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LE STORIE DEL FIGIO. GIACOMO FINI, L'OCCHIO LUNGO DI VINCENZO TORRIANI. GALLERY
di Giusepep Figini | 05/01/2023 | 08:08

La consultazione dei siti, anche quelli più specialistici, è assai laconica e oltremodo stringata al riguardo di Giacomo Fini, corridore toscano, nato a Seravezza, importante centro in provincia di Lucca, al confine con quella di Massa Carrara, con numerose frazioni e un esteso territorio che va dalla pianura, assai prossima al mar Tirreno e che, pur non raggiungendo la vicinissima costa, fruisce dei relativi benefici climatici. E’ un territorio morfologicamente assai variato con zona pedemontana e montana, nella corona delle Alpi Apuane. Querceta è la località più popolosa del comune con varie attività diversificate mentre il capoluogo, Seravezza, sorge in una piccola valle dove si uniscono i torrenti Serra e Vezza che originano così, da lì, il fiume Versilia.

Si è appunto nel cuore della Versilia storica che comprende pure i comuni di Forte dei Marmi, Stazzema e Pietrasanta, nomi di prima rilevanza per attrattive artistiche, storiche e ambientali.

Torniamo però al protagonista del nostro, doveroso, ricordo anche se il termine usato “protagonista” non si attaglia per nulla alla figura di Giacomo Fini, corridore e uomo, di assoluta discrezione e educazione in tutte le sue varie espressioni e attività. Anche oggi, a quasi 89 anni – è nato il 14 aprile 1934 – si pone ancora con la sua slanciata ed elegante figura, sua prerogativa anche in sella. E il pomeriggio al bar non manca mai la partitina a carte con gli amici.

E’ passato professionista nel 1957 vestendo la maglia tricolore della strada, categoria “indipendenti”, in più prove, ai tempi assai frequentata da validi corridori, approdando ad uno squadrone quale la Faema-Guerra, insieme al corregionale, velocista, e altro “bello” del gruppo dell’epoca, Silvano Ciampi, di Maresca Pistoiese, scomparso alla fine d’aprile 2022, accomunati da una costante amicizia di vita, al poliedrico bergamasco Armando Pellegrini e altri ancora. La formazione dei “diavoli rossi”, nella preponderante componente belga, presentava nomi del calibro di Rik Van Looy, Germain Derycke, Jos Hovenaers, Jozef Schils, Willy Schroeders, Leon Van Daele, le temute “guardie rosse”, dei veri e propri “cristoni”, votati all’esclusivo e devoto servizio di Rik II^, l’Imperatore di Herentals (Rik I^, per cronologia, era Van Steenbergen), alcuni poi ereditati e portati in dote dall’astuto d.s. Guillaume Driessens ad una giovane promessa, tale Eddy Merckx. E, giusto per gradire, arricchiva l’organico di quella formazione il formidabile scalatore lussemburghese Charly Gaul e il forte passista elvetico Rolf Graf. Era una compagnia impegnativa, fortemente formativa, non solo per Fini, “la speranza della Versilia”, questo era la definizione attribuitagli dai suoi tifosi all’inizio della carriera fra i dilettanti dove ha colto buone affermazioni.

Altra annata, il 1958, alla Faema-Guerra-Clément, con la maggior parte delle “guardie rosse” di Van Looy arruolate nella Flandria-Faema, affiliata in Belgio, mentre aumenta la componente spagnola con Salvador Botella, Jesus Galdeano, Jesus Lorono e il grande Martin Federico Bahamontes che si ritrova in squadra con Gaul, Bernardo Ruiz, Fernando Manzanequ e il belga Edgard Sorgeloos. Tanto lavoro duro, lavoro “sporco”, oscuro, in appoggio ai big, con notevole acquisizione d’esperienza per Giacomo Fini ma, di conseguenza, risultati pochi o punti.

E’ nel 1959 che, insieme all’amico Ciampi, firma per la Bianchi, glorioso marchio ma in fase di ringiovanimento con il d.s. Giuseppe “Pinella” De Grandi e, in organico, il volitivo romagnolo Diego Ronchini. L’impegno profuso da Giacomo Fini, soprattutto in favore dei compagni, non gli regala comunque soddisfazioni da podio aldilà di qualche buon piazzamento, frutto della sua costante tenacia e applicazione.

Nel 1960, e pure l’anno successivo, il 1961, veste la maglia della Philco, azienda di elettrodomestici, formazione sotto l’egida autorevolissima di Fiorenzo Magni e affidata al d.s. monzese Luigi Sardi, detto il “maresciallo”, affermato tecnico del glorioso Pedale Monzese. Il “maresciallo” cura con rigorosa e competente passione la preparazione e la gestione in corsa, sempre all’unisono con il Leone delle Fiandre. Sardi è persona di competenza ciclistica anche per attività professionale nel settore cicli e per la collaborazione in moto, da “règulateur”, si direbbe oggi, delle corse rosa “Gazzetta”, e padre del velocista d’atletica leggera Armando, specialista dei 200 metri e componente la competitiva staffetta azzurra 4x100 con l’amico Livio Berruti, Sergio Ottolina, Pasquale Giannatasio e altri oltre a importanti successi in proprio. E questa potrebbe essere un’altra storia del genere ruote e gambe veloci, in un prossimo futuro.

