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TIBERI: «OBIETTIVO? CRESCERE. SOGNO? IL GIRO»
di Giorgia Monguzzi | 28/04/2021 | 08:10

Antonio Tiberi è uno dei gioiellini del nostro ciclismo, ha solo 19 anni, ma sulle sue spalle pesa già la mole delle grandi aspettative. Talento precoce, ha di­mostrato di saper regalare grandi emozioni ai suoi tifosi, uno fra tutti l’oro mondiale nella lotta contro il tempo nella categoria junior che ha fatto suonare l’ennesima campanella di allerta fenomeno. Per lui, dopo tutto, l’incontro con il ciclismo era scritto nel destino, niente casualità, ma un amore improvviso che ha scelto e ha voluto seguire: «Avevo solo 8 anni quando ho capito che il mio fu­turo era pedalare - spiega Antonio -: un pomeriggio ho visto una squadra di giovanissimi correre e così ho iniziato a chiedere a mio padre di avere una bici. Continuava a ripetermi che per me era troppo presto, ma poi fortunatamente un giorno, complice il mio compleanno, mio zio me ne ha regalata una ed è riuscito a farmi inserire in una squadra».

Per il giovane ragazzo romano è stato un susseguirsi di emozioni e di traguardi, uno dopo l’altro: nel 2020 ha militato tra gli under 23 con il team Colpack, in una stagione completamente tagliata dal covid nella quale ha comunque centrato un bellissimo successo al Trofeo Città di San Ven­de­miano. Aveva il contratto già in tasca e quest’anno ha esordito formalmente tra i professionisti con la Trek Segafredo, un team che è già diventato per lui come una seconda casa.
Il 2021 per Antonio Tiberi non è iniziato nel migliore dei modi: una caduta tremenda all’UAE Tour lo ha messo fuori dal gioco, per fortuna senza gravi conseguenze. Recente­men­te ha disputato la Set­timana internazionale Coppi e Bartali centrando la prima top ten della carriera (nella quarta tappa, quella di San Marino) e andando oltre tutte le sue aspettative.

Primo anno tra i prof e sei già in una squadra di lusso. Come ti stai trovando nel team Trek Segafredo?
«Devo ammettere che all’inizio ero piuttosto agitato, in molti mi dicevano che così giovane in una squadra di quel livello sarei stato poco tutelato, in realtà è stato esattamente l’opposto. Mi sono trovato in un team bellissimo e con uno staff super che si è preoccupato di crearmi un programma che mi permetta di crescere senza strafare. Ab­biamo formato un bel gruppo e ho fatto amicizia soprattutto con Antonio Nibali, Jacopo Mosca e Giulio Ciccone che è un po’ il festaiolo della squadra».

Com’è correre con Vincenzo Nibali?
«È qualcosa di pazzesco, un sogno che si avvera. Io sono cresciuto guardando in televisione le sue imprese, la sua azione nella tappa di Montalcino è uno dei miei ricordi più belli, pensare di correre con lui, lavorare per lui e addirittura dividerci la stanza va oltre tutto quello che avrei mai immaginato».

Sei passato da Junior alla massima categoria con un solo anno tra gli under 23. Stai sentendo la differenza?
«Già l’anno scorso ho provato a fare un paio di corse con i professionisti grazie alla nazionale italiana e devo dire che all’inizio era durissima. Sen­tivo pesare la differenza soprattutto nei finali di gara, quando i migliori aprono il gas. Io ero abituato a gare molto più brevi, invece in queste corse inizialmente arrivavo stanco morto e staccato. Ho iniziato il 2021 con tanta voglia di fare, mi sentivo benissimo, poi purtroppo è arrivata la caduta all’Uae Tour che mi ha un po’ demoralizzato».

