Gatti & Misfatti
Ciclismo effeminato

di Cristiano Gatti

Finalmente chiudiamo questo terribile 2011 senza vittorie, ma almeno abbiamo le idee molto chiare. Ho ancora qui sulla scrivania la memorabile dichiarazione del presidente Di Rocco, il manovratore del grande treno a due ruote, all’indomani dello storico fallimento mondiale: nien­te drammi, ci ha detto, dob­biamo rimboccarci le maniche e ripartire, tenendoci da­van­ti un esempio perfetto, quello del ciclismo femminile.

Chiaro che la dichiarazione programmatica ri­sentisse pesantemente del fresco successo iridato con la Bronzini, però questo non toglie che meriti di restare a lungo sulla scrivania. A futura memoria, perché nessuno di­mentichi. Certe perle non possono perdersi nella desolazione del cestino. Quando mai troveremo un presidente federale con le idee così chiare? Pos­sia­mo stare tranquilli, lui ci ha in­dicato la via: per uscire dalla pa­lude, dobbiamo solo costruirci il ciclismo effemminato.

Che cosa davvero significhi seguire il modello del ciclismo femminile, io francamente non l’ho ben ca­pito. Forse Di Rocco parlava di spirito battagliero, di coesione di squadra, di orgoglio nazionale, cioè di tutti quegli ingredienti che la retorica azzurra rispol­vera dopo una vittoria (stra­nissimo: se solo arrivi se­condo, non sei più un esempio per nessuno). Dunque, il nostro ciclismo maschio deve seguire la scia delle donne, se vuole rialzare la testa. Questa la linea che arriva dall’alto, questo il programma - presumo - per la prossima stagione azzurra.

Posso dirlo? A me sembra di sognare. Se fossi nei tecnici e nei corridori di sesso maschile, sarei pe­santemente avvilito. Lo sono già da giornalista e da tifoso, fi­guriamoci come mi sentirei da militante. Via, non raccontiamoci le belle favole: Salvoldi e le sue girls sono bravissimi, non si discute, quando fiutano aria mondiale diventano delle belve e nessuno li tiene più. Però il ciclismo femminile resta pur sempre il ciclismo femminile: un movimento di nicchia, per poche intime, che potrebbe correre le proprie gare dentro una portineria. A me diverte un sacco quando leggo la storia della Longo, che a 104 anni an­cora vincerebbe, se soltanto qual­che strana voce di doping non fosse arrivata a rallentarne la corsa. Ugualmente divertente è leggere di quelle tizie che di punto in bianco, dalla sera alla mattina, lasciano lo sci o la danza classica e il giorno dopo sono già campionesse in bicicletta. Su, non sta in piedi: è il chiaro segno che quella disciplina ha dei limiti precisi. Mi piacerebbe proprio vedere un Gat­tu­so o un Igor Cassina che dal­la sera alla mattina diventano ciclisti: vorrei proprio vederli vincere una tappa del Gio d’I­ta­lia, o anche solo la Coppi e Bar­tali.

Ma non perdiamoci troppo per strada. Quanto dico non è per demolire il ciclismo femmina, ma per delinearne la portata e l’importanza. Se un presidente federale lo indica come punto di riferimento, mi sembra evidente che qualcosa non funzioni più così bene, là in al­to, dove si decidono le strategie. Il ciclismo maschile ha bi­sogno di ben altro, per risollevarsi. Partendo da molto lontano, ha bisogno di strade e percorsi sicuri, dove i nostri ragazzini possano costruirsi e formarsi come atleti, lasciando tranquilli i genitori a casa. Ha bisogno di squadre giovanili che non insegnino prima l’autoemotrafusione delle ripetute. Ha bisogno di squadre dilettantistiche che facciano da serbatoio al professionismo, come il liceo per l’università, smettendola una buona volta di essere più fanatiche e più esasperate dei grandi team intenazionali. Ha bisogno di squadre professionistiche organizzate e rigorose, non di squadrette alla viva il parroco che servono soltanto a raccattare una mezza dozzina di sponsor per finire il casale del team manager. Ha bisogno di incentivare le attenzioni dei media, in qualunque modo, perché senza articoli e servizi te­levisivi le grandi aziende non hanno più interesse a investire nel settore. E ultimamente ha bisogno di salvare le corse, perché andando avanti di questo passo finirà che i corridori sa­ran­no chiamati a sfidarsi in pa­lestra, ramo spinning.

Sono solo idee, neanche tutte, neanche le più ge­niali. Ma bisogna parlarne seriamente. Bisogna in­ven­tarsi qualcosa. Le battute a capocchia vanno bene al cabaret, non in questa fase di crisi profonda. Se la soluzione è dire al ct Bettini “amico mio, datti da fare, vedi di imitare Sal­voldi”, credo che la notte del ci­clismo italiano durerà ancora a lungo. E al momento, purtroppo, non si vede chi possa puntare la sveglia.
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