Nel 2025, con altri otto, ha pedalato da Canterbury, Inghilterra, a Roma, più di duemila chilometri francigeni, attraversando la Manica e valicando le Alpi: obiettivo, il Giubileo. Quest’anno, con altri due, ha pedalato da Alicante, Spagna, a Torino, quasi duemila chilometri, superando anche i Pirenei: traguardo, la Sacra Sindone. E ha appena concluso una doppia Eroica, con una trentina, di cui la metà disabili, sabato il percorso di 135, domenica quello da 50, chilometri sempre bianchi: arrivo, la festa.
Più forte del Don Camillo letterario e più resistente del Don Matteo televisivo, Don Agostino Frasson sarà insignito del Cuore d’argento, un riconoscimento del Premio Emilio e Aldo De Martino, venerdì 9 ottobre alle 11.30 durante l’assegnazione del Premio internazionale Vincenzo Torriani al Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo. Sessantacinque anni, origini padovane, ma nato a Rho, prima la laurea in Filosofia poi gli studi teologici, attualmente direttore dell’Istituto Sant’Antonio di Cassago, superiore della Casa Don Guanella di Lecco e di Cassago nonché presidente della cooperativa sociale della Cascina Don Guanella a Valmadrera, fra la vocazione (al sacerdozio) e la conversione (al ciclismo), Don Agostino è stato scelto “per il suo instancabile impegno nel coniugare la pratica del ciclismo con progetti sociali di accoglienza, cura e inserimento lavorativo per i giovani in grave disagio sociale”.
Don Agostino sostiene che “si pedala per salvare la propria anima”. Lui è una forza della natura: inesauribile nelle energie, irresistibile nelle iniziative. Volere è potere e, in bici, volere è volare, l’importante è partire e, in bici, partire è già arrivare, tant’è vero che, in bici, a vincere, dal primo all’ultimo, sono sempre tutti. Insomma, la bici guarisce, redima, riabilita. La bici compie miracoli. “E io mi sento più forte di prima, forte come non mai”. La sua più recente passione è la gravel: “Permette di abbandonare le strade e abbracciare i sentieri, allontanarsi dall’asfalto e avvicinarsi alla natura. Quest’anno, con mio nipote, abbiamo pedalato l’Alta Via del Sale, da Limone Piemonte a Ventimiglia. Una meraviglia”.
Don Agostino ha trasformato la Cascina di Valmadrera in un piccolo paradiso terrestre. La cascina insegue un progetto di agricoltura sociale per l’accoglienza e la cura, la formazione e l’inserimento lavorativo di giovani a grave rischio di esclusione sociale: orto, stalla, caseificio, cantina, panificio e vari laboratori. Poi c’è un ristorante, con piatti che nascono a pochi metri dalla tavola: verdure dell’orto, formaggi del caseificio, pane del panificio, vino e birra della casa. Perché c’è anche il birrificio: orzo distico e luppolo coltivati in cascina, acqua della propria fonte a 80 metri di profondità, tredici tipi di birra. E cuochi. E camerieri. Tutto fatto in casa. “Il nostro prossimo progetto è l’Agribike – spiega il prete tuttofare -. Sedici posti-letto, sala-conferenze, tutto l’occorrente per gruppi di ciclisti, nel nome del turismo sostenibile. Fra due anni saremo pronti”.
Ha il senso del gruppo, Don Agostino: “Il segreto sta nella condivisione. E condividere la fatica unisce. La strada è la vita. Si sale e si scende, si cade e ci si rialza, si fora e si ripara, si fugge e si insegue, si fa la volata ma anche il surplace, ci si passa la borraccia, ci si spinge. Viva i gregari”. E i corridori vengono spesso invitati in Cascina per dare una testimonianza di vita: da Cadel Evans a Marzio Bruseghin, da Gianni Bugno a Claudio Chiappucci, da Alessandro Ballan ad Alessandro Vanotti, da Luca Paolini a Mauro Santambrogio fino a Sonny Colbrelli. “Tutti hanno almeno una bellissima storia da raccontare: la loro”.
Eccolo lì, Don Agostino Frasson. Salta sulla C64 che Ernesto Colnago gli ha regalato personalmente, e pedala. Un po’ Pogacar e un po’ ET, un po’ capitano e un po’ gregario, un po’ maglia rosa e un po’ maglia nera. Chissà se quelle che nasconde sono lacrime da velocità o da commozione.