Il tempo è tiranno, ma lo è anche lo spazio. Anzi, i due sono complici: il tempo satura lo spazio. E con il Covid o l’estate, arriva il momento del repulisti. Si comincia puntando a liberare la soffitta, ci si accontenta di liquidare uno scatolone. E fra buste, cartelle e faldoni, spuntano ritagli irrinunciabili. Come questo mio articolo su Sergio Bianchetto, “La “Gazzetta dello Sport” del 10 febbraio 1999.
Dici Bianchetto e “mi viene in mente un ragazzino – dice Sergio Bianchetto, padovano di Torre di Ponte di Brenta – che voleva fare pugilato, un giorno entrò in una palestra, la prima cosa che fece fu vedere un naso rotto, la seconda che fece fu scappare dalla palestra. Quel ragazzino ero io. Facevo il saldatore elettrico. Provai con il ciclismo: mio padre mi comprò una bici bianca per le gite, io preparai un tesserino falso perché ero troppo giovane, finché partecipai alla prima corsa, tutti insieme, compresi dilettanti e indipendenti. Mi doppiarono".
Di Bianchetto e pensi al ciclismo. “Penso a quello che facevo per il ciclismo – ricorda Bianchetto, 60 anni la prossima settimana -. Mio padre mi svegliava alle tre e mezzo con l’acqua calda per lavarmi la faccia, caffellatte e biscottini, e gomme gonfiate. Dalle quattro alle sette facevo il giro dei Colli Euganei in bici, 80 km, buio e freddo d’inverno, alba e pelle d’oca d’estate. A casa acqua calda in un mastello in cucina per lavarmi, poi dalle otto alle quattro di pomeriggio a lavorare, con mio padre che mi portava sul Mosquito. Poi in pista, per due ore, con Severino Rigoni. La sera, per addormentarmi, non avevo mica bisogna di camomille e valeriane”.
Dici Bianchetto e pensi alla pista. “La specialità più bella – giura Bianchetto, campione italiano, mondiale e olimpico – è il chilometro da fermo: pronti, via, un minuto con il cuore in gola, fine della sofferenza e hai subito il risultato. La specialità più innaturale è il tandem: per riuscire ci devi essere nato sopra. La specialità più completa è la velocità: testa e gambe, tattica e forza, psicologia e potenza, coraggio e cattiveria. Poi le Sei Giorni: ne ho disputate una ventina, migliore risultato un secondo posto a Montreal”.
Dici Bianchetto e pensi a Beghetto. “’Bepo’ era una forza della natura – garantisce Bianchetto, oggi coordinatore delle attività su pista in Italia -. Sul tandem ci chiamavano ‘i figli del vento’: io davanti, lui dietro, come una moto. A quei tempi comunque si guadagnava poco. All’inizio viaggiavamo in treno, bici sul vagone-merci, due ruote da allenamento per andare dalla stazione al velodromo, due da corsa custodite nello zaino per girare in pista. Poi partivamo con una macchina da due, meglio la sua Appia coupé che la mia Fiat 850, si dormiva a turno per non buttare via i soldi negli alberghi, ma almeno si mangiava bene. A Parigi ‘potage’, ‘escargot’ e anche un cognacchino. Siccome si divideva sempre per due, quello che mangiava uno doveva mangiarlo anche l’altro. E a casa avevo un trattamento di favore: quando io mangiavo la bistecca, a mia sorella rifilavano i fichi. Non me l’ha ancora perdonato”.