Si staccò. Che cos’hai?, gli domandò Eberardo Pavesi, l’Avocatt, il suo direttore sportivo dall’ammiraglia della Legnano. Ho i crampi, gli rispose. Pavesi si allontanò, sparì, poi tornò, si affacciò dal finestrino, estrasse un mazzetto di ortiche e tentò di resuscitare quelle gambe dure come legni.
Adesso ride, Angelo Bugini, raccontando come fosse Pavesi, “un duro”, “modi sbrigativi”, “dialetto milanese”, “basco in testa e pipa in bocca” e “quel mazzetto di ortiche contro il mal di gambe”, efficace se Bugini, minacciato, saltò sui pedali e andò in fuga, se non dal gruppo, almeno dal suo direttore sportivo. Ottantacinque anni da compiere il 2 dicembre, varesotto di Caronno Pertusella, papà meccanico alla Montecatini della Bovisa a Milano, mamma operaia, sorella che avrebbe fatto l’operaia, e lui, Bugini, cinque anni di elementari e tre di avviamento professionale, a 14 anni meccanico a Milano, ma con la passione per la bicicletta.
Dalla prima bici (“Una Bianchi, così grande che pedalavo sotto canna”) alla prima bici da corsa (“Un’altra Bianchi, era appartenuta a un corridore, Giuseppe Favero, credo”), dalla prima corsa (“Esordiente, dalle parti di Vedano Olona, arrivai in gruppo, fu un successo”) alla prima vittoria (“Non me la ricordo, ma di una cosa sono certo: vinsi per distacco, perché in una volata a tre sarei arrivato quarto, avrei perduto anche dalla mia ombra”), la prima maglia quella della Saronnese (“Era il 1958”), poi quella della Lainatese (“Dal 1962, e correvo su bici Legnano”), quindi la Legnano (“Era il 1965, contratto biennale, firmai quello che c’era da firmare, perché si firmava senza discutere, e senza discutere si accettava tutto quello che dicevano loro”). Con i suoi racconti, Bugini è stato tra gli ospiti d’onore delle giornate dedicate alla Legnano (bici) da Legnano (città).
Gregario: “Nel 1965 i capitani erano Luciano Sambi e Silvano Schiavon, scalatori, nel 1966 c’erano anche Flaviano Vicentini e Adriano Passuello. In squadra ho avuto pure Giancarlo Ferretti, Franco Bodrero, Emilio Casalini… Ognuno si allenava per conto suo: Pavesi aveva idee antiche, a dirigere c’erano Umberto ‘Lupo’ Mascheroni e Umberto Marnati, innanzitutto meccanici, ma poi anche allenatori, accompagnatori, dirigenti, massaggiatori e medici, di tutto”. Testimone: “Correre per la Legnano era un onore. Con quella maglia si era scritta la storia del ciclismo. Binda? Mai visto. Bartali? Sì, dai tempi in cui dirigeva la San Pellegrino e selezionava i migliori dilettanti per portarli al professionismo. Coppi? Nella corsa dedicata al fratello Serse, si passava tre volte sul colle di Castellania, vinsi i gran premi della montagna e fui premiato proprio da Fausto”.
Due Giri d’Italia, Bugini nel 1965 fu 57°, a 2.32’03” da Vittorio Adorni, nel 1966 51°, a 2.16’30” da Gianni Motta: “Mai corso per fare classifica, ma solo per aiutare i capitani. E dopo averli aiutati, mi staccavo”. Migliore risultato un ottavo posto: “Giro del 1965, la Milano-Novi Ligure, fuga a nove, vinse Danilo Grassi su Dino Zandegù, ed è già tanto che io riuscii a batterne uno, ed era pure buono, il belga Yvo Molenaers”. Sei giorni più tardi si arrivò sullo Stelvio: “La tappa fu interrotta da una slavina piombata sulla strada a 200 metri dal traguardo. I primi, bici in spalla, furono fatti passare. Gli altri, no. Io ero fra quelli. Scesi dalla bici, mi appoggiai a una parete di ghiaccio ed ero così sfinito che mi addormentai”. Bugini ricorda qualche fuga: “Per andare in fuga bisognava ragionare con gli Adorni e i Gimondi, i Motta e i Dancelli… Insomma, non era mica facile”. Lui le provò tutte: “Anche in pista. Ma dopo che caddi e mi fratturai una spalla, la lasciai perdere”. Le provò quasi tutte: “Niente ciclocross”. Ma sempre da gregario: “Giro di Romandia 1966, aiutai Motta anche se eravamo in squadre diverse, almeno una briciola della sua vittoria finale la sento ancora mia”. Rimpianti? “Zero. Tutto quello che facevo, lo facevo volentieri”.
Le statistiche registrano Bugini professionista anche nel 1967: “La Legnano si sciolse, rimasi a spasso, Adriano De Zan mi convinse a passare alla Gbc. L’importante – mi disse – è che tu faccia un po’ di chilometri, i primi, in testa, noi registriamo le immagini, poi te ne torni a casa. E così feci. Partecipai a due o tre corse, senza contratto, senza allenamenti, perché nel frattempo ero tornato a lavorare meccanico in fabbrica. Pronti, via, in testa, a testa alta per mostrare la maglia bianca e nera della Gbc, poi mi ritiravo”. Dalla fabbrica passò in banca: “Per fortuna”. E la bici? “Sempre, un po’ da amatore, un po’ a spasso, un po’ anche in città, e in città usavo quella da donna. Più comoda”