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TRAUMA CRANICO LIEVE, IL PIÙ SUBDOLO: COME FARE? PROF. DEL SAN RAFFAELE APPASSIONATA DI BICI CI SPIEGA TUTTO
di Nicolò Vallone | 22/01/2026 | 08:40

Nei mesi scorsi, chi vi scrive ha avuto modo di assistere a un convegno organizzato dalla Scuola dello Sport del CONI Lombardia, mirabilmente diretta da Adriana Lombardi. Il titolo della giornata era Colpi di testa e, attraverso una serie di interventi a rigoroso carattere scientifico, ha trasmesso ai presenti un messaggio fondamentale: se non c’è sangue, non vuol dire per forza che va tutto bene. Specialmente quando si tratta di… colpi di testa, appunto. O meglio, colpi alla testa.

Il protagonista attorno cui ruotava il convegno, infatti, era il trauma cranico lieve, altrimenti detto commozione cerebrale. Non il più grave o severo, ma proprio per questo il più subdolo. Non si trattava prettamente di ciclismo, ma di sport in generale, e per questo non ve ne abbiamo dato notizia a suo tempo qui su Tuttobiciweb. Tuttavia tra le relatrici vi era una vera appassionata della bici: Rossella Tomaiuolo (a sinistra nella foto-collage dell'articolo, dove l'abbiamo accostata a un Ganna che si tiene il capo aggiustandosi il casco) direttrice della Scuola di Specializzazione in Patologia Clinica e Biochimica Clinica dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Abbiamo dunque rivolto alcune domande specifiche alla professoressa Tomaiuolo, che ringraziamo per la disponibilità a fornire approfondite risposte:

Cos’è esattamente il trauma cranico lieve? 

«Il trauma cranico lieve, o mild traumatic brain injury, è definito clinicamente da un punteggio alla Glasgow Coma Scale tra 13 e 15, dalla possibile presenza di amnesia o perdita di coscienza breve e da sintomi neurologici transitori. In ambito sportivo si usa spesso il termine commozione cerebrale, o ancora concussion: non è un sinonimo perfetto, ma nella pratica descrive lo stesso fenomeno, cioè una alterazione funzionale del cervello indotta da forze biomeccaniche, spesso senza lesioni visibili alla TAC. È importante considerare che il trauma cranico lieve è soprattutto un problema funzionale, non sempre visibile agli esami.»

Quali sono i biomarcatori e i sintomi? 

«I sintomi comprendono confusione, amnesia dell’evento, cefalea, vertigini, nausea, disturbi dell’equilibrio, della vista e dell’attenzione. Possono comparire subito o nelle ore successive. Negli ultimi anni si sono affermati biomarcatori ematici come GFAP e UCH-L1, che aiutano a identificare il danno cerebrale e a decidere se siano necessari ulteriori accertamenti, come la TAC.»

Perché è difficile riconoscerlo subito dopo una caduta? 

«Spesso non dà segni evidenti immediati. L’adrenalina, il dolore diffuso e la pressione agonistica possono mascherare confusione e rallentamento cognitivo. Inoltre, i sintomi possono essere fluttuanti e comparire a distanza di minuti o ore. Il messaggio chiave deve essere che un “via libera” immediato non esclude un trauma cranico lieve.»

Quali sono i rischi di riprendere subito l’attività? 

«Ripartire espone al rischio di una seconda caduta quando il cervello è ancora vulnerabile, con possibilità di peggioramento clinico e tempi di recupero più lunghi. Inoltre, aumenta il rischio di sintomi persistenti, come cefalea cronica, disturbi del sonno e difficoltà cognitive. In medicina forzare i tempi, spesso, peggiora la prognosi!»

Quali sono oggi i metodi più avanzati di diagnosi? 

«La diagnosi è sempre integrata: valutazione clinica standardizzata, test cognitivi, esame dell’equilibrio e dei movimenti oculari, biomarcatori ematici e, in casi selezionati, imaging avanzato. Non esiste un singolo test risolutivo.» 

Qual è il suo rapporto con il ciclismo? 

«Vado in bicicletta da corsa in modo amatoriale e questo mi ha resa ancora più consapevole di quanto sia facile sottovalutare una caduta. Chi va in bici conosce bene la sensazione di rialzarsi “apparentemente bene” e la tentazione di ripartire subito. Dal punto di vista medico, però, so quanto sottili possano essere i segni iniziali di un trauma cranico lieve e quanto sia importante fermarsi anche quando non c’è un dolore evidente. Quindi, seguo il ciclismo con interesse sia scientifico sia professionale, posso dire che la gestione del trauma cranico è particolarmente complessa e rilevante in termini di sicurezza.»

Ha dati sull’incidenza nel ciclismo? 

«I dati variano molto, ma la concussione rappresenta una quota non trascurabile delle lesioni nel ciclismo su strada. È probabile che molti casi non vengano riconosciuti immediatamente, soprattutto in assenza di screening sistematico. Credo che bisognerebbe ampliare il campo e capire che il problema non è solo quanti casi ci sono, ma quanti non vengono visti!» 

Che consigli darebbe ai produttori di caschi? 

«Investire sulla protezione dalle forze rotazionali, su test che riflettano meglio gli impatti reali e sulla stabilità del casco una volta indossato. La tecnologia c’è, ma va orientata al trauma reale.»

Cosa consiglia a chi cade in bici e batte la testa? 

«Fermarsi, non minimizzare, osservare i sintomi e, in caso di dubbio, evitare di riprendere subito l’attività. Un casco danneggiato va sempre sostituito. Quello che posso consigliare è considerare la prudenza uno strumento di prevenzione. Nel dubbio, ci si ferma!»

Prendiamo due casi di cadute "illustri" di corridori italiani nel 2025, Elisa Longo Borghini al Fiandre e Filippo Ganna al Tour de France: entrambi dopo la caduta hanno avuto dai dottori di corsa il permesso di rimettersi in sella e correre, ma nei minuti e nei chilometri successivi i medici delle loro squadre hanno ravvisato sintomi riconducibili al trauma cranico lieve (per Longo Borghini il comunicato del team ha parlato di signs of confusion mentre Ganna non ricordava la dinamica della caduta di poco prima) quindi sono stati definitivamente fermati: questo ci dice ulteriormente quanto, nell'immediatezza della caduta, sia difficile ravvisare i segni inequivocabili del sospetto trauma cranico lieve...

«Questi due casi mostrano una gestione corretta: iniziale valutazione, rivalutazione successiva e decisione di fermarsi alla comparsa di sintomi. Al contrario, la gestione errata è tornare a correre troppo presto ignorando segnali cognitivi sottili.»

Cosa pensa del protocollo UCI (in allegato poco sotto)?

«Come strumento di sicurezza è solido, ma va inteso come triage e monitoraggio, non come una garanzia assoluta»

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