Editoriale
RIIS CON L’ASTERISCO. Lui, Bjarne Riis, travolto nell’«affaire Telekom», alla fine ha dovuto ammettere d’aver fatto ricorso al doping. «Ho preso epo e sostanze proibite dal 1993 al 1998». E ha aggiunto: «Non sono degno di quel Tour».
Parole pronunciate un venerdì di maggio, il 25 per la precisione. Con le sue parole è crollato miseramente tutto un sistema. Forse l’intera impalcatura del ciclismo degli anni Novanta. Doping generalizzato, di squadra. Difficile pensare e credere che altre squadre potessero essere competitive con la Telekom dei “rei confessi”, correndo a pane e acqua. Ma non è questo il punto. Quello che lascia straniti è la reazione degli organizzatori del Tour de France; bravi, bravissimi, ma come spesso accade ai francesi anche eccessivamente plateali quando vogliono essere grandi per forza. «Via Riis dall’albo d’oro», hanno gridato e promesso; via il nome del danese da quel 1996 che sarà segnato per sempre. Francamente la loro reazione è più che giustificabile: a caldo. Dopo undici anni di inganni e bugie, non è bello vedersi questo “marine” danese, che predica e continua a predicare il ciclismo pulito a pane e acqua, che se ne esce con la sua bella confessione e vorrebbe anche gli applausi. «Se volete la maglia gialla è nel mio garage, in uno scatolone». No caro Riis, se davvero volessimo la sua maglia gialla con essa vorremmo anche i soldi che quella maglia gialla le ha fruttato. Vorremmo indietro un sacco di cose, meno le sue scuse, di cui non sappiamo proprio cosa farcene. Ma agli organizzatori del Tour, ai signori dell’Aso chiediamo semplicemente che a fianco di quel 1996, non venga tolto nessun nome e nessun cognome. Chiediamo che non venga messo a margine nessun asterisco. Primo perché Riis non è l’unico ad avere confessato e non sarà l’ultimo. Il doping di squadra degli uomini Telekom è praticamente acclarato, manca la confessione di Ullrich che a questo punto sembra essere quasi superflua. Il ciclismo degli anni Novanta non è più credibile, da cima a fondo: cosa facciamo allora, mettiamo gli asterischi da tutte le parti? E delle vittorie di Richard Virenque, e delle sue maglie a “pois”? Perché lasciarle lì visto che anche lui, con una faccia di tolla di gran lunga superiore a quella di tanti altri suoi colleghi, per due anni e mezzo ha negato le proprie responsabilità dopo essere finito mani e piedi nell’«affaire Festina» e poi davanti ad un giudice ha ammesso le proprie colpe come un agnellino. A lui non solo non è stato tolto nulla, ma quelli del Tour l’hanno anche ripreso a correre a furor di popolo. No cari signori dell’Aso, lasciate stare l’albo d’oro.
Chi segue il ciclismo ha tante qualità, ma una in particolare lo rende unico: la memoria. Non c’è appassionato che non sappia o non rammenti. Lasciate che nell’albo d’oro all’anno del Signore 1996 ci sia scritto il nome e il cognome di Bjarne Riis, tutti sapranno chi era e che cosa fece questo galantuomo. Tutti sanno e sapranno che il suo fu un Tour finto, vinto con l’inganno, da un bugiardo e baro. Lui l’asterisco, d’ora in poi, ce l’avrà perenne: sulle proprie labbra e nei propri occhi. Avrà una faccia da asterisco. Riis, quello del Tour 1996… Rammentare, per non dimenticare.

EMBARGO. Della lettera che i corridori saranno chiamati a firmare e che in questi giorni hanno firmato, parla nella sua sua rubrica con la consueta chiarezza Enrico Carpani, capo ufficio stampa dell’Unione Ciclistica Internazionale. Un passo importante, per certi versi epocale, che chiama direttamente in causa ancora una volta i corridori, mettendoli in pratica a nudo, spalle al muro. Ancora una volta, però, l’Uci decide di lasciare nelle mani dei corridori e delle squadre ogni responsabilità: ognuno decida del proprio futuro, ognuno faccia la propria parte, cosa che per altro non è nemmeno così sbagliata. Ecco quindi l’autocertificazione con la quale il corridore è chiamato a dire a chiare lettere di non far parte dell’«Operacion Puerto» e di non avere a che fare con nessuna inchiesta: né con la giustizia ordinaria né tanto meno con quella sportiva. Dichiara di essere pronto a fornire a chicchessia il proprio Dna, e nel caso fosse trovato invischiato in vicende di doping, di essere pronto a pagarne le spese di tasca propria, con un anno del proprio stipendio. Se questa operazione sarà efficace o meno lo scopriremo solo con il tempo, ma al governo mondiale della bicicletta (Uci), che della politica fa il proprio mestiere, chiedo solo una cosa: perché continua a non fare nulla con quelle Federazioni negligenti e imperturbabili come quella spagnola? Dopo un anno esatto, siamo fermi ancora a quella lista di 50 e più nomi di Strasburgo. Lì siamo restati. Se Basso e Scarponi sono stati giudicati è per la giustizia sportiva italiana che è andata in Spagna a prendersi i documenti e il materiale per fare un po’ di chiarezza, mentre l’Uci continua a guardare. Eppure basterebbe un bell’«embargo». Se la Federazione iberica continua nella sua posizione di immobilità assoluta, basta comunicare loro che nessuna squadra di Pro Tour andrà più a correre in territorio spagnolo e che i loro corridori non saranno più i ben accetti in Francia, Italia, Germania, Olanda e così via. Facciano pure come vogliono, continuino a fare orecchie da mercanti e ne pagheranno le conseguenze. Un provvedimento semplice, che francamente se fossimo in Pat Mc Quaid prenderemmo in seria considerazione e mi meraviglia che ancora non l’abbia fatto. Forse teme di scoperchiare qualcosa che è meglio che resti coperto?
Pier Augusto Stagi
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