Gatti & Misfatti
Le poche verità su Pantani

di Cristiano Gatti

E’ passato del tempo, bisognerebbe avere le idee più chiare. Invidio quelli che le avevano già la sera stessa del dramma, senza aver mai conosciuto, tifato, studiato il fenomeno Marco Pantani. Li abbiamo visti in oscene sfilate televisive, dove il problema non era certo capire, ma esibire: il proprio nome, il proprio ego, il proprio narcisismo. Che il tema del dibattito fosse la tragedia di e dei Pantani, o il silicone delle veline, importava poco: quando si accende la telecamera, in Italia, certa bella gente non si trattiene più. Senza vergogna.

Facendo finta di non averli ascoltati, vorrei provare con i lettori di tuttoBICI a fissare qualche punto fermo, in una vicenda che per la sua stessa natura di grande romanzone popolare non si chiuderà mai (cinquant’anni dopo, stiamo ancora chiarendoci qualche dettaglio sulla morte di Coppi). Allora, che cosa si è capito con una certa sicurezza? Se è permesso, provo a dire. Pronto a raccogliere varie ed eventuali “errata corrige”.

Punto uno: è vero, Marco Pantani ha iniziato la sua fine a Campiglio, il 5 giugno 1999. Da semidio si è trovato improvvisamente nella polvere, e quando dico polvere purtroppo intendo proprio polvere. Non è un cambiamento da ridere, per un ragazzo. Ma c’è un ma, che va precisato: non è vero che allora la giustizia ha cominciato a perseguitarlo. Cioè: in seguito l’ha davvero perseguitato, imputandogli anche di respirare. Ma l’inizio, il pronti via, il colpo dello start è dello stesso Pantani. Sissignori: Marco Pantani, e con Marco Pantani s’intende il suo entourage, per primo ha chiamato in causa i carabinieri e i giudici. Io non ho una memoria prodigiosa, ma certe cose non le scordo: allora, anziché fare come uno dei tanti ciclisti fermati per l’ematocrito, cioè una pausa di due settimane e ripartire, Pantani scatenò subito la macchina da guerra dei suoi legali. Poche ore dopo la fine del Giro, la sua squadra ci convocò tutti a Monte del Re per esibire una pletora di agguerriti avvocati con l’acquolina alla bocca, pronti a dimostrare che Marco era vittima. Di complotti, di agguati, di giochi sporchi. Tant’è vero che fu chiesta la perizia sul sangue, insinuando il dubbio che quello dell’esame non fosse suo. A quel punto, la giustizia irruppe sulla scena con i modi soffusi e riservati che ben conosciamo: con la pubblicità che garantiva quel nome, chi li ha fermati più. Morale: il sangue di Campiglio risultò ovviamente di Pantani, ma ormai nessuno più poteva bloccare la giostra. Tanto meno gli avvocati, che di queste faccende non hanno mai capito un’emerita fava. Chiedo: perché, anzichè abbaiare alla luna per cinque anni con insopportabile vittimismo, i cervelloni che allora consigliarono Pantani di andare alla guerra giudiziaria non si cospargono almeno adesso il capo di cenere? Io resto della mia idea, che per fortuna non è solo mia e non è neppure nata ora, davanti a una lapide: se fossi stato in patron Cenni e compagnia bella, avrei impedito a chiunque - nel suo ambiente - di parlare d’avvocati, di perizie, di prove del Dna. Avrei detto poche e semplici parole: Marco, sei caduto come tanti, ma tra quindici giorni puoi rialzarti. Fai come Merckx, come Gimondi, come altri campioni (gli ultimi, Simoni e Garzelli) che hanno provato per un minuto a parlare di complotto, poi ci hanno ragionato sopra, si sono rassegnati, hanno aspettato e quindi sono ripartiti. Anche più forti di prima.

Punto due: è vero, Marco Pantani ha pagato tantissimo. Troppo. Ma per favore basta con questo disco «ha pagato per tutti». Ripeto, la memoria non è il mio forte, ma non ne serve una da elefante per ricordare gli ultimi anni del ciclismo: praticamente, siamo rimasti in quattro Gatti fuori da processi e squalifiche (almeno fino ad oggi, ma non si può mai dire). Dalla Festina in poi, è crollata una dozzina di muri di Berlino. Retate, inchieste, condanne. Gente perquisita, spiata, arrestata. Famiglie sottosopra. Di tutto, s’è visto veramente di tutto. E ancora possiamo stare qui a dire che Pantani ha pagato, lui solo, in mezzo a un Eden di gaudenti impuniti? Certo, furbastri a piede libero ce ne sono ancora, ma davvero qualcuno se la sente di dire che Pantani era un capro espiatorio?

Punto tre: l’hanno lasciato solo. La frase è rimbalzata in mondovisione, come un disco dell’estate rimandato fino alla noia nelle balere di Romagna. Ma che cosa vuol dire, l’hanno lasciato solo? Se è una frase che bisogna dire, perché si usa così, perché sta bene così, ripetiamola pure tre volte al giorno prima dei pasti. Ma se vogliamo ragionare, allora, per piacere, basta. Solo, il nostro Marco, ci è rimasto per sua espressa, cocciuta, rabbiosa volontà. Attorno, il suo mondo non l’ha mai abbandonato: parlo del mondo di affetti e di amicizie vere, come la famiglia, i gregari, la manager, il fisioterapista. Certo non dico certi amici sanguisughe che l’hanno prosciugato del denaro, iniettandogli la terrificante schiavitù della cocaina. Il problema, nel finale straziante della storia, è se mai proprio questo: anzichè stare con chi gli voleva bene, Marco ha preferito stare con le sanguisughe. Adesso bisogna soltanto chiedersi, per quanto valga, che cosa si potesse fare per imporsi di più. Io ho una mia idea: padre e madre, manager e gregari, in casi così estremi non possono più nulla. In certi casi, serve solo un arresto. A quel punto, il giudice può imporre - al posto della galera - l’ingresso in comunità, unica possibilità di salvezza per i forzati della droga. Ma purtroppo adesso è solo accademia: così non è andata. Nessuno se l’è sentita di denunciare Marco, e probabilmente nessuno se la sarebbe sentita di arrestarlo.

Punto quattro: ricordiamolo ciclista. Conviene. E glielo dobbiamo pure: se non altro, per le giornate irripetibili che ci ha regalato. Che dice, quel signore in fondo a destra? Dice per caso che le vittorie di Pantani non valgono nulla, perché esclusivo risultato del doping? Scusi, gentile signore che la sa sempre così lunga: tutto può permettersi di dire su Pantani, ma non si permetta di negare il suo talento. Non ci provi nemmeno. Lo sa che cosa penso io, di tutta questa storia? Una cosa semplicissima e banale: se un giorno, negli anni passati, qualcuno fosse miracolosamente riuscito a spazzare via il doping dal ciclismo, sa chi sarebbe stato il primo a beneficiarne? Provi lei a fare un nome.
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