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UAE TOUR, MONDIALE E CICLABILI: D'AMICO RACCONTA IL CICLISMO NEGLI EMIRATI
di Carlo Malvestio | 19/02/2026 | 09:00

Puoi avere tutte le risorse che vuoi, ma per realizzare qualcosa di solido e concreto, poi, ci vogliono costanza, pazienza, visione e passione. Gli Emirati Arabi Uniti è ormai 15 anni che hanno deciso di investire sul ciclismo e la bicicletta, col risultato che si ritrovano ad avere le squadre più forti del WorldTour e una corsa, l’UAE Tour, che magari non ha la storicità di una Tirreno Adriatico o una Parigi-Nizza ma, di fatto, ne ha ormai lo stesso valore.

Ed è bello pensare che nell’ascesa degli Emirati Arabi ai vertici del nostro sport ci sia anche l’esperienza e il modus operandi italiano. Abu Dhabi Sports Council, che ha in mano tutto lo sport dell’Emirato, si è affidata a RCS Sport per mettere le radici all’interno dell’intricato calendario UCI e allestire una competizione all’altezza degli investimenti fatti, prima con il Dubai Tour, poi con l’Abu Dhabi Tour e ora con l’UAE Tour, ormai in pianta stabile all’interno del circuito del WorldTour sia tra gli uomini che tra le donne.

Fabrizio D’Amico, manager milanese, direttore dell’UAE Tour e Chief Operating Officer di RCS Sport and Events dmcc, è colui che collega il mondo ciclistico italiano a quello emiratino e che, con idee e intraprendenza, sta aiutando a rendere sempre più centrale il ciclismo nell’economia sportiva emiratina. 

Fabrizio, come si è ritrovato negli Emirati?

«Dopo essermi occupato della parte operations per la Grande Partenza del Giro in Irlanda, è venuta fuori l’occasione di prendere in mano il neonato Dubai Tour nel 2014 e non ho perso l’occasione. Inizialmente il progetto era triennale, ma le cose sono andate bene e abbiamo proseguito, creando anche l’Abu Dhabi Tour. Passo dopo passo siamo saliti di categoria e nel 2018 abbiamo avvertito la necessità di unire le due corse, creando l’odierno UAE Tour. Non solo siamo nel WorldTour, ma da quest’anno assegnamo al vincitore 500 punti UCI, proprio come tutte le più grandi corse a tappe di una settimana. È un bel riconoscimento per il grande lavoro che abbiamo fatto in questi anni».

Siete arrivati al top, c’è ancora spazio per migliorare? 

«C’è sempre da migliorare e, anzi, secondo me dobbiamo farlo. Per la corsa femminile, per esempio, stiamo lavorando per rendere i percorsi più avvincenti, anche se non è facile considerando che qua dobbiamo relazionarci e parlare con ogni singolo Emirato, ognuno dei quali ha la sua polizia, municipality e governo, quindi non sempre risulta facile mettere tutti d’accordo. Transitiamo per 6 dei 7 Emirati, ma per ogni cambiamento c’è un processo non immediato di realizzazione. Siamo comunque consapevoli che c’è ancora spazio per esplorare e migliorare, e lavoreremo per farlo».

Intanto l’inedita salita di Jebel Mobrah sembra aver avuto un buon riscontro.

«Questa salita l’ho scoperta personalmente lo scorso aprile, me l’hanno portata all’attenzione i ragazzi della community locale che pedala. Mi son detto “andiamo a provarla”, salivo a zig zag e ho pensato che per una corsa professionistica potesse essere interessante, anche per variare un po’ il percorso rispetto agli anni scorsi. È più dura di Jebel Hafeet, eravamo indecisi se provare a farla già quest’anno, poi l’alluvione ha reso la classica scalata di Jebel Jais inagibile, e allora abbiamo preso la palla al balzo per testarci qui».

L’interesse degli emiratini per il ciclismo è effettivamente aumentato?

«Sono qua dal 2014 e la crescita è stata esponenziale. C’era già una cultura di base, ma andava sviluppata e tutti hanno abbracciato questo cambiamento. Il ciclismo è diventato sport nazionale, abbiamo avuto il supporto anche dai piani alti del Paese e, oltre alle gare, sono nate anche le squadre UAE Team Emirates e UAE Team ADQ. C’è stato un investimento importante per la costruzione di piste ciclabili, ora contiamo oltre 1000 km di percorsi ad hoc in UAE, e ce n’è anche uno di oltre 90 km che unisce Abu Dhabi a Dubai. E poi c’è la ciliegina dei Mondiali».

Ecco, cosa può dirci a proposito?

«Nel 2028 ospiteremo quello su strada, nel 2029 quello su pista. Direi che in 15 anni abbiamo fatto tante cose belle a 360 gradi».

È vero che state costruendo una collina artificiale da utilizzare per il Mondiale su strada?

«È ancora presto per svelare i dettagli. Ma è vero che stanno costruendo una collina artificiale nella zona di Hudayriyat Island (dove c’è stata la crono, ndr), ma è un progetto che era nato ancora prima dell’assegnazione del Mondiale. L’idea è quella di offrire a chi si allena un percorso diverso che permetta di fare anche un po’ di dislivello, così da non dover fare ogni volta un’ora o un’ora e mezza di macchina per trovare una salita. Chissà, potrebbe tornare utile anche per il Mondiale, ma posso assicurare che non sarà duro come Ruanda, Canada o Alta Savoia l’anno prossimo».

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