Editoriale
ZONA FRANCA. «Non si potrà più stimare il giusto valore del calcio italiano, fino a quando l’Europa non farà i controlli antidoping con lo stesso rigore con cui vengono fatti in Italia». Non è Zeman ad attaccare, ma è ancora una volta un tecnico della Roma a tornare sull’argomento più spinoso dello sport mondiale: il doping. Ieri Zdenek Zeman, oggi Fabio Capello. Dopo aver più volte lanciato l’allarme, sostenendo che il calcio italiano non è immune da questa piaga, il tecnico della squadra capitolina ha allargato il tiro all’Europa. E guarda caso l’ha fatto in occasione di una partita amichevole ferragostana in Spagna, rilasciando interviste a giornalisti spagnoli, in un paese - aggiungiamo noi - assolutamente criticabile in materia di doping. Nel ciclismo come nel calcio, e non solo in questi sport, la Spagna fà un po’ quello che le pare. Per loro è tutto «lindo», tutto pulito. Anzi, la logica che sta prevalendo in questo Paese è quella dell’impossibilità (leggi anche poca sopportazione) di andare a correre fuori dai confini iberici, dove c’è «l’ossessione» della lotta al doping. Per anni la Spagna è stata la terra del generale Franco, oggi è considerata, sportivamente parlando,«zona franca».

PARI DISPARITà. Fabiana Luperini, la nostra miglior atleta per le corse a tappe, non ha potuto disputare il Tour de France femminile, nonostante abbia dimostrato che i valori anomali per i quali era stata dichiarata «non idonea» erano causati da una «gastropatia cronica». Questo non lo diciamo noi e tantomeno l’atleta, ma lo ha attestato - dopo accurate visite e analisi - Marcello Faina, presidente della commissione sanitaria nazionale. Non ci sarebbe stata più nessuna zona d’ombra, quindi, sulla sua sospensione, ma questo non è stato sufficiente per arrivare ad uno sconto di pena: 45 giorni di stop recita il regolamento, 45 giorni è stata ferma l’atleta (nel regolamento non è prevista la “buona fede”). Così la Luperini è potuta tornare a correre solo e soltanto il 7 agosto scorso. Nel pieno rispetto dei regolamenti, logicamente. L’unica che ha cercato di usare il meno possibile i regolamenti e ha fatto ricorso al buon senso è stata ancora una volta lei, Morena Tartagni, «federale» illuminata che non ha mancato di difendere a spada tratta l’atleta azzurra. Ricorderete (anche perché tuttoBICI non ha mancato di dedicargli ampio spazio) il caso di Alessandra Cappellotto. L’ex iridata veneta è stata prima fermata per un problema di irregolarità procedurali legate ad un controllo antidoping, poi prontamente riabilitata dall’Uci una volta constatata la «buona fede» dell’atleta. La Federciclismo, invece, ha fatto le sue belle verifiche ma non sono servite a nulla. In un mondo governato dalle deroghe, per una volta non si è derogato. Per anni si è lottato in favore delle «pari opportunità», e oggi è ben triste constatare che pari siano rimaste solo le disparità.

HA CAMBIATO IL GUARDAROBA. Tormentoni d’estate: Cipollini torna in gruppo, Lady Rumsas esce di galera. Non se ne poteva più. Un caso nazionale il primo, un caso diplomatico il secondo. Di sicuro, diciamo noi, due casi umani al limite della sopportazione. Del secondo non ve ne parliamo, perché se ne sta occupando la diplomazia internazionale e il caso è estremamente chiaro quanto controverso. Insomma, quando ci capiremo qualcosa e soprattutto quando Rumsas si degnerà di spiegarci, ne parleremo.
Del caso Cipollini possiamo semplicemente dire che è riuscito in un sol colpo, e in assenza di vento, a stabilire il record mondiale di complicazione della vita. È stato a dir poco fantastico: ha piantato un casino per chiedere più attenzioni, più comprensione, più partecipazione ed è riuscito ad ottenere l’esatto contrario. Stare sulle scatole a molti, infastidire gli sponsor, tanto che l’Acqua&Sapone a fine anno toglierà il disturbo.
Dicono, e spesso lo abbiamo riconosciuto anche noi, che Mario sia un ottimo comunicatore: verissimo. Il punto è che comunica e pubblicizza se stesso, non chi rappresenta. Alla presentazione del Giro è stato l’unico atleta che si sia presentato in borghese, o meglio, in divisa Cipollini by Cavalli. Lance Armstrong, per fare un esempio, mai una volta si è mostrato in pubblico in borghese. E per lasciare un segno del suo passaggio nel mondo delle due ruote non ha mai dovuto ricorrere a tutine anatomiche o ad effetti speciali: si è limitato a vincere, con maniacale cadenza.
C’è chi resterà nella storia del ciclismo per aver vinto Tour de France e Mondiali, e chi per aver cambiato il guardaroba del ciclismo. Uno è un fuoriclasse, l’altro un campione che ha saputo ottimizzare - a proprio vantaggio - anche i propri limiti.

Pier Augusto Stagi
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