenti.
Il successo non cancella il diritto alla propria privacy. E un corpo allenato, esposto e ammirato sulle strade delle corse non è un corpo a disposizione del pubblico.
La confessione di Tom Boonen arriva dunque come una riflessione importante sul mondo dello sport: parlare di rispetto significa farlo per tutti, senza distinzione. Perché una molestia non diventa meno grave soltanto perché la vittima è un uomo, così come un commento sessista non smette di essere tale quando viene rivolto a un campione celebrato da milioni di tifosi.
Dopo anni trascorsi sotto i riflettori, Boonen ha scelto di raccontare una parte meno conosciuta della propria esperienza. E quella frase, «sei semplicemente considerato un pezzo di carne», resta forse il passaggio più significativo della sua testimonianza: dietro ogni atleta, prima ancora del campione, c'è una persona che merita rispetto.