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GANNA. «MA DAVVERO HO FATTO COSI' TANTO?»
di Pier Augusto Stagi | 27/11/2020 | 08:05

È l’uomo copertina, difatti ab­biamo deciso di dedicargliela. Non ce ne voglia Tao Geo­ghe­gan Hart, degnissimo vincitore del Giro, ma avevamo almeno due ragioni per fare questo omaggio al granatiere di Vi­gno­ne. Prima, il mondiale di Imola; ora un Giro semplicemente stratosferico.

Lo dico con assoluta serenità come sono solito fare: non mi aspettavo un Gan­na così forte. Così ispirato. Così di­rompente. Quattro tappe, due maglie rosa, una superiorità nelle prove contro il tempo talmente evidente che solo un cieco può metterne in dubbio il talento. Filippo si carica sulle spalle il ciclismo italiano e ci fa sognare. Vince tre crono su tre e già che c’è ci lascia a bocca aperta tutti nella tappa della Sila, dove spiana anche in quella giornata da tregenda le montagne. Sublime.

Giustamente, con la condizione di cui di­spone, molti hanno pensato che avrebbe potuto anche fare gli straordinari in Bulgaria, agli europei su pista (saltati poi a causa di una positività al Covid), per provare ad abbattere anche il muro dei 4’ nell’inseguimento (4’01”934 il suo record). E poi visto che non siamo mai contenti perché soffriamo di bulimia ciclistica e siamo as­setati di talento, ci sarebbe anche il record dell’ora. Ma questo è tutto un altro discorso.

Non è un caso che il Trofeo Bonacossa per l’impresa più bella al Giro sia andato a lui. Non è un caso che questo ra­gaz­zone dal sorriso gentile e lo sguardo fiero sia l’uomo del momento, il ciclista più ricercato ed applaudito. Bastava es­sere sulle strade della crono da Cer­nu­sco sul Naviglio a Milano per capire che qualcosa era successo. Ho sentito aria che non sentivo dai tempi di Mar­co Pantani, solo che il Pirata scalava le montagne e Filippo divora l’asfalto.

Era tutto un “Vai Pippo!”, “Forza Fi­lippo!”, “Vola Ganna!”, perché chi ama e conosce il ciclismo percepisce, intuisce prima di comprendere compiutamente cosa ha davanti ai propri oc­chi. Ma lo percepisce chiaramente che c’è qualcosa di eccezionale. Che in sel­la a quel “Bolide” di Fausto Pi­na­rello c’è un talento che ha carisma, personalità e stile.

Eppure l’uomo del tempo, l’uomo che è solito sfrecciare da solo contro tutto e contro tutti, è stato anche un eccezionale uomo squadra. E non è un caso che si parta da lì, dal successo di Tao Geoghegan Hart: il successo di una squadra.
«Mi sono emozionato. La vittoria di Tao è stata un’emozione pari alla mia vittoria di Milano. Con il team, siamo una famiglia. Nei momenti belli e brutti siamo sempre uniti: sempre e comunque. Quando passi tanto tempo assieme devi andare d’accordo per forza. Ma che gioia, che emozioni…».

Sul Trofeo Senza Fine è stato impresso il nome di Tao: c’è chi sogna di poter vedere un giorno anche il tuo…
«Un Ganna c’è, ed è il primo, quel Lui­gi Ganna che non è mio parente, ma ha vinto la prima edizione di questa corsa eccezionale. Se mi piacerebbe un giorno poter competere per la classifica finale di questa corsa? Certo che sì, sarebbe bello, ma non è così semplice. Bisognerebbe ragionarci bene. A me servirebbe un Giro con poche salite e tanta crono... non dimentichiamoci che peso 83 chili e dovrei scendere ad al­meno 75, e non è come dirlo…».

Ora che sei riconosciuto e riconoscibile, cosa provi?
«Gioia. Sono molto orgoglioso di quello che sono riuscito a fare. È come aver scritto una letterina a Babbo Natale e sotto l’albero, quest’anno, aver trovato più di quanto desiderassi. Però devo continuare a lavorare, e a mantenere il solito profilo basso».

E il record dell’ora?
«Calma, non andiamo di corsa. Una cosa per volta, ci penseremo al momento giusto. Una co­sa è comunque certa, lo tenterei di sicuro a livello del mare, non in altura».

La prima volta al Giro: ti aspettavi di correre così?
«Assolutamente no, per me era davvero una novità. Il vero obiettivo era co­minciare con il piede giusto, quindi vincere la crono d’apertura di Palermo e indossare la prima maglia rosa da vestire sopra quella iridata conquistata a Imola esattamente sette giorni pri­ma. Insomma, sono partito sen­za tanti grilli per la testa: pensa che temevo di fare 10 giorni e ritirarmi».

In questo 2020 molto difficile e complicato, dove ti sei sentito davvero super?
«Nella crono di Valdobbiadene. Quel giorno sono stato davvero pazzesco. Però come emozioni scelgo Milano: ho vinto io, ha vinto il Giro Tao. Mi girava la testa per la felicità».

