Editoriale

Considerazioni di fine Giro, libere note a margine di una corsa maltrattata e vilipesa, dall’inizio alla fine. Appunti di viaggio a termine di tre settimane intense, amare, avvilenti, nelle quali si è parlato troppo poco di ciclismo. Per colpa del ciclismo. Per colpa nostra, del nostro movimento, che non ha capito, che non capisce e si ostina a non capire. Ma anche per colpa di chi continua a ripetere con ostinata miopia che i corridori sono le vere vittime, che vanno difesi, tutelati e per certi versi capiti.
Noi che di ciclismo viviamo, ci nutriamo quotidianamente, e con questo sport vorremmo tanto tornare a sognare, chiediamo che questo sport recuperi soprattutto il buon senso, l’equilibrio e un briciolo di etica. Do you know etica?
Nell’ora dell'agonia del ciclismo, che ovunque boccheggia intossicato dai veleni che fanno i tristi miracoli del doping, noi vogliamo in ogni caso dare un messaggio di speranza, senza trascurare alcune doverose puntualizzazioni.

WADA IN FRETTA. Il 24 aprile l’esame a sorpresa della Wada (agenzia mondiale dell’antidoping), dopo un mese gli esiti delle analisi: Simoni positivo alla cocaina (prima del Giro e poi durante). Come ha sottolineato il direttore del Giro Carmine Castellano, questa lentezza procedurale non è più tollerabile. Come non è tollerabile e tantomeno comprensibile la lentezza dei controlli «australiani» della Federciclismo. Come è possibile convocare un corridore in azzurro e poi fermarlo durante la corsa? Questi esami servirebbero per salvaguardarsi da figuracce, non per farle. Anche alla Federciclismo - e ai suoi rigorosi controlli - un consiglio: wada più in fretta.

VADANO VIA. Il Giro ha già gettato alcune basi. Con un documento dal titolo «Il futuro del Giro», ha spiegato a grandi linee le proprie intenzioni: obbligo del corridore positivo a fermarsi (nei Grandi Giri) subito dopo la prima «non negatività»; nuovo accordo tra gli organizzatori dei Grandi Giri e Gruppi Sportivi che consenta agli organizzatori di rifiutare la squadra o i corridori non graditi; rivisitazione del criterio di accesso dei Gruppi Sportivi ai Grandi Giri; una serie di paletti per limitare e qualificare il salto al professionismo. Ma il punto più importante è quello che non è un punto, ma una nota a margine.
«Rcs ritiene che gli atleti dilettanti che abbiano avuto problemi di doping non siano degni di passare al professionismo. Pertanto i Gruppi Sportivi che ingaggeranno tali corridori non saranno graditi alle corse organizzate da Rcs-Sport». L’idea è già stata sposata anche dal GS Emilia di Adriano Amici: noi non possiamo che schierarci in favore di questo orientamento, che dovrebbe essere sposato sia dai Gruppi Sportivi professionistici che dalla Federciclismo stessa.

VEDONO TUTTO. Vedono blitz che non ci sono (a Corvara, sia mamma Rai che le reti Mediaset, confondono l’intervento di dieci carabinieri intenti ad acquisire le cartelle mediche di quattro corridori con un blitz), e fanno processi senza l’accusa: loro (quelli di mamma Rai) sono solo per la difesa. La difesa ad oltranza, una sorta di catenaccio mediatico in favore dei corridori, possibilmente forti. Casagrande butta per terra Garcia? E allora, che problema c’è? Nessuno mette in dubbio la responsabilità del toscano. Cassani: «Non abbiamo le immagini, non abbiamo elementi per pensare che Francesco abbia fatto davvero una cosa così grave, ma da ex corridore voglio credere nella buona fede di Francesco». E a Garcia, che è un corridore e ha rischiato di diventare un ex, chi ci pensa?

L’ERA DELLA VERGOGNA. Gian Luigi Stanga, che è stato senz’altro assieme a Davide Boifava uno dei team manager più illuminati e illuminanti degli anni Ottanta e Novanta, ha dichiarato al Processo: «Dobbiamo tornare indietro di dieci, quindici anni, quando non c’erano le multinazionali del pedale, che hanno esasperato tutto con le loro cifre miliardarie, hanno rovinato il movimento». Sì, dobbiamo tornare alla fine degli anni Ottanta, quando in gruppo è entrata la medicina, l’eritropoietina, molto prima delle multinazionali. Pensiamo male se invece auspichiamo ad un ciclismo in mano a cinque, sei, sette grandi squadre, serie e attrezzate, che diano immagine e credibilità a tutto il movimento?

PARODIA DEL GIORNALISMO. Mario Cipollini è stato l'indiscusso leader di quest’ultimo Giro. Ne ha dette di tutti i colori a tutti: corridori, giornalisti, team manager, organizzatori, non ha risparmiato nessuno. Si è anche lamentato molto - e a ragione - dell’ignobile spettacolo serale offerto da mamma Rai. «Quella non era una trasmissione, ma una parodia vergognosa, del ciclismo». Vero, verissimo, concordiamo. Piccola nota: questa volta, però, la parodia del ciclismo non era fatta da due giornalisti, ma da due suoi ex colleghi. Molto più grave, molto più avvilente. Ma come si dice in questi casi: di giorno la parodia del giornalismo, alla sera parodia del ciclismo.

REGOLE E REGOLAMENTI. In questo Giro lo si è detto e ripetuto fino allo sfinimento: occorrono poche regole, chiare e ferree. Appoggiamo l’idea. Piccolo particolare: in questo Giro, tanto per dare il senso del bell’ambientino, ci sono stati corridori che hanno corso regolarmente con ruote non omologate dall’UCI (che però fa pagare a chi le omologa decine e decine di milioni all’anno) e corridori, come Strazzer, che hanno corso tutto il Giro senza la «patente» (leggi licenza). I giudici, da me interpellati, si sono limitati a dire: ma come hai fatto a saperlo? Certo, questo è il vero problema. Che qualcuno abbia scoperto che le regole non vengono rispettate. E questa, nell’ultimo Giro, è stata davvero La Regola.
Pier Augusto Stagi
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