Editoriale
Caso Festina, Virenque reo-confesso, Pantani condannato, Armstrong nell’occhio del ciclone, un professionista lombardo fermato qualche mese fa sotto l’effetto di uno spinello e con in macchina sostanze proibite. E ancora, sangue di vitello e urine da conservare: come scenario ciclistico non è male, no? Avanti di questo passo i corridori dovranno tutti munirsi di un avvocato non per siglare i loro contratti ma per pensare alla loro difesa. E chi teme che anche la Federazione Ciclistica Italiana, il prossimo
17 febbraio a Bellaria, possa non trovare subito il suo presidente, rischiando così come la Federcalcio un commissario, consigliamo a tutti di mantenere la calma e stare tranquilli. Il ciclismo non rischierà mai di avere un commissario: ha già tanti piemme...

Si litiga per la pipì. Incredibile, siamo costretti a vedere anche questo. C’è chi vorrebbe liberarsene, e chi vorrebbe trattenerla. La pipì del Tour de France tiene banco. Così la Francia, dopo aver costruito la propria fama per essere produttrice di champagne esclusivi, si trova a dover far invecchiare non solo il brandy, ma anche la pipì dei corridori. Conoscendo i tempi della nostra giustizia, ma un pochino anche quella altrui, pensiamo che tra non molto ci troveremo a parlare di pipì e del loro invecchiamento.
La cosa più divertente è che queste pipì se le stanno contendendo il Ministero della Gioventù, il quale vuole assolutamente che sia conservata, e l’UCI che vorrebbe gettarle in una cloacla. Ma non è tutto. Uno dei punti nodali di questa disputa giuridica è stabilire con certezza a chi appartenga effettivamente l’urina conservata. All’Unione Ciclistica Internazionale, al Ministero o ai corridori? Proprio un gran bel interrogativo. Roba da farsela addosso dal ridere.

L’Europa vive con ansia l’effetto «Mucca pazza», il ciclismo ha il problema del «sangue di vitello». In Francia è stata avviata un’inchiesta giudiziaria per accertare se la US Postal, la formazione di Lance Armstrong, ne ha davvero fatto uso in occasione dell’ultima Grande Boucle. In attesa di saperne di più, noi, poveri tapini, ne capiamo senz’altro meno. Tanto per incominciare l’UCI assicura che non è doping, mentre il principe Alexandre de Morode, presidente della commissione medica del CIO, dopo aver ignorato il fatto fino a ieri, il 12 dicembre scorso ha detto l’esatto contrario annunciando che l’Actovegin, un prodotto norvegese composto da estratti di sangue di vitello e che non figurava tra quelli vietati, è ormai sinonimo di manipolazione sanguigna e pertanto sanzionabile come doping. Poche idee ma ben confuse: che siano tutti affetti da encefalopatia spongiforme?

Sulla sentenza di Forlì, il nostro Cristiano Gatti ha già detto tutto e noi non possiamo che sottoscrivere quanto da lui espresso in modo estremamente efficace. Un sola piccolissima considerazione. La Mercatone avrebbe dovuto comunicare il cambio degli avvocati, Guazzaloca e Insolera - quelli che ebbero la grande intuizione di chiedere l’esame del DNA: vi ricordate? -, come ventilato dallo stesso Pirata il giorno della sentenza. «Mi avevano presentato il caso come una passeggiata, invece...». Invece, si è beccato lo smacco di un comunicato da parte dei legali, che in pratica hanno abbandonato stizziti il caso mandando cordialmente a quel paese Mercatone, Ronchi e Pantani nell’ordine. Insomma, il Pirata e compagnia sono riusciuti a uscire anche in questa circostanza da sconfitti.

Non ce ne voglia Marco, perché da tempo siamo suoi amici e in più di un’occasione l’abbiamo difeso da ingiuste strumentalizzazioni, ma una cosa non l’abbiamo assolutamente capita. Per oltre un anno è andato avanti a dire che a Madonna di Campiglio non tutto era chiaro, che non si capacitava di cosa fosse successo quel giorno. Poi, nell’intervista di Giorgio Terruzzi sulle reti Mediaset, in quella di Alessandra De Stefano sulle reti Rai e, in particolare, sulle colonne del Corriere della Sera, ha detto: «Io ho già pagato per le mie colpe». Quali colpe?

Un nuovo anno è arrivato ma non sappiamo cosa di buono ci porterà. Temiamo di sapere perfettamente cosa ci porterà di brutto, perché il sacchetto di carbone il ciclismo se lo porta dietro da un po’. La speranza è che le istituzioni aiutino lo sport, e in particolare il ciclismo, a migliorarsi, applicando senza schizofrenia i regolamenti a disposizione.
Abbiamo una nuova legge di Stato, ma basta leggere il nostro professor Tredici per comprendere che non saranno tutte rose e fiori, nemmeno in questo caso. C’è bisogno di speranza, in un mondo come quello del ciclismo carico di insoddisfazione e incertezza. Speriamo che il Ministro della Sanità Veronesi riesca a formare una buona Commissione, che tutto sia un po’ più incredibilmente credibile. Auguriamoci che la giustizia spettacolo lasci posto più semplicemente alla giustizia. Auguriamoci che anche Pantani cominci a pedalare di più e a parlare meno di doping. Non vorremmo invece che tutto fosse preso sottogamba, come nella più antica tradizione italiana. Perché, come diceva Flaiano «la situazione è grave, ma non è seria».
Pier Augusto Stagi
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