Editoriale
Più che gli avvocati poterono gli sponsor. Il presentimento che tutto abbia un prezzo e che anche la morale possa essere acquistata «un tanto al chilo» lo nutrivamo da tempo, ma adesso ne abbiamo la certezza. Lo sport, per i santoni del Coni, delle Federazioni, della più rigorosa e garantista stampa sportiva è e resta uno dei veicoli più efficaci e di maggiore aggregazione e formazione di un ragazzo. Dobbiamo solo capire di quale formazione/trasformazione si tratti: se in farabutto o in brava persona. Noi non sappiamo bene dove si diriga la trasformazione ma abbiamo la chiara sensazione che si diriga sempre e comunque verso lo sponsor. Nel senso che se sei uno stupratore-cannibale che sa boxare come Tyson ma poi dietro hai un buon manager e un adeguato numero di partner, lo stupratore-cannibale può essere riproposto al mondo intero con assoluta naturalezza, come se nulla fosse. Lo stesso discorso può essere fatto anche per uno dei più grandi fuoriclasse dello sci alpino di tutti i tempi come Alberto Tomba, che non ha esitato, in questi anni, a distinguersi come un normale balordo da bar, pronto a far rissa e a scagliare coppe contro i fotografi.Se poi è anche un probabile provetto evasore fiscale che importa? L’importante è negare e presentarsi il sabato sera come se nulla fosse accaduto da Raffaella Carrà e magari prestarsi - ben imbottito di sonanti motivazioni in euro - per un addio allo sci organizzato per l’occasione al Sestriere con la benedizione di tutti: anche dei cronometristi. E che dire di Giovanni Soldini, il velista solitario, al quale vengono dispensate paginate di recensioni per una sua vittoria (di tappa!) e si irrita con chi lo disturba per avere lumi sul naufragio di alcuni suoi colleghi morti miseramente? Insomma, esempi di sportivi autentici, che ci vengono proposti come feticci da prendere ad esempio e possibilmente imitare. La morale torna invece prepotentemente, come d’incanto, quando c’è da bastonare atleti di piccolo taglio come Rodolfo Massi, finito sotto inchiesta in Francia per lo scandalo Festina. Ma valutando nemmeno tanto attentamente la moralità che regna nel mondo dello sport, mi sento di dire che Rodolfo Massi, al quale auguriamo una pronta guarigione e tutte le fortune possibili, ha solo un torto: quello di avere probabilmente al suo fianco un buon avvocato ma soprattutto uno sponsor poco influente.

Il coraggio di guardarsi dentro. Forse noi del ciclismo non saremo mai abbastanza grati a Zeman e a tutta la magistratura che sta indagando nello sport, perché volontariamente o involontariamente hanno finito per scoperchiare una serie di casi che il mondo dello sport nascondeva bellamente. E la storia è simile a quella precedente: da una parte uno sport, il ciclismo, che può essere raffigurato in Rodolfo Massi e dall’altra il calcio, il basket, l’atletica, sport più opulenti, con le sembianze muscolari di Tyson, che fanno finta di niente. Per il ciclismo il dovere di rispettare le regole, di dare il buon esempio, di non perdere i sani principi dello sport; per il calcio e compagnia l’esigenza di produrre spettacolo: con qualunque mezzo (e prezzo).
Questo è anche il pensiero di Hein Verbruggen, presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale, che in un intervista rilasciata ad Angelo Zomegnan su La Gazzetta dello Sport, non l’ha mandato a dire nemmeno a Primo Nebiolo padre-padrone della Iaaf (la Federatletica internazionale, ndr), che si era permesso di dire con grande leggerezza, che i ciclisti sono tutti drogati. Il ciclismo ha pagato in questi anni un prezzo altissimo per l’ipocrisia del mondo dello sport che si finge d’essere estraneo a questo problema. Il ciclismo, è giusto rammentarlo, dopo essere stato il primo e il solo ad essersi messo in discussione, grazie anche all’impegno degli stessi corridori, da questa stagione si impegnerà una volta di più nella salvaguardia della salute con un decalogo studiato ad hoc dall’UCI e in vigore dal 1 gennaio di quest’anno. L’Unione Ciclistica Internazionale si conferma così Federazione pilota nella tutela dell’uomo-atleta, e si sostituisce alle organizzazioni nazionali carenti o fondate su leggi lacunose. E questo è l’ennesimo passo in avanti verso la trasparenza di una Federazione che già deteneva primati preziosi nella lotta al doping. Per questa ragione il ciclismo può rialzare la testa, senza il timore di dover abbassare lo sguardo.

Vedo e non vedo. La televisione del terzo millenio sarà un grande supermarket. Nel quale ognuno sarà chiamato a costruirsi il proprio palinsesto. Il futuro? Un diluvio mediologico. Stiamo per assistere a una rivoluzione totale, quella segnata dall’era digitale che aprirà la strada a molte forme televisive. La questione è molto complessa e lo scenario pieno di contraddizioni. Il futuro, in genere, si materializza attraverso tagli e rotture. È stato così anche per la nascita della tivù commerciale, arrivata in Italia alla fine degli anni Settanta non cautamente, ma con un effetto dirompente, inarrestabile. Il problema è come affrontare il tempo della transizione. Il ciclismo, più di ogni altro, deve sfruttare al meglio questo momento. Da qualche giorno la Rai è partita con la tivù Tematica, che ingloberà moltissime manifestazioni sportive. Potenzialmente il vasto pubblico del ciclismo avrà la possibilità di vedere più corse; nella sostanza, però, non sarà così. Vivremo il periodo del vedo e non vedo. La tivù ci darà le immagini di quasi tutte le corse, ma gli aficionados dovranno pagare per vedere. Come si diceva: «Volere tappeto? Dare cammello». È come se sui nostri televisori calasse quindi un velo, che potremo togliere solo e soltanto a pagamento. Fino a ieri gli organizzatori e gli sponsor chiedevano ansiosi: ma c’è la tivù? E avuta la risposta affermativa, tutti si tranquillizzavano. Oggi, o meglio domani, dovremo chiedere: ma quale tivù seguirà la nostra corsa? La rete generalista (Rai 1, 2 o 3) o quella tematica (a pagamento)? Insomma, gli organizzatori, le squadre, la Federazione, la Lega, dovranno tutti interrogarsi profondamente e cercare di comprendere quali saranno le strade da percorrere nell’immediato futuro per giungere, in tempo breve, sul pianeta digitale. Dovranno riorganizzarsi, rendere il proprio prodotto sempre più appetibile e inattaccabile. Se resteranno ancorati troppo a lungo alla televisione tradizionale, a quella «del servizio pubblico», il prezzo che si troveranno a pagare sarà molto elevato: molto più del costo di una parabola.

Pier Augusto Stagi
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