Editoriale
IL FUTURO È NERO. Da anni stanno studiando il fenomeno. Perché i maratoneti di colore sono dominatori assoluti nelle maratone e nelle gare di resistenza? In questi anni sono state avanzate le spiegazioni più diverse ma alla fine, tutte o quasi tutte, si erano rivelate inconcludenti. Dieta, altezza dell’altopiano, perfino l’abitudine dei bambini a percorrere le lunghe distanze per andare a scuola. Il segreto starebbe in una proteina che determina una minor produzione di acido lattico nel sangue e nei tessuti muscolari. È stato calcolato che con la stessa quantità di ossigeno, il combustibile dei muscoli, gli africani riescono a trarre il 10 per cento in più di energia. Ad ogni modo, la ricerca continua. E sembra avere imboccato oggi una nuova strada, densa di nuove promesse e nuove incognite: quella della proteomica. Diretta filiazione della genetica, questa nuova scienza studia a livello di biochimica cellulare le proteine attraverso le quali si esprime l'attività dei geni. E si dice vicina a capire come e perché l’organismo di alcuni atleti nasce con una marcia in più, li predispone a diventare campioni fuori dal comune. Una sfida che è stata raccolta da Bengt Saltin che nel suo laboratorio di Copenaghen sta lavorando alacremente. Ma se al momento si sta interpretando e valutando, sono in molti a ipotizzare anche un futuro prossimo molto prossimo. Lo scenario è a dir poco futuribile ma altrettanto inquietante e riguarda lo studio delle proteine e degli enzimi controllati dai geni, un nuovo business miliardario. La prospettiva, sempre più vicina, è la produzione di farmaci in grado di indurre le stesse caratteristiche dei meccanismi genetici naturali. In grado dunque di trasformare un bambino normale in un campione prodigio. Il futuro è nero. E non è solo per una questione di geni.

LA LOGICA DELLA FEDERAZIONE. Per quattordici anni è stato segretario generale della Federazione Ciclismo, prima di essere chiamato ad occuparsi del progetto scuola del Coni, ed ora è pronto a tornare nel “suo mondo”: quello del ciclismo. Renato Di Rocco ha ufficialmente annunciato la sua candidatura alla presidenza federale, in vista delle elezioni che si terranno a fine febbraio. Di Rocco è il candidato espresso da un movimento che ha sete di rinnovamento e che si è raccolto in questi mesi attorno alla figura di Silvio Martinello. Il nuovo candidato ha fatto sapere di avere informato il presidente federale Ceruti della sua scelta di scendere in campo. Ceruti pare non abbia proferito verbo. Si va verso una candidatura unitaria? Questa è la nostra speranza, l’auspicio di tutti: cerutiani e no. Il Palazzo, quello del Coni, ha dato chiaramente il via libera a Di Rocco. L’ex segretario generale non avrebbe mai accettato se non avesse avuto l'imprimatur da parte del suo diretto superiore. Gianni Petrucci vuole rimettere in sesto la Federciclismo, guardata da vicino, troppo da vicino, dalla magistratura ordinaria. Ceruti, nonostante vada in giro dicendo che non si candida più, farebbe più bella figura a dire che non è più il caso ricandidarsi. Nel frattempo, non demorde. Dopo aver scomodato tutta la famiglia Mapei/Squinzi, ad eccezione di Veronica (la figlia di papà Giorgio e mamma Adriana, chissà poi perché: è brava ed è appassionata di ciclismo...), candidandoli uno ad uno alla poltrona più ambita (al momento anche scomoda) del ciclismo italiano, adesso mette in mostra Marco Toni (sindaco di San Giuliano Milanese) e assicura di avere alle spalle sempre Mapei. In verità gli farebbero molto comodo i soldi di patron Squinzi, che del ciclismo è innamorato e qualche aiuto per le due ruote non disdegna affatto concederlo. Ma il gioco è stato scoperto. Firmare un rapporto di sponsorizzazione adesso significherebbe non aiutare il ciclismo a crescere, ma supportare la campagna elettorale di Ceruti o di un suo “protetto”. Ceruti ha definito da tempo i contratti con la Sportful (maglie) e con la Skoda (macchine), ma vorrebbe portare nelle casse federali altro denaro, come ad esempio quello destinato al “progetto scuola” (da anni sponsorizzato da patron Squinzi), ideale per far confluire soldi freschi a quelle società di base che sarebbero impegnate a portare avanti il progetto sul territorio, ma prima si adopererebbero per restituire il favore al presidente sotto forma di voti. Il gioco però è scoperto, in viale Jenner non hanno l’anello al naso e prendono tempo. La logica impone prudenza. Basta aspettare fine febbraio e chiudere ogni accordo o rapporto di collaborazione con il nuovo presidente. Questo imporrebbe la logica, ma di questi tempi in federazione la logica più diffusa è quella di far finta di niente, e raccontare tutta un’altra storia.

PARI O DISPARI. «Simoni e Cunego partiranno alla pari». Così ha titolato il 19 novembre scorso La Gazzetta dello Sport l’intervista di Pier Bergonzi a Beppe Martinelli. Due giorni dopo la secca replica di Gibo Simoni: «A Bormio Cunego mi ha tradito». Per la serie: in casa Lampre-Caffita si parte sotto i migliori auspici. Come si dice in questi casi? l’importante è l'affiatamento e l'armonia.
Premesso che condividiamo il pensiero di Beppe Martinelli
«... Gibo deve cancellare il ricordo dell’ultimo Giro, dove andava più piano di quello che si aspettava e ha trovato un compagno che l’ha battuto», è altrettanto vero che a Gilberto Simoni va riconosciuto almeno il coraggio di esternare quello che pensa. Lui si sente tradito, lui si sente poco tutelato e per questo lo grida senza ipocrisie. Domanda. Perché allora resta lì? Ve lo diciamo noi: perché Cunego c’entra ma fino ad un certo punto. Gibo potrebbe avere ragione e potrebbe uscire a testa alta se rinunciasse ad una parte d'ingaggio per confluire in un altra formazione dove potrebbe trovare la più totale assistenza. Invece urla, sbraita, sapendo benissimo che ha dalla sua un vincolo contrattuale ultra miliardario (di gran lunga superiore al milione di euro). Se Corti decidesse di lasciarlo libero (e anche se non lo ammetterebbe mai lo lascierebbe volentieri...) quale altro team mondiale potrebbe garantirgli un'ingaggio simile? Nessuno. Quindi è costretto a restare dove è, alla Lampre-Caffita, ostaggio di un contratto d’oro e di una squadra che lui non sente più sua. Ma il problema è tutto di Gibo: se non si trova bene, che abbassi le sue pretese milionarie e si rimetta sul mercato. Altrimenti rispetti Cunego, la squadra che sta rispettando il contratto e aspetti fiducioso la scadenza naturale del contratto (fine 2005) e il Giro d’Italia, dove partirà alla pari con il Piccolo Principe. A decidere chi sarà il più forte, come sempre, non sarà la casualità (pari o dispari) ma la strada, proprio come è già accaduto lo scorso mese di giugno. Ivan Basso permettendo...
Pier Augusto Stagi
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