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DE MARCHI. «IO, GUERRIERO E LOTTATORE»
di Nicolò Vallone | 29/05/2020 | 08:10

Il gergo giornalistico e il bisogno di sensazionalismo possono portare ad abusare di termini ed epiteti. Pensiamo ad aggettivi come “incredibile” o “pazzesco”, a de­finizioni come “magia” e ad attributi come “eroe”, “guerriero” o “lottatore”. Ecco, concentriamoci su quest’ultima area semantica. Se c’è tra i professionisti un ciclista al quale l’etichetta di lottatore calza a pennello, sen­za pericolo di scadere in esagerazioni retoriche, quello è Alessandro De Marchi, il Rosso di Buja. Proprio nella sua cittadina friulana, che in tandem con la fulva capigliatura costituisce il suo soprannome, sta trascorrendo la quarantena insieme a moglie, figlio e cane. È lì che lo abbiamo raggiunto - telefonicamente, sia chiaro! - per declinare a tutto tondo il suo essere lottatore.


Iniziamo dalla lotta attuale, che coinvolge non solo lo sport ma tutti noi: quella contro un nemico invisibile di nome coronavirus. A fine marzo hai rilasciato un’intervista al Messaggero Veneto, ripresa poi da tuttobiciweb, in cui invitavi al sen­so civico e consideravi gli effetti positivi della quarantena, legati soprattutto al poter vivere la fa­miglia in un modo altrimenti impossibile nella “vita normale”. Ora che è passato un po’ di tempo, vuoi ag­giungere qualcosa su come stanno vi­vendo questo periodo il De Marchi uomo e il De Marchi ciclista?
«La vivono all’opposto. In quelle righe c’era soprattutto la persona: come papà e marito sono contento di passare tutto questo tempo a casa, seppur in un contesto particolare. È una gran possibilità dopo tanti anni di ritmi serrati da professionista. Per l’atleta, invece, ogni settimana che passa è sempre più impegnativo riuscire a sostenere questa situazione.»

Come si svolge la vita di un ciclista di al­to livello come te in un momento come questo?
«Personalmente lo interpreto come un secondo inverno. Ho ripreso a lavorare sulla palestra: mi sono arrangiato alla buona in garage con pesi e bilancieri. La giornata di allenamento funziona così: due sessioni di bici, una al mattino e una al pomeriggio, talvolta precedute da lavoro di palestra.»

Quando si parla di bici, in tempi di quarantena si intendono rulli e ciclismo virtuale. È possibile che questi strumenti, fi­nora concepiti solo come sostitutivi dell’allenamento tradizionale quando non è possibile uscire, possano essere inclusi e integrati nell’allenamento di tutto l’anno?
«Nonostante io abbia familiarità con certi strumenti, dato che provengo dal ciclismo su pista e ai tempi lavoravo sui rulli e sul vecchio ciclomulino, penso che queste modalità di allenamento resteranno una parte “piccola” delle nostre attività. Sicuramente sono una buona cosa: non avevo mai provato Zwift, ad esempio, e ho scoperto un’ottima alternativa per quando sei costretto ad allenarti in casa. Però non credo che molti di noi professionisti, in condizioni normali, potendo scegliere tra la strada e i rulli, sceglieremmo mai i rulli: anche facendoli nel modo più accurato ed efficace possibile, non reggono il paragone con l’allenamento normale».

Cosa pensi delle restrizioni e dei divieti riguardanti il ciclismo professionistico in tempo di coronavirus?
«Entriamo in un discorso molto ampio. È stato giusto chiedere un sacrificio al­la popolazione, e noi ciclisti abbiamo ri­sposto presente. l virus ha reso evidente un fatto: tutto è connesso, se un elemento si ferma, blocca tutto. Dobbiamo accettare che prima o poi si deve ripartire».

A proposito di ripartenza. In queste settimane si parla delle nuove date, con classiche monumento e Grandi Giri condensati tra agosto e novembre. Che ne dici?
«Mi auguro che le date che stanno mettendo giù vengano confermate. Va bene che noi sportivi siamo una categoria privilegiata, ma dietro a ognuno di noi magari c’è una famiglia ed è importante per tutti riprendere a lavorare. Si prospetta un calendario fitto ma che garantisce di correre in modo significativo. Devo però essere sincero: c’è un filo di pessimismo latente in me, che cerco di tenere a bada ma è inevitabile. Il coronavirus è un problema che sta coinvolgendo tutto il mondo, con tempi diversi, e qui si tratta di dover allineare tutti gli Stati in date uguali per tutti. Co­munque, la speranza è di poter davvero avere un punto di riferimento per la ripresa: sarebbe importante anche per le squadre, che potrebbero finalmente riorganizzarsi».