E Giacomo Fini, sempre in tandem con Silvano Ciampi, veste la maglia Philco con, in ordine alfabetico, Franco Bitossi, Guido Carlesi, altro toscano della provincia di Pisa e amico di Fini, Vittorio Chiarini, Ottavio Cogliati, oro nella 100 km. per squadre alle Olimpiadi di Roma 1960, il piccolo ma tostissimo belga Emile Daems, Roberto Falaschi, il medagliatissimo pistard-velocista Sante Gaiardoni, lo svizzero Rolf Graf, Amico Ippoliti, Guerrando Lenzi, Rino Luise, Vinicio Marsili, l’eclettico campano-piemontese Gigi Mele. Poi ancora il belga Guillaume Michiels, abbreviato in “Lom”, diventato presto il massaggiatore, amico strettissimo e confidente di S.M. Eddy Merckx, e un altro suo connazionale Georges Mortiers. Nell’elencazione seguono poi Paris Montanelli, il milanese, specialista della pista Pietro Musone così come il trevigiano Cesare Pinarello, i fratelli padovani Arturo e Alfredo Sabbadin, il velocista fiorentino Enzo Sacchi, Giovanni Santini, Giovanni Sensi, Gaudenzio Tonoli, Marino Vigna, altro oro olimpico nel quartetto dell’inseguimento di Roma ’60 e l’alessandrino Giorgio Zancanaro. E il meccanico in corsa era un certo, giovane assai promettente…, Ernesto Colnago da Cambiago.

Dopo il 1961 Giacomo Fini, staccato il numero dalla schiena, intraprende un’attività professionale con un negozio d’abbigliamento e la gestione di stabilimenti balneari, con successo, aiutato poi da famigliari: la moglie Giulia, scomparsa purtroppo nel luglio 2022, e i figli Simona, Paolo, Alessandra e Franca, le gemelline di famiglia.

Verso la fine degli anni 1970 entra in stretto contatto con la famiglia di Vincenzo Torriani, il popolare “patron” delle corse rosa, che trascorreva le vacanze nella vicina Forte dei Marmi con gli amici Adamo Buselli e professor Gisberto Marconi, medico affermato. Torriani individua in Giacomo Fini che ha sempre seguito il ciclismo comunque, un valido “rinforzo” per la struttura tecnica delle corse Gazzetta e ben presto costituisce con il monzese Giorgio Albani, prima corridore di vaglia e poi d.s. della Molteni anche di Eddy Merckx, garante dell’operazione Fiorenzo Magni, di un affiatato tandem nel ruolo della direzione corsa, accanto al veterano Dante Garioni. E fra Fini e Albani s’instaura un grande rapporto di colleganza e d’amicizia condiviso dalle rispettive famiglie.

All’interno della corsa Giacomo Fini coordinava soprattutto la testa mentre Albani era immediatamente alle spalle del gruppo, sulla medesima vettura del presidente del collegio di giuria. Una preoccupazione di Fini erano soprattutto i passaggi a livello e, in argomento, si rapportava di persona, dopo consultazione con Cesare Sangalli e poi Giorgio Camera, anche ispettori di percorso, così come con Vito Mulazzani in moto, con i responsabili delle ferrovie del luogo affinché la corsa potesse avere sempre via libera, senza intoppi. Compito non facile, soprattutto nei primi anni quando i telefonini soffrivano di parecchi problemi di copertura.

Il tandem Albani-Fini, in ordine alfabetico, ha operato con grande sintonia e affetto, con Carmine Castellano e, infine, con Mauro Vegni. E appunto in occasione della cittadinanza di Camaiore conferita a Mauro Vegni che abbiamo incontrato Giacomo Fini e con grande piacere, condiviso da tutti i presenti.

Per testimonianza diretta, in corsa, in base ai movimenti in testa al gruppo, anticipava con occhio lungo lo sviluppo successivo dell’evoluzione della gara. Il G.P. di Camaiore era un po’ la “sua corsa” e la dirigeva da par suo riscuotendo la fiducia degli organizzatori con gli amici stretti Bruno Bianchini e Giovanni Fontanini (coppia che non scoppia, di precipuo valore).

E’ persona garbata che privilegia il fare nascosto all’apparire, disponibile e sempre cortese con tutti, anche nelle disposizioni impartite nelle fasi più vivaci e convulse, definiamole così, soprattutto nei finali di corsa, senza sbracciarsi, fischiare o inveire. E teneva alla sua immagine tanto che, quando usciva dal tettuccio dell’ammiraglia e il vento gli scompaginava i capelli li riordinava con il piccolo pettine che portava sempre con sé.

Gli assomiglia un altro nativo di Seravezza, Alessandro Giannelli, entrambi nati precisamente a Borgo dei Terrinchesi, località di Seravezza e situato a metà della strada che conduce a Forte dei Marmi. Da una ventina d’anni Giannelli, dopo essere stato professionista e direttore sportivo, è snodo organizzativo-logistico di RCS Sport-Ciclismo, sicuro e capace riferimento, da tutti apprezzato per il discreto ma risolutivo operare e il modo di porsi con gli ex colleghi d.s. e con tutte le componenti che gravitano nelle corse rosa.

Peccato che, al contrario di Giacomo Fini che ha mantenuto puliti gli albi d’oro delle corse, salvo tre criterium, Giannelli abbia “sporcato” con la sua vittoria quello del Giro del Friuli 1992 per professionisti e della classica dilettanti Bologna-Raticosa del 1982.

foto Archivio Giacomo Fini

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