Rapporti&Relazioni
Il supergiornalista

di Gian Paolo Ormezzano

Mettiamo che ci fosse, oggi come oggi, un su­perdotato per il mestiere di giornalista sportivo nel senso classico: andare a vedere, e raccontare, e casomai allegare al tutto le sue opinioni, che siano giudizi o ad­dirittura previsioni. Stampa scrit­ta, intendiamo dire, non radio o televisione o internet dove ormai milioni si scrivono e ammollano il loro giornale quotidiano, testi e im­magini. Facciamo alcune do­mande relative a questo superdotato, un felice impasto di Heming­way e Montanelli, Biagi e Barzini, Tizio e Caio.

Prima domanda. Troverebbe lavoro, nel senso di posto in cui possa esprimere al meglio il suo potenziale? Abbiamo dei dubbi. Nessun giornale al momento at­tuale (diciamo dell’Italia, però con forte sensazione che anche altrove le cose vadano come da noi, considerando poi che noi di solito imitiamo, scimmiottiamo, copiamo) sembra avere disponibilità e programmi per ospitare un giornalista che scriva bene, voglia vedere davvero le cose come accadono e co­me stanno e come cambiano, chieda ai sui capi di fidarsi dei suoi oc­chi, della sua testa, e insomma by­passi la televisione. E preferisca una bella frase del ge­ne­re diciamo pure pittoresco all’enunciazione di una tattica, alla disquisizione su una tecnica. In parole diverse, un Hemingway sarebbe disoccupato. Scriverebbe dei libri, ma non fa­reb­be il giornalista.
Il fatto è che nessuno si accorgerebbe che lui è un Hemingway, e questo per due fondamentali ra­gioni: la prima è che pochi leggono tutto un articolo di quotidiano, in maggioranza bastano ai più i titoli, gli occhielli, i sommari, al massimo quelle “finestrelle” che, inserite nel corpo dell’articolo stesso, mettono in evidenza i passi salienti di esso; la seconda è che ormai si va verso una scrittura in essemmessese da telefonino cellulare e internettese da computer, con qui il dialetto facebookiano e quello twitteroso: e dunque il no­stro povero Hemingway sarebbe un incompreso e potrebbe anche passare per pazzo, delirante in un idioma sconosciuto. Fra l’altro non esiste quasi più, nella pratica dell’editoria, l’unità di misura del suo articolo, che deve (dovrebbe) essere ampio, ricco di cose, gravido di sensazioni, insomma un articolo di quelli che oggi come oggi il giornale quotidiano, tutto pezzi secchi, brevi, essenziali, non ospita più, se non in certe sezioni dove si vuole far passare per settimanale.

Seconda domanda. La cosa riguarda soltanto il giornalismo sportivo? La risposta nostra è che pensiamo di no, ma che soprattutto nel giornalismo sportivo la solitudine hemingwayana sarebbe fortemente e facilmente avvertita, con­statata. Quello sportivo è in teoria l’evento che più si adatta ad una rappresentazione giornalistica che tenga conto dell’ambiente, nel senso addirittura di panorama, de­gli elementi fantastici, delle situazioni umane talora an­che drammatiche ma raramente sgradevoli, ri­pugnanti. In teoria, perché poi in pratica si tratta in fondo di cose che interessano sem­pre meno, an­che perché c’è la televisione che fa vedere quel che si deve vedere, c’è internet che permette di dire quel che si vuole
dire. E amen.

Terza domanda. Vero o no che mentre scriviamo queste righe pensiamo soprattutto al ciclismo? Vero, verissimo. Il ciclismo è nato e si è imposto sui quotidiani con i giornalisti cantori, con gli He­mingway “de noantri”: nessuno di costoro vedeva molto delle competizioni, qualcuno maltrattava il congiuntivo, ma nell’insieme la loro produzione è stata ottima e abbondante, e ha fatto le fortune di uno sport e la delizia dei lettori delle sue vicende. Poi è arrivata la televisione e altri sport si sono trovati ad essere privilegiati, per ra­gioni assortite, intanto che il ciclismo ha perso due cose essenziali: il mistero dei suoi atti, la forza dei suoi panorami. L’atto fisico del ci­clista si è rivelato, all’ispezione del­la televisione, semplice, povero, inadatto a moviole ed altri imprescindibili (pare) tecnicismi: in as­so­luto questo è un valore vero, re­gala umanità, nel relativo del do­mi­nio delle immagini è un handicap costante. Quanto al panorama, in genere è stato troppo spesso di­strutto, cementificato, e intanto posposto, nei posti delle gare, a ri­prese intimistiche e talora spietate di uomini e cose, con il risultato che il ciclismo ha perso i fondali solenni, molto più importanti quando erano immaginati che quando sono stati visibili nella lo­ro condizione di crisi. La televisione poteva essere un aiuto, è diventata una sorta di killer.

Il ciclismo ha lasciato indietro il nostro Hemingway forse più di ogni altro sport. Di co­sa lui potrebbe scrivere, con uomini e cose umiliati e non esaltati dalla televisione? Potrebbe descrivere l’umiliazione, ecco. Ma chi vor­rebbe leggerla? Potrebbe scrutare facce cercando tracce di do­ping e rischiando di trovare tracce di sport povero di attualità e ricco di poesia, cioè poverissimo. O ric­co anche di un’attualità salutistica, antimotoristica, di cui tutti conoscono la validità intanto che però non vogliono sentirsela dire né valutare, anche perché stanno sull’auto che ha il motore acceso. Potrebbe persino sperare in una crisi totale che costringa tutti a “pedalare” e dunque alzi il tasso di “ciclistosità”, ma potrebbe patire accuse tremende di vampirizzazione di situazione tragica.
E comunque troverebbe difficile scrivere di cose che non stiano be­ne nelle sue corde, nei suoi pro­grammi, nei suoi sogni, anche e soprattutto perché gli mancherebbero spazi sui giornali, nessuno gli darebbe manco una lavagna su cui fare scorrere il gesso, provocando rumori stridenti, di quelli che fan­no accapponare la pelle.
Accade anche a chi proprio non è un Hemingway, figuratevi a lui. Che poi non ha neppure, per sfogarsi, tuttoBICI…
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