Poi c’è il capolavoro nella tappa della Si­la… Lì sei stato davvero TopGanna: il gi­gante di Camigliatello.
«Giornata davvero pazzesca. La­scia­mo la Sicilia, davanti a noi 225 km e 4200 metri di dislivello. Strade aspre, che fanno male. Dopo 42 chilometri allungo con Salvatore (Puccio, ndr) Tratnik e Ha­gen; poi diventano otto con Conti, Zar­dini, Restre­po e Carre­tero. Tanto ci ven­gono a perdere. E invece no. Ai -17 dalla conclusione, me ne vado. Ci pro­vo. Come va va».

E va bene: primo sul Gpm di Mon­­tescuro a 1618 metri, tanto che al traguardo ti sei anche vestito con la maglia azzurra della montagna, tu che sei un “granatiere” di 83 chili distribuiti su 1.93 centimetri.
«Mi è venuta così, ho davvero fatto una cosa che mi ha divertito un sacco, ma è stata una sorpresa anche per me. Ma quando stai bene, tutto è possibile. Cosa ho pensato? Che c’era gente forte con me. Ma Puc­cio mi ha dato consigli per tutto il giorno. “Mangia, bevi, stai calmo, tira meno, non strappare”: è un uomo squadra straordinario. Quasi un fratello. E poi corro per un team eccezionale. Se Thomas ti dice di provare ad andare in fuga, ti dà quella grinta che a volte non trovi. E penso di essere riuscito a rendere felice anche Dave Brailsford, il grande capo della Ineos Grenardiers».

Per te un anno da incorniciare, per non di­re da ricordare. Il 21 agosto domini il Tri­colore crono; il 14 settembre stracci ogni record (media 56,6 km/h); nella crono di San Benedetto alla Tirreno-Adriatico; il 25 settembre sei il primo italiano campione del mondo della cronometro; il 3 ottobre apri in rosa il Giro a Pa­lermo... insomma non male.
«A pensarci mi gira ancora la testa: ma ho fatto io tutte queste cose?».

Quali sono i suoi limiti?
«Booh. L’Evenepoel di turno vince su­bi­to, altri come me hanno bisogno di quattro anni per maturare. Ho bisogno di tempo, la squadra me lo sto dando, bisogna stare calmi».

Ma è vero che tu sei anche molto abile nel preparare le grigliate al barbecue?
«Sì, perché la consideri una cosa così strana? Se è per questo non ho nemmeno problemi a fare i lavori di casa, ta­glio della legna compreso».

Adori anche i cani.
«Adoro la natura e miei cani, in modo particolare: Mia e Blu».

Perché papà Marco lo chiami il ‘tedesco’?
«In verità questo nome gliel’ha affibbiato Florido Barale, il presidente del Pedale Ossolano con cui io ho mosso le prime pedalate. Papà è tosto, leale, insegna il rispetto dell’avversario, anzitutto. L’importanza dell’allenamento. Insomma è un uomo di regole: quindi, il tedesco».

E tu?
«Sono cresciuto con questo approccio mentale e la penso così anch’io».

Hai lasciato Vignone per trasferirti ad Ascona, nel Canton Ticino.
«Ma sono spesso a casa dei miei, e an­che durante il lockdown ho sempre da­to una mano ai miei. Mi piacciono i la­vori manuali».

Tu sei un tipo molto legato alla famiglia e gelosissimo della tua cerchia di amici.
«Ho un gruppo di amici di riferimento. Dario, compagno di banco delle superiori; Alessandro che fa lo chef; Tho­mas, un dj un po’ folle».

E poi c’è Carlotta, ‘Lotti’, tua sorella.
«Ha 20 anni, si è trasferita a Lecco per seguire il corso di studi di 5 anni al Po­litecnico di Milano in Ingegneria Edile-Architettura. Siamo molto legati».

Per i vostri rispettivi 18 anni vi siete re­ga­lati un tatuaggio.
«Esatto. Un’ancora. Io sul braccio e mia sorella sulla schiena».

Ma c’è anche un’altra Carlotta, non me­no importante.
«Siamo assieme da cinque anni. È piemontese, classe 1995, studi nell’ambito commercialistico. Ci teniamo separati dal mondo del ciclismo e parliamo sempre d’altro».

Ma è vero che giù di sella sei un bel pantofolaio…
«Mah, diciamo che dopo tanto girovagare, mi piace fermarmi un po’, rallen­ta­re la frequenza di pedalata. A­mo la quiete, dopo tanta velocità abbassare il regime del proprio motore non può che far bene. Non si può sempre andare a 110 pedalate al minuto ed è bello anche passeggiare. Ecco, io in bici vado di fretta, ma nella vita ho il passo lento del montanaro: è pur sempre una questione di regolarità».

da tuttoBICI di Novembre

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