Editoriale
LA RIFORMA DA RIFORMARE. La chiamano riforma, ma forse è solo rafferma. Di riforma c’è ben poco, solo qualche dettaglio. Qualche particolare. Niente di che. Ci si aspettava molto di più e di meglio dopo anni di riunioni, commissioni e stakeholder impegnati a spremere le loro meningi. Bene, dopo tanto affannarsi eccoci di fronte ad una delle riforme più riformabili che mai siano state create e scritte e che probabilmente non vedrà nemmeno la luce.
Non pretendo che voi leggiate tutto il malloppo dell’Uci, ma fidatevi di me e, se ne avete voglia, seguitemi per qualche minuto: vi faccio una rapida sintesi di quanto hanno saputo tirare fuori dopo anni e anni di massacrante lavoro i geniali manager dell’Uci.
Il calendario degli appuntamenti principali non subirà scossoni. Gli eventi WorldTour, nel nome della stabilità, avranno licenza triennale (2017-2019) e non quadriennale. Così pure le squadre, anche se ogni anno ci sarà la consueta revisione basata su criteri etici, finanziari, amministrativi e organizzativi. Insomma, come adesso.
I team di World Tour dovranno avere una formazione giovanile, un vivaio, che in questo caso l’Uci ha ribattezzato Development team: la maglia dovrà essere la stessa del team di riferimento, il numero dei corridori sarà compreso tra 8 e 12 e potrà esserci un “travaso” di corridori: un ATLETA del team di sviluppo potrà essere schierato dalla formazione maggiore, due potranno di volta in volta fare il percorso inverso. Ma non ci sono ancora certezze su aspetti non secondari. Quanto sarà lo stipendio minimo degli atleti? Quanto personale dovrà essere impiegato? E via domandando.
Le corse che già ne fanno parte resteranno confermate, nessun cambio nel numero dei corridori al via, nessuna variazione nel numero delle formazioni che saranno 18. Le corse che attualmente sono Hors Categorie potranno entrare a far parte del WorldTour se lo chiederanno e soprattutto se rispetteranno il Cahiers des Charges, importante soprattutto per garantire la massima visibilità alle corse. Queste nuove prove avranno l’obbligo di invitare le squadre WorldTour, ma le squadre non avranno l’obbligo di partecipare.
Si sperava che almeno le sovrapposizioni in calendario fossero definitivamente eliminate: non sarà così. Al massimo potranno essere due le prove che si accavalleranno, ma le sovrapposizioni ci saranno eccome.
La seconda categoria partirà, forse, nel 2018 con un nome nuovo (Challenge Tour?) - peraltro ancora provvisorio - e un futuro quanto mai incerto. Nel triennio 2017-2019 non ci sarà nessun tipo di promozione o retrocessione dal WorldTour, ma solo la possibilità di sostituire eventualmente una squadra che rinuncia o chiude. Ma, tranquilli, si sta già lavorando alacremente alla riforma in attesa di riforma. Per il triennio 2020-2022 le prime 16 del WorldTour 2019 avranno la licenza per restare nella categoria, le altre due posizioni saranno da valutare. Ma l’orientamento proposto è che un Worldteam esemplare sotto i punti di vista etico, finanziario, amministrativo e organizzativo non possa essere sacrificato di fronte ad un team più forte, ma meno virtuoso.
E il calendario? Sarà formato un gruppo di lavoro per studiarlo. E le classifiche? Verrà stilata una classifica mondiale: ce ne sarà una per Nazioni, che terrà conto dei punti dei primi 8 corridori di ogni Paese, e anche quella a squadre: sia per WorldTour che per IL Challenge Tour. Confermata la volontà di istituire classifiche per premiare il miglior scalatore, il miglior velocista, il miglior corridore di un giorno, di corse a tappe e via elencando... Da quando partirà tutto questo ben di Dio? Probabilmente dal 2017, ma come avrete capito non è sicuro. Solo una cosa è certa. Certissima. Dal 2017 inizieranno i lavori per l’ulteriore sviluppo previsto a partire dal 2020. Ma forse anche questo non è certo.

UN PADRONE. Je m’en fous, me ne frego, devono aver detto gli amici di Aso, la società che ha l’onere e l’onore di organizzare il Tour de France e non solo, dopo aver partecipato al consesso di Barcellona, per prendere visione della riforma riformabile. Je m’en fous, un vaffa in piena regola all’Uci e a tutto il movimento che conta. I francesi hanno deciso qualche giorno fa, con una nota ufficiale, di porre per la stagione 2017 tutte le loro corse, compresa la Grande Boucle, fuori dal World Tour. Una mossa neanche tanto a sorpresa, un vero scacco al Re, visto che il dominus è nelle mani dei francesi e non certo di Brian Cookson, re senza corona. Quindi cosa succederà? Ah saperlo… Una cosa è certa: l’Aso ha fatto quello che doveva fare. I francesi mirano a mantenere lo status quo e il potere. Loro non vogliono dividere un solo euro con nessuno se non quando sono loro medesimi a deciderlo. Ora la palla - anche se si tratta di biciclette - passa all’Uci e ai team di vertice che sono chiamati a prendere una posizione. L’Uci potrebbe rispondere ai francesi allo stesso modo: anche a noi non interessa niente. Anzi, durante il Tour noi inseriremo corse e sovrapposizioni. E i team? Avranno la forza di starsene a casa? Temo che il Tour, ancora una volta, se la riderà pacioso. Sono i più forti e continueranno ad esserlo. Il problema qui non è però chi ha più forza, in ballo non c’è la partecipazione o meno ad uno show di natura machista, ma chi ci rimette di più da questo stato di cose. E a rimetterci è sicuramente e ancora una volta il ciclismo. Come si può pensare di trovare nuovi sponsor e nuovi investitori se proseguiamo imperterriti a commettere gli stessi errori? Occorre un format serio e semplice, da poter vendere. L’altra speranza è che i cinesi della Dalian Wanda, che fa capo al magnate Wang Jianlin, davvero vogliano comprarsi tutto il ciclismo: dal Tour al Giro d’Italia. Dalian Wanda ha deciso di entrare nel mondo dello sport in modo pesante: tra le operazioni già portate a termine c’è l’acquisto del 20% delle azioni dell’Atletico Madrid; il controllo di World Triathlon Corp (WTC) cioè del gruppo Usa proprietario dei diritti, organizzatore  e gestore delle competizioni Ironman Triathlon, per 650 milioni di dollari; per un miliardo di euro ha fatto sua anche Infront Sport&Media. Ed ora punta dritta sui più grandi appuntamenti del ciclismo mondiale. Il ciclismo ha bisogno di una guida, forte e solida. Una sola guida, che sappia creare una sola strategia. Ha bisogno di un Ecclestone, che governi il movimento e lo rivenda. L’alternativa è che sia il Tour a comprarsi anche il Giro, o almeno il diritto di poterlo organizzare nei prossimi 20 o 30 anni, visto che la proprietà della “corsa rosa” è della contessa Bonacossa e non di Rcs Sport. Insomma, il ciclismo non ha solo bisogno di idee e linee strategiche, ma ha assoluta necessità di avere una sola guida. Il rischio è davvero di finire come la boxe, con tutte le sue sigle e le sue organizzazioni. Sì, sarà pur sempre lo sport più nobile di tutti, ma la sua decadenza assomiglia molto all’estinzione.

Pier Augusto Stagi
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