Rapporti&Relazioni
Il mondo va, l'Italia sceglie la decadenza

di Gian Paolo Ormezzano

Se uno crede in una tesi, la ritiene comprovata da fatti concreti, l’ha già messa per iscritto avendo la fortuna di poterlo fare e addirittura di poter contare sulla cosiddetta audience, al di là dell’onanismo paragiornalistico della creazione del sito internettiano personale, personalissimo, che raggiunge la zia e l’amico d’infanzia (l’amico di chi lo crea e magari anche l’amico della zia), e se quest’uno consta che la tesi stessa viene cancellata o trascurata o ad­dirittura avversata non da una ar­gomentazione contraria ma da una palese ignoranza dello stato delle cose, ecco che lui ha il dovere, non solo il diritto, di ripetersi. Dunque mi ripeto scrivendo che il ciclismo non è mai stato come adesso una cosa tanto grande, uno sport assolutamente planetario, un polo di interessi assortiti, una felice connubio di pratica di base ed espressione di élite, uno sport universale, moderno, e intanto uno sport che sa di campagna, di vecchia cara aria buona.
C’è il dettaglio, di portata settoriale ma per noi dolorosa, che l’Italia non è interessata al fenomeno di questo nuovo, grande e grandissimo ciclismo.

Ogni settimana ricevo inviti per parlare, qua e là, del ci­clismo che c’era una vol­ta e ora non c’è più, il ciclismo che ho frequentato in mezzo secolo e passa di giornalismo. In programma - mi viene fatto intendere - so­spiri, memorie, gemiti, ricordi, la­crime, dolenzie assortite. Quando dico di sì all’invito ma preciso che il tema anzi l’essenza dell’incontro non è a priori una lamentazione, avverto diffidenza. Quando poi mi spingo a dire che intendo partecipare - visto che c’è della gente che mi sta ad ascoltare e mi onora a priori della sua fiducia - lo straordinario momento assoluto del mon­do della bicicletta, avverto per­plessità, quasi paura. In linea di massima riesco abbastanza a spiegare, a spiegarmi, come ho in progetto di fare nelle righe che sto per scrivere, ma noto pur sempre una sorta di delusione: la delusione ma­sochistica di chi voleva sentirsi compreso e condiviso in quanto pesto, depresso, avvilito, e invece viene invitato a gioire dei fasti del­lo sport che ama e casomai a dar­si da fare perché il bel momento del ciclismo riguardi e coinvolga an­che lui, il suo cortile di casa, il pae­se in cui vive.

Non lo (ri)scriverò mai ab­ba­stanza: il ciclismo ha smesso di essere uno sportucolo di alto valore poetico e bas­so valore atletico riguardante tre villaggi chiamati Italia, Francia e Belgio, con annessione saltuaria di Svizzera, Spagna, Germania (po­ca), Olanda, al massimo anche Lus­semburgo e Portogallo, e con la sorpresona periodica quando ar­rivava anche un britannico, un ir­landese, uno statunitense, un au­straliano, comunque bestie rare e isolate. Per anni lustri decenni i giornalisti specializzati nel ciclismo hanno viaggiato entro confini eu­ropei ristretti assai. Adesso manco quei viaggi di una volta ci sono, ma perché non si viaggia più, si sta davanti alla televisione (altro, “altrissimo” discorso, come anche quello sulla calcisticizzazione perversa del nostro giornalismo sportivo). La lingua ufficiale del ciclismo non è più il francese, l’inglese ruvido e pratico lo ha spazzato via. La stagione ciclistica non va più soltanto da marzo a ottobre, visto che si gareggia nell’altro emisfero, dove l’inverno è pieno di sole e di caldo, in Australia come in tanta Africa come nel subcontinente la­ti­noamericano. L’Asia sta arrivando sulle scene, fra giri del Qatar e pedalatori orientali con gli occhi a mandorla. Fra poco il Sudamerica della bicicletta non sarà la sola Co­lombia con casomai un pochino di Venezuela, ma saranno Brasile e Ar­gentina e Perù e Cile (e magari si parlerà tanto lo spagnolo).

Stanno arrivando sulle scene pedalatori nuovi, di tipologia e spirito, che oscureranno in chiave di prestazione atletica i miti antiqui, i Bartali e i Cop­pi, gli Anquetil e i Merckx, gli Hi­nault e gli Indurain. Il pronostico è facile, è sicuro, visto che l’uomo si migliora costantemente in ogni sport e il ciclismo è uno sport, sino a prova contraria, e che migliorano anche i supporti, i mezzi tecnici, il cibo, le cure. Sponsor planetari porteranno denaro di industrie ma­stodontiche, altro che la fabbrichetta dell’italianuccio appassionato. Già adesso si avverte questo enorme respiro (il Tour de France già lo spartisce commercialmente, ospitando la mondializzazione del­la pubblicità: e chi se ne frega se ormai sono trent’anni che un francese non lo vince?). La necessità disperata di ecologia dell’uomo troppo tecnologicizzato e assediato dall’inquinamento ambientale aiuterà il ciclismo itinerante e bu­co­lico a imporsi dentro la televisione o qualche sua succedanea, ad onta del fatto che per essa sia sport scomodo da seguire.

E noi faremo sempre convegni sul bel tempo che fu, su come erano forti e poetici i campioni dei nostri padri, dei no­stri nonni, con biciclette povere e “dure”. E sulla decadenza del ci­clismo, quando siamo a noi a decadere - ma guai a dirlo, il re è sempre vestito, ridicolo e fuori moda ma vestito - da quelli che spacciamo come privilegi eterni di suggestione, di poesia, di potere sentimentale, di comando, di memoria.
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