Editoriale
Di ragioni per essere soddisfatti ce ne sono. C’è finalmente nel mondo del ciclismo qualcosa di nuovo che lascia ben sperare per il futuro di un movimento che troppo spesso viene chiamato, a sproposito, in causa.
Mi riferisco alla decisione, da parte dei corridori e dei loro gruppi sportivi, di accettare, prima di ogni altra disciplina olimpica, un controllo doping sul sangue. I primi test volontari, e giustamente tutelati dall’anonimato, dovevano essere effettuati in un primo momento al «Romandia», poi si era pensato al «Giro d’Italia», ora, dopo una serie di trattative si è deciso che tali prelievi saranno eseguiti nel corso del prossimo «Giro di Svizzera».
Un gesto importante, che non deve essere interpretato, come è stato da alcuni osservatori, già come una ammissione di colpa: «Finalmente si faranno i controlli: per i ciclisti la festa è finita!».
Il discorso è un altro. Da anni lo spettro dell’eritropoietina di sintesi aleggia all’interno e fuori dal gruppo. Da troppi anni, il dubbio di questa pratica assurda e inquietante che rende il sangue vischioso come sciroppo per innalzare le possibilità di trasporto di ossigeno ai muscoli e migliorarne le performance, ma che nel contempo chiude arterie e vene, è chiamata in causa per una serie di morti, per lo meno sospette (18 ciclisti deceduti per uso di EPO, secondo il tedesco Der Spiegel).
Sul numero di aprile di TuttoBici, il dottor Gian Paolo Porreca, interveniva sull’argomento con una «lettera aperta» accorata e toccante. A tal proposito, ringrazio l’amico Porreca, uomo di sport, grande amante della bici e del ciclismo in particolare (è editorialista per Il Mattino
di Napoli) ma anche, e soprattutto, chirurgo vascolare, che con il suo intervento ha aperto
un importante dibattito.
Non è certamente il caso di dare la caccia alle streghe. Non è giusto, e di questo mi scuso pubblicamente, fare illazioni su corridori professionisti che si sottopongono a semplici interventi chiururgici e subito si sospetta di loro. Ma questo accade proprio quando la logica del sospetto prende il sopravvento su tutto e su tutti.
L’importante è certamente parlarne, e noi di TuttoBici cerchiamo di farlo nel modo più giusto e corretto possibile, ma di fondamentale importanza è la strada che hanno deciso di intraprendere i corridori e le loro società.
Se davvero la caccia all’eritropoietina di sintesi sarà vincente questo noi non lo possiamo sapere, ma la disponibilità manifestata da parte dei corridori va letta come una tappa fondamentale per la lotta al doping. Il ciclismo non è il solo sport che è sotto accusa per queste pratiche illecite, molte sono le specialità olimpiche che sono guardate a vista, ma il ciclismo è il primo e l’unico sport che ha accettato di mettersi in discussione e a disposizione di questi ricercatori, un gruppo di studiosi franco-canadesi accettati dall’Uci, che confrontando campioni di sangue e di urina, mirano a identificare eventuali assuzioni di eritropoietina di sintesi a fronte di quella naturalmente prodotta dall’organismo.
Ma un passaggio importante, altrettanto fondamentale per questa lotta all’EPO, è costituito anche da un coinvolgimento, a livello di responsabilità, dei medici che guidano gli atleti. È quello che da tempo ha proposto e auspicato il corridore svizzero Pascal Richard, il quale chiede pene severe non solo per quei corridori che cadono nella rete del doping, ma anche per quei medici che somministrano e prescrivono sostanze illecite agli atleti. Non sarà facile, il problema è più complesso di quel che può sembrare, ma è importante che nel gruppo si cominci a respirare una boccata d’aria nuova.
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