D opo la provocazione generale, quella per far sì che finalmente venga proclamato a livello Onu e se del caso anche Unesco (politica più cultura, il massimo della frequentazione degli opposti e della compensazione reciproca) l’anno della bicicletta, proviamo a suggerire alcuni piccoli espedienti per la diffusione dell’idea di pedalare. È un servizio assolutamente gratuito che offriamo alla federazione, forse presuntuosamente sperando di salvarla da qualche vasto e costoso studio di settore, da qualche agguato esoso di un’agenzia pubblicitaria superfurbastra, o addirittura dalla sua stessa indifferenza o pigrizia o sottomissione ad altri programmi. Se talune idee sono già state attuate, il fatto che non ce ne siamo accorti, noi del mestiere, ci rafforza nella nostra idea di concretizzarle: ulteriormente e meglio.
? Bisogna assolutamente far entrare la bicicletta nella televisione. Ci sono in tivù centinaia diconsi centinaia di servizi sulla salute, al mattino poi si propone e si propina di tutto, dal massaggio mongolo alla ginnastica patagonica, ma non c’è mai quasi mai la bicicletta. La televisione ha fame di programmi, di idee per programmi. Se le si offre un bravo ciclista, un medico che sappia spiegare semplicemente le cose, una cyclette sofisticatella, dà i suoi spazi. Altrimenti li dà allo spinning, che è l’epilessia del ciclismo. Bisogna creare nelle grandi città e loro dintorni l’incidente speciale, e la grande pubblicizzata protesta conseguente: il ciclista che prende la multa in una strada vietata ai velocipedi, e si ribella e sale sino alla corte costituzionale, se del caso. Il ciclista che usa la bicicletta in un pellegrinaggio sacro. Il ciclista che sfida il traffico di una tangenziale. Da creare il caso e il casino, per finire sui giornali, sui teleschermi.
? Bisogna ottenere l’inserimento delle piste cittadine ciclabili in qualche lotteria, nel senso che una parte dei ricavi vada esplicitamente alla loro costruzione: trattasi di battaglia anche politica, potrebbero condurla i sindaci che sono in crisi per l’inquinamento e che benedicono, visti i tagli dei loro bilanci, i soldi da dovunque arrivino. Pazienza non sfruttare il ciclista Prodi, che ha troppo da fare, ma è possibile che tutto un programma in salsa emiliana come quello televisivo di Gianni Morandi non veda entrare decisamente la bicicletta nel suo palinsesto? Bisogna cercare dei personaggi agganciabili, popolari, popolarizzabili. Il mago europeo dei trapianti di fegato, Salizzoni, vive a Torino, è ciclista amatore, idem suo figlio, si occupa di antidoping per la federazione, ma raramente viene “stanato” come esperto di bicicletta: e forniamo l’idea che ci è più vicina di casa, chissà quante, anche migliori, languono altrove.
? È tanto difficile arrivare alle scuole e proporre (elementari e medie) un concorso nazionale per la definizione, in dieci parole, della bicicletta? Premio, o premi: andare al seguito di qualche corsa, anche a tappe, con possibilità di interventi televisivi.
ª Bisogna proporre alla solita televisione un servizio itinerante per l’Italia dei musei del ciclismo. Non una trasmissione occasionale di tanto in tanto, proprio un Giro d’Italia dei reperti, delle memorie.
º Si deve chiedere ad uno stilista di nome se non sia possibile vestire i ciclisti amatoriali in maniera meno buffa di quella attuale, e impegnarlo nell’impresa. Non è detto fra l’altro che si debbano portare in giro i colori e le scritte delle maglie dei ciclisti celebri. Loro sono pagati per questo, gli amatori pagano.
? Si deve essere preparati alla bicicletta cinese da 30 euro: non contrastarla, accettarla come passaggio utile per arrivare a capire e sfruttare una bicicletta più “importante”.
æ Offrire ad alcuni celebri obesi una bicicletta e il programma per dimagrire. E parlarne, si capisce.
ø Varie ed eventuali.
E’chiaro che anche quanto sopra appartiene al dominio della provocazione. Ma prima che la bicicletta finisca nelle soffitte, nelle cantine, ben che vada nei portabagagli delle vetture (impossibile inserire la bici fra gli optional dell’auto?), bisogna muoversi e smuovere. La tendenza alla fossilizzazione va combattuta anche se le speranze di vittoria sono poche. Combattuta come si combatte il crimine, la droga, la mafia: non si pensa di debellarli, ma si pensa che combatterli è cosa degna, necessaria al bipede per essere uomo.
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Se non lo fa nessuno più valido, chi scrive queste righe si offre per tentarlo. Sto dicendo di un festival cinematografico della bicicletta. Torino è la città adatta, col suo Museo del Cinema che all’estero è considerato una meraviglia, in Italia un “chissaccosa” misterioso, a Torino un ingombro all’interno della Mole Antonelliana, evidentemente più interessante quando conteneva il vuoto assoluto, come è accaduto per anni, a parte l’uso del sotterraneo per la custodia in ambiente ottimale dei vini di un politico a corto di spazio a casa sua.
Festival della bicicletta: le pellicole dove la “petite reine” fa da padrona. Una per tutti: “Jours de fete”, il grande Jacques Tati che fa il postino in velocipede.
Per noi “Totò al Giro d’Italia”, ancora un capolavoro. Dagli Usa “All american boys”, sottotitolo “Breaking away”.
Attenzione: All american boys non si traduce con “tutti i ragazzi americani”, ma con “ragazzi tutti americani”, cioè veri tipici ragazzi d’america. E breaking away è la rottura del plotone, la fuga.
Ma c’è tantissimo da reperire, da proiettare. Concorso aperto per una grande idea di lancio: una sfida tra Prodi e un veterano tipo Gimondi, in salita, sulla splendida inquietante rampa del Lingotto, per arrivare in alto alla pista di collaudo delle antiche Fiat, con scenografia paleoindustriale da Metropolis di Fritz Lang?
Lanciato il sasso, non nascondo la mano.
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