Editoriale

di Pier Augusto Stagi

VELOCISSIMI. È stata una Primavera d’autore, di rara bellezza, ma purtroppo per noi troppo veloce, velocissima, nel senso più stretto del termine. Troppo veloce come tutte le cose belle, come tutte le cose che abbiamo amato e ci restano nel cuore. Perdersi nei suoi occhi e scoprire che quell’ora pare un minuto. Non si è mai sazi di bellezza e di cose belle questa Primavera ce ne ha donate davvero tante. Bella, bellissima, ma breve e velocissima.
Veloce come le corse, che sono state da record. «Abbiamo corso la Parigi-Roubaix come se fossimo degli juniores dall’inizio alla fine - ha detto Mathieu Van der Poel al termine della sua cavalcata trionfale -. È stato pazzesco, ma per me andava bene. Più dura viene, meglio è per me, specie nel finale». Meglio per lui, meglio per noi, meglio per lo spettacolo messo in mostra da questi fantastici protagonisti del pedale che ci hanno riempito il cuore e gli occhi con le loro performance da autentici fuoriclasse del pedale. L’olandese volante ha vinto una storica edizione dell’Inferno del Nord con la media-record di sempre (dal 1896): 46,841, neanche 5 ore e mezza di gara. E il 18 marzo la sua Milano-Sanremo è stata la seconda più veloce di sempre, vinta in via Roma a 45,773 di media, arricchita da un record ufficioso registrato sul Poggio di 5’38” (su 3.700 metri) che ha battuto nettamente il limite precedente vecchio di quasi 30 anni, il 5’46” di Giorgio Furlan nel 1994. E pure il Giro delle Fiandre - in cui Mvdp è stato staccato e battuto solo da un Tadej Pogacar venuto da cielo in terra a miracol mostrare - era stato il più rapido mai corso: media finale di 44,083.
Corse segnate dai soliti noti, da medie altissime, un po’ per questioni ambientali (vento a favore), molto per un livello tecnico e di preparazione che si è alzato notevolmente. Poi c’è anche chi sostiene che tutto questo non sia possibile, che qui gatta ci cova, che sotto c’è qualcosa che non va. Ricordo loro che questi record sono stati battuti dopo trent’anni. Tanti ce ne sono voluti. Il resto sono solo parole, che porta via il vento. Anche questo velocissimo.

MA CHE PROBLEMA C’È? Non ce la facciamo proprio, è difficile trovare l’unanimità, forse è anche giusto che non ci sia, ma davanti a cotanto splendore, dove i nostri Pogacar e Van der Poel, Van Aert e Evenepoel danno spettacolo, c’è chi sostiene che non è bello, non è soprattutto giusto, che non è salutare per il nostro movimento avere quattro squadre, con sei corridori (Pogacar, Van Aert, Van der Poel, Evenepoel, Roglic e Vingegaard) che vincono tutto e condizionano tutti. Ho ricevuto in questo mese molte sollecitazioni da tecnici ed ex corridori di comprovata fama e competenza, che sostenevano che con questa “dittatura” ben presto il sistema imploderà: spero che abbiano torto. Mi auguro di cuore che questa volta non ci azzecchino neanche un po’ e che siano solo colpiti da un abbaglio. Io posso solo dire, come sopra, che sono estasiato. È vero che questi sei corridori hanno condizionato pesantemente il ciclismo che conta, ma qual è il problema? Nei bar era da tempo che non sentivo parlare di ciclismo, del bimbo sloveno e del prodigio olandese, del fuoriclasse iridato e del belga generoso. Era da tempo che non si parlava solo e soltanto di ciclismo. E poi questa storia che i campioni uccidono l’interesse: è vero esattamente il contrario. Il vero problema, semmai, è che alla Liegi è venuto meno lo scontro frontale tra Pogacar ed Evenepoel, e ci siamo dovuti accontentare dello show del fuoriclasse belga. Bello, bellissimo, ma è come se in una finale tra Federer e Nadal, lo spagnolo fosse costretto a ritirarsi al secondo set per infortunio.

AZZARDO. Ai tempi di Saronni e Moser i due vincevano a stagione la bellezza di trenta corse ciascuno, agli altri finivano le briciole. La Roubaix, in tredici anni (dal 1968 al 1980), l’hanno vinta in sostanza tre corridori: Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck e Francesco Moser, che si sono portati a casa nove delle suddette tredici edizioni. Per non parlare della dittatura Merckx, in tutto e per tutto, dalla Sanremo alla Liegi e ai Grandi Giri. Ma non serve andare troppo lontano, dittatura è stata anche quella del team Sky, soprattutto nei Grandi Giri, dove hanno fatto quello che volevano con le loro frullate, i loro algoritmi e i loro “marginal gains”. Vittorie, con tutto il rispetto, che non lasciavano nulla alla fantasia o allo spettacolo (eccezione, l’impresa a Bardonecchia di Froome al Giro, ndr) e all’audacia, ma “addormentavano” la corsa sotto i colpi di una frequenza di pedalata pazzesca.
Oggi è successo qualcosa. Questi ragazzi non temono di perdere, non esitano ad attaccare anche da lontano, anzi decidono sistematicamente di partire a molti chilometri dal traguardo. Azzardano, sapendo di azzardare e a noi, privilegiati osservatori, l’azzardo piace. Avanti il prossimo, che la sfida cominci.

BIG BANG. Dicono: così si scoraggiano gli altri team che non prendono palla, che perdono sistematicamente, che corrono quando va bene per il secondo posto. Ma nel tennis, quando a vincere erano Federer e Nadal e poi, successivamente Djokovic, gli altri non sarebbero dovuti nemmeno scendere in campo. Nella MotoGP con la dittatura di Valentino Rossi stessa cosa. In F1, con Michael Schumacher o Lewis Hamilton, idem come sopra. I campioni, i fuoriclasse, una generazione di fenomeni fa solo bene al movimento: è sempre stato così. È chiaro che Felice Gimondi avrebbe preferito non incontrare mai sulla propria strada quel fenomeno di Merckx, ma, come lui stesso ammise in più di una circostanza, quella alla fine si rivelò anche la sua fortuna. Per questo noi oggi alla stessa stregua dobbiamo considerarci fortunati: altro che “Maledetta Primavera”, questo è “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang”.

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