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PUSATERI, QUELLO DURO A MORIRE
dalla Redazione | 20/07/2017 | 07:38

Il downhill e il cross country lì sono di casa. Ma a Pietermaritzburg, la vocazione cicilistica si sublimerà a inizio settembre con i Mondiali di paraciclismo. Perché il ciclismo dei diversamente abili decanta, nel cuore della città sudafricana che porta le cicatrici dell’apartheid e che sa cosa vuol dire andare oltre le barriere.

A Pietermaritzburg, un’ottantina di chilometri dall’oceano affacciato su Durban, Andrea Pusateri ci arriverà ripetendo come un mantra l’Invictus citato anche dal Nelson Mandela cinematografico: “Io sono padrone del mio destino, io sono il capitano dell’anima mia”.

Del resto, Pusateri, è un ragazzo di 24 anni che non ha paura di sfidare il mondo con il sorriso sulle labbra. Ai Campionati paralimpici delle scorse settimane ha conquistato un secondo posto nella gara a cronometro e un argento nella prova in linea. Un secondo gradino scalato anche nella terza e ultima prova di Coppa del mondo a Emmen, in Olanda, al termine di una prova a 39 orari di media, nonostante la pioggia. Ricordi freschi, che riecheggiano nella memoria di Pusateri tra le vallate di Livigno, dove sino al prossimo 6 agosto preparerà l’avvicinamento al Sudafrica.

Lui che le idee chiare le ha e non le camuffa dietro a ipocrisie di comodo: «Voglio scrivere la storia del ciclismo paralimpico. Voglio che resti qualcosa di me, una volta che avrò smesso. E so che per ottenere un risultato bisogna volerlo. Altrimenti le difficoltà avranno la meglio».

La vita l’ha messo duramente alla prova, ma oggi Andrea pedala con il vento in faccia, senza paura di uscire dal gruppo. A tre anni e mezzo ha perso entrambe le gambe sotto un treno. La mamma, nell’estremo tentativo di salvarlo, su quei binari ci ha lasciato la vita. Una delicata operazione chirurgica ha permesso al piccolo Andrea di recuperare la gamba destra, grazie anche all’utilizzo proprio di parte dell’altro arto. Sulle dita delle mani, adesso, Andrea porta inciso un segno del destino: “Die hard”, duro a morire.

E un duro, Pusateri, lo è davvero. Perché le sue 20 ore di allenamento settimanale lo hanno portato fino alla conquista del titolo italiano. E a rialzarsi dopo ogni altra caduta. Come tre anni fa, sulle strade del Comasco, quando la ghiaia sull’asfalto l’ha fatto cadere e costretto al coma farmacologico per due ematomi cerebrali. «Ma, poi, mi sono ripreso la mia vita», sorride oggi. Non passeranno che tre mesi, infatti, prima della vittoria nella prova inaugurale di Coppa del mondo a Magnago, con tanto di dedica alla nonna irrimediabilmente malata.

Pusateri, con il Sudafrica all’orizzonte, guarda avanti come ha sempre fatto, «senza arrendersi mai». E con la forza di chi ha testato sé stesso nella vita, su e giù dal sellino. «Sono il titolo mondiale, non tanto le Paralimpiadi. Ma dico di voler lasciare il segno nel mio sport, non tanto e non solo per i risultati sportivi. Vorrei contribuire a dare regole più chiare, normative più eque nell’accorpamento di atleti con disabilità differenti, che troppo spesso oggi gareggiano nella medesima categoria».
  

Stefano Arosio

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