QT8, Quartiere Triennale 8, a Milano. Quello della ottava edizione della Triennale a Milano, dopo la Seconda guerra mondiale. Quello nato dalle macerie, e sulle macerie, della guerra. Quello della Montagnetta. Quello del progetto dell’architetto Piero Bottoni, della chiesa circolare di Santa Maria Nascente, quello del Villaggio della madre e del fanciullo. Quello del verde e dello sport. Quello che domenica scorsa di è regalato una giornata di festa per ricordare, ritrovare, ripartire.
Incontri, discorsi. Visite guidate e libere. Un mercatino, una mostra. Una corsa. E il Giardino dei Giusti sempre pronto per un omaggio, una dedica. Nella Milano globale e internazionale, nella Milano anonima e frenetica, un’aria locale e condominiale, anzi, municipale (il Municipio 8), sana e paesana, tutto il tempo per chiacchiere e caffè. Nella Milano della velocità, un giorno di lentezza. Nella Milano dell’apnea, un’area di sosta.
In mostra, anche lo sport. Stadio, la Montagnetta. Fra Alberto Cova e Francesco Panetta che si allenavano correndo in quel labirinto di sentieri studiati da Giorgio Rondelli e Alberto Tomba che qui conquistava la prima vittoria di uno slalom esistenziale, c’è anche il ciclocross. Il ciclocross di Renato Longo. Anni, quelli dalla fine degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Settanta, da fuoriclasse con la bici tra le gambe e sulle spalle. Gambe da trampoliere, da fenicottero.
Lunga vita a Longo. Che a 14 emigrò da San Lorenzo di Vittorio Veneto alla Milano del Giambellino, quella di Cerutti Gino, quella cantata da Giorgio Gaber. Che trovò lavoro come garzone di una panetteria. Che acquistò la prima bici a 18 anni, a Milano, dove ormai lavorava da panettiere, prima in piazza Tommaseo, poi in via Vincenzo Monti, infine al 45 di viale Certosa (e al 45 di viale Certosa abitava un gigante del ciclismo, era Tano Belloni, l’Eterno Secondo, e Belloni regalava a Longo i biglietti per entrare gratis al Vigorelli). Che lavorava di notte e si allenava di giorno, anche consegnando due quintali di pane all’Alfa Romeo stanziata al Portello. Che da corsa a corsa viaggiava in macchina quando andava bene, altrimenti in treno, altrimenti in bici. Che nel 1959, per il campionato italiano di ciclocross, venerdì 30 gennaio fece 50 km da Milano a Cavaria in provincia di Varese per visionare il percorso, poi ne fece altri 50 km per rientrare a Milano, quindi lavorò di notte, sabato 31 gennaio tornò a Cavaria, domenica 1° febbraio gareggiò e vinse (“Su un percorso pesantissimo – scrisse Rino Negri sulla ‘Gazzetta dello Sport’ – e in uno scenario siberiano”), poi rientrò a Milano per lavorare di notte (e lunedì mattina 2 febbraio, davanti alla panetteria, c’erano fotografi e giornalisti che volevano sapere tutto di lui).
Lunga vita a Longo. Che nel ciclocross vinse 233 delle 388 corse disputate (ma che gareggiava e vinceva anche su strada e su pista). Che nel ciclocross conquistò cinque titoli mondiali e 12 italiani (però il primo titolo italiano, totale 13, se lo guadagnò su pista dietro motori fra i dilettanti). Che per saperne di più ci sono i libri “Renato Longo – Il campionissimo del ciclocross” di Ido Da Ros (U.C. Vittorio Veneto) e “Pedalare nel fango” di Carlo Gugliotta (Alba).
Lunga vita a Longo. Era del 1937, morì nel 2023, un paio di mesi prima di compiere 86 anni. Ma al QT8, sulla Montagnetta, è ancora lì che sgamba.