Già, le squadre. Proprio la tua, la CCC, è stata una di quelle a soffrire maggiormente questo periodo: il mese scorso, il manager Jim Ochowicz ha dovuto licenziare gran parte del personale e tagliare l’80% degli stipendi di voi corridori…
«E oltre a ciò, io sono in scadenza di contratto! Le preoccupazioni di certo non mancano. Ma conosco Jim ormai da tanti anni e ho piena fiducia: so di avere in lui un alleato, che a sua volta si trova in difficoltà esattamente come noi. È un effetto a cascata. Teniamo duro».

Quindi come vedi il tuo futuro?
«Guarda, a tutte le situazioni di cui abbiamo parlato dobbiamo aggiungerne una fondamentale: quan­do torneremo a correre sarà sicuramente passato un anno dal mio infortunio dell’anno scorso. Un tempo sportivamente infinito. Questa quarantena, di fatto, è stata quasi un prolungamento del recupero. Nei miei allenamenti, infatti, ho la­vorato anche sulla riabilitazione del­la spalla, che avevo dovuto mettere da parte per l’inizio di questa stagione. Per assurdo, questo periodo mi è tornato utile per riuscire a sistemarla. Per il ritorno alle gare, mi sono prefissato di tornare lo stesso corridore di prima: la mia carriera è a un punto decisivo, che mi co­strin­ge a ripartire meglio che pos­so».

Qui allora dobbiamo fare un passo indietro. Luglio 2019, nona tappa del Tour de France: rovinosa caduta, fratture a spalla e costato. Uno stop durato sette mesi…
«Sì, sono tornato alle corse con la Va­lenciana a febbraio, ma cinque giorni di gara sono una goccia in un oceano!».

Eccoci così nel cuore del De Marchi lottatore. Come si reagisce a un infortunio del genere, oltretutto a 33 anni?
«Il recupero si divide in due fasi. La prima per riprendersi fisicamente; la seconda per lavorare sull’aspetto psicologico, specialmente in questi mesi di quarantena. Come for­ma ci siamo, sono al 99%. Men­talmente, bisogna porsi continuamente obiettivi precisi a medio termine, di settimana in settimana. Così si allena la concentrazione per farsi trovare sereni e pronti quando si tornerà a gareggiare».

Dato che siamo in ambito di corse ciclistiche, quali sono state le “tappe” del tuo recupero dopo la caduta?
«I tempi sono stati abbastanza lunghi soprattutto a causa della spalla, che era in condizioni delicate. A due mesi dalla prima operazione sono tornato a pedalare sui rulli. Da lì ci sono voluti altri due mesi per riacquisire piano piano la possibilità di pedalare in strada. È sta­to infine il secondo intervento, a no­vembre, a rendermi totalmente abile ad allenarmi di nuovo con intensità».

Proprio a novembre, pochi giorni dopo la seconda operazione, hai vissuto un episodio spiacevole: mentre ti stavi allenando nella tua Buja, una Audi A6 è sfrecciata a pochi centimetri da te sbilanciandoti verso il marciapiede, per fortuna senza conseguenze. Tornato a casa, hai raccontato su Fa­cebook la “sbandata” e il seguente di­verbio con l’automobilista. Spesso tra voi ciclisti e l’ambiente circostante il rapporto non è idilliaco…
«In quel momento avevo i nervi scoperti, dato l’infortunio patito quattro mesi prima: ero particolarmente sensibile a cosa può voler dire cadere e farsi male. Mi venne dunque spontaneo scrivere subito quello sfogo. Purtroppo, questi episodi sono la fotografia della nostra società. Anche di recente, persino negli ultimissimi giorni in cui si poteva uscire in strada con la bici, in cui il traffico era molto ridotto, ho vissuto momenti di cattiveria gratuita contro di me. Ci vorrebbe più comprensione reciproca! In questo momento, poi, non possiamo diventare tutti sceriffi contro chi non ha la mascherina o si trova oltre i cinquecento metri dalla propria abitazione: si rischia di saltare a conclusioni affrettate».

Nel tuo sfogo parlavi anche di un uomo che guidava una jeep blu e ha fatto accostare il pirata della strada per dirgliene quattro. In quelle righe non solo lo hai ringraziato per la solidarietà e l’aiuto, ma gli hai rivolto un appello a contattarti. L’ha mai fatto?
«Non sono mai riuscito a incontrarlo. Un paio di volte ho rivisto la sua macchina, dev’essere uno della zona, ma non sono mai riuscito a scoprire chi sia. In fondo, capisco che una persona non abbia voglia di salire alle cronache».

