Editoriale

LA TELENOVELA PANTANI
DIVENTA UNA FICTION. Questo mese abbiamo ricevuto in redazione una quantità consistente di messaggi su quella che potremmo definire la prossima puntata della vicenda Pantani: la fiction a lui dedicata. È bastato che circolasse la notizia che vuole Claudio Bisio nelle vesti dello sfortunato corridore romagnolo, che tutti, proprio tutti, si sono precipitati a inviare i loro messaggi di indignazione e sconforto. Non era un mistero e nemmeno una novità: si sapeva da un anno, da quando era uscito il libro verità su Pantani a firma Gianfranco Josti e Manuela Ronchi, che i diritti del libro erano stati venduti ad una casa di produzione per farne una fiction. A coloro i quali hanno gridato a gran voce “lasciatelo riposare in pace” e mi hanno chiesto un’opinione, rispondo semplicemente così: a strumentalizzarlo e a mercificarlo in continuazione sono proprio quelli che ciclicamente invocano rispetto: e non mi riferisco ai tifosi.

LELLI E LA LIBERTÀ DI STAMPA. Quanto a doping, la Francia fa davvero storia a sé. Dopo il controverso caso di Armstrong e delle sue urine datate 1999, stavolta sono i giornalisti a finire nel mirino. In merito all’inchiesta su un presunto traffico di prodotti dopanti che ha coinvolto l’intera Cofidis, cinque giornalisti - due de L’Équipe e tre del settimanale Le Point - sono stati messi sotto inchiesta da un giudice del tribunale di Narbonne per «violazione del segreto istruttorio». In questa vicenda, è bene ricordarlo, rientra anche il nostro Massimiliano Lelli, che il 5 agosto del 2004, in pieno scandalo Cofidis, fu chiamato in causa dal compagno di squadra Gaumont. Ad ogni modo, proprio per queste violazioni procedurali, l’avvocato di Lelli, Giuseppe Napoleone, ha chiesto alla Corte d’Appello di Versailles di stralciare la posizione del corridore maremmano per una serie di violazioni normative, una delle quali ha portato al coinvolgimento dei cinque giornalisti. Perché scrivo queste poche righe? Perché nessuno ha scritto un solo rigo, alla faccia della libertà di stampa: sempre a senso unico.

FERRETTI&STANGA, DUE FACCE DELLA
STESSA MEDAGLIA. C’è poco da ridere o sorridere, sull’affaire Ferretti. C’è poco da fare gli stupendi come se l’argomento non ci riguardasse da vicino: è una sconfitta per tutto il ciclismo, per tutto il movimento, per tutti noi. Ferretti ingenuo, incauto e credulone? Probabile, anzi ce lo auguriamo, perché preferiamo un Ferretti “pollo” che un Ferron “iena”. Fabrizio Giorgeri ed Ennio Bongiorni sono i due incauti intermediari versiliesi che hanno la sola colpa di aver consigliato Giancarlo Ferretti al fantomatico Gastone, un tizio nativo di Barletta, sposato in Val d’Aosta, oggi separato e senza fissa dimora, con interessi in Svezia, che ha condotto interamente l’operazione Sony-Ericsson a suon di fax, prima che si rivelasse a Ferron per quello che era: un pacco. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, quella più serena e distesa di Gian Luigi Stanga, che ha il grande merito di essersi guadagnato la fiducia della Milram, consorzio caseario tedesco da quattromila miliardi di lire di fatturato. Tedeschi che hanno deciso di venire in Italia a investire in una società di Ponte San Pietro (Bergamo), quella appunto di Stanga: non vi sembra una cosa di cui andare orgogliosi?

TEST FACOLTATIVI. «Scusi, signor atleta vorrebbe essere così gentile e comprensivo da sottoporsi ad un prelievo di urina?». L’interrogativo provocatorio è a firma Eugenio Capodacqua, che su La Repubblica del 13 ottobre scorso ha messo il dito nella piaga - come è solito fare -, portando a conoscenza dei lettori la possibilità di una nuova normativa dei controlli, in via di approvazione dalla Cvd, la Commissione di vigilanza sulla legge antidoping (376/2000). Il regolamento modificato, infatti, propone una novità: il cosiddetto “consenso informato” anche per raccogliere i campioni di urina, non solo per i prelievi ematici. Questione di tutela della privacy, di rispetto della legge 196/2000, dicono i propugnatori della modifica, che però vogliono introdurre anche una nuova categoria di test: quelli “a convocazione”. Incredibile, ma vero: con un telegramma si invita l’atleta a presentarsi presso un non meglio definito «organismo convenzionato» per i test. Mentre la Wada, l’agenzia mondiale antidoping, raccomanda di incrementare i controlli a sorpresa fuori dalle competizioni, la Cvd sfodera una nuova strategia: i test con 24 ore di preavviso.
Ventiquattro ore bastano invece ai dirigenti Coni per aggiustare il tiro. Ansa del 14 ottobre: «L’atleta è obbligato a sottoporsi al test antidoping, e qualsiasi interpretazione che sostiene la possibilità di un eventuale assenso dello sportivo è fuori luogo. Questa l’interpretazione che viene confermata da fonti del ministero della salute. Diverse interpretazioni, precisano le stesse fonti ministeriali, non trovano fondamento nella legge 376. Anche il Coni - si ribadisce - è d’accordo nel sostenere che l’atleta è obbligato a sottoporsi al test».

LA COCA NON È «CHIC», L’EPO NON È «IN». La nostra legge considera il doping, oltre che un illecito sportivo, un reato penale e prevede la condanna non solo per chi lo somministra, lo diffonde e lo spaccia, ma anche per gli atleti che vi fanno ricorso. Questa è una nostra prerogativa, perché in quasi tutti gli altri Paesi l’atleta non è penalmente perseguibile e viene quindi punito solo a livello sportivo. Il CIO, la grande mamma dello sport mondiale, vuole che il “penale” resti fuori dallo “sportivo” e al momento di assegnare i Giochi Invernali a Torino 2006 chiese garanzie e rassicurazioni in merito. Tre presidenti del Consiglio (Prodi, D’Alema e Berlusconi) si impegnarono a loro volta a trovare un accordo. L’accordo in questi anni non è stato trovato, e a pochi mesi dall’inizio dei Giochi Invernali il problema resta irrisolto in tutta la sua gravità. Da una parte il sottosegretario Mario Pescante in forcing affinché la legge italiana venga armonizzata con le leggi sportive vigenti del CIO, e dall’altra il Ministro della Sanità Storace che si oppone sostenendo - a ragione - che non si può sospendere l’applicazione della legge per le Olimpiadi Invernali e mantenerla viva per gli altri avvenimenti sportivi. In attesa di un intervento legislativo bipartisan, l’interrogativo sostanziale resta: è mai possibile che chi assume droghe non è punibile e chi si dopa sì? Forse la cocaina è «chic» e l’Epo non è «in»?
Pier Augusto Stagi
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