Quello di Giulio Ciccone all'Europeo in Slovenia è forse l’argento più amaro della sua carriera ed è difficile trovare una risposta, quando in gara la vittoria sfugge per un soffio.
Per pochi millimetri Giulio Ciccone ha visto sfumare il sogno europeo. Al fotofinish, dopo una volata a due, la maglia di campione d’Europa è andata a Remco Evenepoel. L’abruzzese si è dovuto accontentare dell’argento, ma è una medaglia che fatica a riconoscere come un risultato.
All’arrivo, per qualche interminabile secondo, nessuno dei due aveva capito chi avesse vinto. Poi è arrivata la comunicazione ufficiale: Evenepoel primo, Ciccone secondo. Una sentenza dolorosa, forse la più amara della carriera del corridore azzurro.
«La sensazione subito dopo la comunicazione dei risultati è stata la più brutta della mia carriera. Non ho mai sofferto così per un secondo posto - ha raccontato Ciccone - Quando c’è una maglia in palio, il colore della medaglia conta poco. Io volevo soltanto quella d'oro».
La corsa aveva però offerto all’italiano lo scenario migliore possibile. Alle sue spalle, infatti, c’era il compagno di nazionale Christian Scaroni, inizialmente staccato ma poi capace di rientrare dopo la discesa. «Sono stato fortunato nella situazione di gara, perché Scaroni era da solo appena dietro di noi. Il distacco era di appena trenta secondi e, per un momento, non ho capito se si stesse avvicinando oppure no. Ha spinto molto e alla fine è riuscito ad avvicinarsi molto».
L’assenza delle radioline ha reso ancora più incerta la lettura della corsa. Con l’ammiraglia azzurra lontana, Ciccone ha dovuto interpretare da solo ciò che stava accadendo alle sue spalle, affidandosi alle sensazioni e agli sguardi. La certezza della posizione del compagno, è arrivata solo a pochi chilometri dal traguardo, quando una moto in corsa, ha fornito i distacchi.
Poi è arrivato il finale, studiato nei dettagli. L’ultima curva doveva essere il punto decisivo, ma anche Evenepoel aveva fatto lo stesso ragionamento. «Avevo un piano, ma Remco voleva entrare per primo. Ho cercato di prendere la traiettoria migliore e di giocarmi tutto per vincere. È stato davvero durissimo».
Ciccone non ha rimpianti. «La curva l’avevo studiata e l’ho fatta come volevo. Sono uscito come volevo. Penso di non aver sbagliato niente». Ed è forse proprio questo ad alimentare la delusione: non c’è un errore a cui aggrapparsi, una scelta da correggere, un’occasione sprecata.
«Eravamo super fortunati con la situazione che si era creata. Scaroni vicino, io ho avuto l’occasione di stare a ruota: non si poteva chiedere uno scenario migliore. Però le corse sono così».
Resta una medaglia d’argento, ma oggi pesa come una sconfitta. Ciccone ha ripreso fiato, ha guardato al risultato e alla qualità della sua gara. La consapevolezza arriverà forse più avanti. Per ora rimane soltanto quel margine minimo, quasi invisibile, che ha consegnato a Evenepoel la maglia europea e all’azzurro il secondo posto più difficile da accettare.