Senza quasi accorgercene, stiamo vedendo un’altra manifestazione del De Marchi lottatore. Quello che spesso, non solo in quell’occasione, fa sentire sui social la propria voce su temi sensibili legati al ciclismo…
«Noi sportivi professionisti abbiamo la fortuna di avere i riflettori puntati ad­dosso. Per questo, da sempre avverto una sorta di responsabilità nel provare a far passare messaggi utili e dare il buon esempio. È come con un figlio. Ha un anno e mezzo, non posso ancora insegnargli direttamente le cose, però imita ogni gesto che faccio: se faccio stretching, lui riproduce i miei movimenti, se batto una mano sul tavolo lui fa altrettanto… Quello che devo fare allora è dargli l’esempio! Ecco, io cerco di attirare l’attenzione su alcuni temi per dare l’esempio, attraverso i canali privilegiati che noi personaggi pubblici abbiamo a disposizione».

Chiudiamo ora il cerchio attorno a cui sta girando la nostra chiacchierata. Tu, Ales­sandro, sei un lottatore già a partire dalle tue caratteristiche di corridore: passista-scalatore, la quintessenza ciclistica del “lavoratore di fatica”. Qual è il tuo modo di interpretare questo sport?
«Ciclisticamente sono cresciuto mettendomi in mostra con le fughe. Ai tempi della Androni era quello il mio compito, per tenere la maglia davanti alle telecamere il più possibile. Poi mi sono evoluto, cercando anche i risultati, ma sono rimasto legato a questo modo di correre. Senza nulla togliere, ovviamente, al ruolo di gregario e al lavoro per un capitano, che - non va dimenticato - rimane il mio mestiere principale. Ma per me stare in fuga è l’unica fonte di un certo tipo di soddisfazione e gratificazione.»

Un “gregario” con il vizio della fuga, insomma. E quindi della vittoria: tre tap­pe alla Vuelta a España, una al Criterium del Delfinato, e un Giro dell’Emilia (che non sarà una monumento, ma quando l’hai vinto hai tenuto dietro un certo Uran…). A quale sei più affezionato?
«Molto difficile da stabilire. Quando hai cinque vittorie all’attivo, scegliendone una sembra di fare un torto alle altre. Diciamo così: lo scalino più grosso che sento di aver salito è stato il successo più recente, nonché l’unica classica. Il Giro dell’Emilia del 2018. Una gara con una lista partenti di tutto ri­spetto. Ha qualcosa di speciale.»

E qual è invece la vittoria che ancora ti manca e sogni di ottenere?
«Mi piacerebbe completare la serie che ho aperto con la Vuelta: aggiudicarmi una tappa al Giro e una al Tour così da aver vinto almeno una tappa in tutti i tre grandi giri. Le gare a tappe, specialmente quelle di tre settimane, sono quelle in cui riesco a esprimermi me­glio.»

In carriera sei stato in squadra con corridori del calibro di Ivan Basso (alla Can­nondale) o Cadel Evans (nell’allora BMC). Ma sono solo due dei tanti campioni con cui hai incrociato i tuoi destini. Tra i capitani con cui - o per cui - hai corso, chi ti ha impressionato di più?
«Premetto che non sempre ho avuto dei capitani che sulla strada hanno ri­spettato quello che doveva essere sulla carta. Senza fare nomi per non suscitare polemiche, alcuni chiedevano molto ma non sono riusciti a restituire. Pas­sando ai ricordi più positivi, mi sento di citarne due. Peter Sagan, nei due anni in Cannondale, è stato un capitano indimenticabile: era giovane ma aveva già le sue peculiarità ed era davvero stimolante stare vicino a lui. Un altro da cui successivamente ho imparato molto, in BMC, è stato Samuel Sanchez: nonostante il fattaccio (una squalifica per doping nel 2017 che ne ha anticipato il ritiro, ndr) lo considero uno dei leader “vecchia scuola” per la maniera estremamente rispettosa ed educata di rapportarsi con i compagni. Chiedeva tanto, ma era il primo a darti altrettanto».

Dai campioni passati a quelli futuri. Dei talenti in cui ti sei imbattuto negli ultimi anni, chi ti ha colpito di più e ha ancora margini di miglioramento?
«Pure qui cito due nomi. Uno su tutti è Dylan Teuns: l’ho avuto come compagno per quattro stagioni in BMC prima che passasse alla Bahrain, dove corre tuttora. Ha già dimostrato numeri as­surdi, anche l’anno scorso al Tour, e penso sia ancora molto promettente. Andando infine un po’ più nel “piccolo”, essendo ancora in contatto con la mia vecchia squadra, il Team Friuli, di­co Giovanni Aleotti (che l’estate scorsa ha già trovato un accordo con la CCC per il 2021, ndr). Ovviamente deve an­cora dimostrare tutto, ma ha i piedi per terra e la giusta determinazione. Se­condo me è un potenziale leader».

da tuttoBICI di maggio

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