A proposito della caduta all’Uae Tour nella seconda tappa a cronometro, vista dalla televisione è stato qualcosa di veramente terribile: ma esattamente come è successo?
«Non saprei proprio dirlo. Erano gli ultimi metri della cronometro individuale, stavo andando veramente a tut­ta, poi ad un certo punto mi sono ritrovato improvvisamente a terra. Alla fine me la sono cavata con un paio di punti al ginocchio, mi sono ritirato più per precauzione che per altro, i primi giorni mi faceva un po’ fastidio quando pedalavo, poi però ci ho fatto l’abitudine, addirittura ho corso il Gp Larciano ancora con i punti. Rivedendo la ca­duta in video mi sono spaventato veramente tanto, è lì che ho capito che in qualche mo­do sono stato graziato. Sul momento è stato davvero brutto, ero a terra senza capire cosa fosse accaduto e senza nessuno che mi venisse aiutare, c’era molta gente ma nessuno che si avvicinasse, molto probabilmente la paura per il co­vid ha fatto la sua parte.»

Poi alla Coppi e Bartali ti sei preso una bella rivincita con la prima top ten della carriera...
«Sono davvero soddisfatto dei cinque giorni di gara, durante le tappe mi sono sentito veramente bene, per la prima volta mi sono trovato nelle fasi di gara a giocarmela con i migliori, è la dimostrazione che posso reggere il passo anche quando in gruppo si inizia ad aprire il gas. Ad inizio stagione mi ero prefissato di fare di tutto per trovarmi bene in questa categoria, di non fare più fatica e tenere il ritmo e sono contento di esserci già riuscito. La top ten è stata un regalo inaspettato, per di più nella tappa più dura con arrivo a San Marino. Il giorno dopo a Forlì non l’ho raggiunta per un soffio, è stata una tappa folle, ma sono comunque arrivato con tutto il plotone».

Che tipo di corridore vorresti diventare?
«È difficile dirlo, ma nelle poche esperienze che ho fatto mi trovo molto be­ne nelle gare a tappe; a cronometro sono molto forte e mi piacciono le salite lunghe e costanti dove posso salire con il mio passo. Ci sono i presupposti per fare bene, ma per il momento i preparatori hanno scelto di non mettermi pressione, mi hanno detto di seguire l’istinto e vedere come va. Il mio sogno più grande è quello di poter essere al via del Giro d’Italia e chissà, un giorno vincere anche una tappa. È in assoluto la mia corsa preferita, seguendola mi sono appassionato al ciclismo e poi at­traversa tutte le zone che conosco. Di­ciamo che fin da giovanissimo mi sono già fatto un mio personale Giro d’Italia muovendomi dal Lazio alla Toscana e poi in Lombardia »

Quale sarà il tuo grande appuntamento per questa stagione?
«In questi giorni sono al Giro di Romandia, ma il grande obiettivo è fare bene al Tour de Suisse. En­trambe sono corse a tappe di circa una settimana, penso che siano quelle che mi si addicono maggiormente, si aprono e si chiudono con una cronometro e hanno salite non troppo impegnative. Penso che siano un primo banco di prova importante».

A fine 2019 hai vinto un bellissimo titolo mondiale a cronometro nella categoria Junior: cosa ti è rimasto e cosa è cambiato da quel giorno?
«È stata una bella dose di adrenalina, un’emozione bellissima che ricorderò per tuta la mia vita. Quella vittoria mi ha dato più consapevolezza nelle mie capacità, ora quando devo affrontare una gara, anche se non sono più nella categoria junior, mi ricordo di ciò che ho fatto quel giorno e in un attimo l’ansia va via. Soprattutto quando devo affrontare una cronometro tutto questo è fondamentale, mi permette di essere più tranquillo e ancora più concentrato».

E quando finalmente scendi dalla bici a cosa ti dedichi?
«Ogni giorno cerco di trovarmi un po’ di tempo libero per staccare un attimo. La mia passione più grande è quella delle armi, ce l’ho fin da quando ero bambino, forse è arrivata addirittura prima di quella per la bicicletta. Le pi­stole giocattolo mi hanno sempre affascinato, poi andando avanti ho iniziato a comprarmele da solo e a collezionarle. Ora possiedo un po’ di tutto, pistole, carabine e balestre, è quasi una collezione. Alla mattina pedalo e do tutto me stesso per allenarmi, poi al po­meriggio vado al poligono e mi sfogo, butto fuori tutto quello che ho e in qualche modo mi purifico. Amo stare all’aria aperta e camminare tra i prati, mi sento proprio libero»

E se dovesse piovere?
«Beh, mi rimane sempre l’amata playstation. Lei di sicuro non mi tradisce mai!».

da tuttoBICI di aprile

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