Editoriale
CANALE DI SAIZ. «Manolo Saiz lo conoscono tutti: è un accentratore, un egocentrico, convinto di poter fare di tutto: dal giornalista al ricercatore scientifico. È arrivato anche a minacciare di morte un operatore della tivù spagnola, perché lo aveva ripreso quando non voleva. È un tipo così…». Parole di Pedro Delgado, ex campione spagnolo, vincitore di un Tour de France e oggi commentatore televisivo per Tve. Lui non è sorpreso del coinvolgimento di Manolo nell’«Operacion Puerto», che ha portato all’arresto del team manager della Liberty Seguros, del ginecologo Eufemiano Fuentes e del direttore aggiunto della Comunidad Valenciana José Ignacio Labarta e di altre due persone. Questa operazione, condotta dalla Guardia Civil, ha portato alla scoperta di quantità ingenti di materiale dopante in uno degli appartamenti intestati al dottor Fuentes - che in passato ha collaborato con Kelme e Once - che segue ciclisti e non solo loro, visto che le 200 sacche di sangue rinvenute potrebbero riguardare anche calciatori e altri sportivi. Ma tutto questo fa parte della cronaca, che è in continuo divenire. A noi interessa soffermarci soprattutto su un aspetto: il presidente onorario Hein Verbruggen, il governo dell’Uci, il direttivo del Pro Tour, i team manager delle formazioni Pro Tour non sentono il minimo senso di imbarazzo? Manolo Saiz ha predicato tanto in questi anni, conquistando all’interno del movimento ciclistico mondiale un potere enorme. Da sempre è considerato uno dei grandi uomini di fiducia dell’ex numero uno del ciclismo mondiale. Uno dei grandi tessitori, per non dire «un suo uomo», o meglio ancora «una testa di legno»: alzava la manina a comando (non è l’unico, state tranquilli, noi italiani ne abbiamo di bravissimi) e faceva quello che voleva il padrone, Hein Verbruggen, che per la sua totale fedeltà l’avrebbe anche agevolato porgendogli su un piatto d’argento la Liberty, sponsor che arrivò giusto in tempo per sostituire la Once. Adesso ci si dissocia, e si fa finta di non aver mai avuto a che fare con quel figuro. Eppure tutti passavano da lui, per avere referenze, consigli, agevolazioni politiche e quant’altro. Era il “canale di Saiz”, potente e sicuro. Ora che l’hanno trovato con il sorcio in bocca (sacche di sangue e 60 mila euro per pagare il conto) lo si scarica. Noi di tuttoBICI, dopo i ripetuti casi di positività riscontrati nel suo team - ultimo quello di Heras -, avevamo semplicemente chiesto la sua radiazione. L’Uci l’ha tenuto lì, senza che le formazioni Pro Tour – la crema del movimento - provassero il minimo senso di imbarazzo. Che lo provino ora, fuori tempo massimo, conta davvero poco.   

CANALE DELL’UCI. Il 12 maggio scorso sul sito dell’Unione Ciclistica Internazionale, senza grandi clamori, appare una notizia sulle cui conseguenze è giusto riflettere: è stata avviata una collaborazione tra Uci e Cycling.tv, una televisione che trasmette eventi ciclistici via internet, con modalità tecniche che si stanno sempre più diffondendo e con una copertura planetaria. Il risultato di questa collaborazione è l’UCI Live.com, un canale televisivo via internet tramite il quale accedere, a pagamento, in diretta o in differita, a tutti gli eventi organizzati dall’Uci: dai campionati del mondo su pista, strada e fuoristrada, alle maggiori prove del circuito Pro Tour, come il Giro di Romandia, Liegi-Bastogne-Liegi, Freccia Vallone, Parigi-Roubaix, Gand Wevelgem, Giro dei Paesi Baschi e persino il Giro d’Italia, il cui accesso era possibile solo dal continente americano. Ci si domanderà: qual è il problema? È un servizio utile a tutto il ciclismo. E infatti lo è: ma un conto è se viene concordato con i team e gli organizzatori delle corse, un altro se l’azione viene calata dall’alto. I diritti d’immagine, sia dei team che delle corse, di chi sono? Come può l’Uci fare e disfare a proprio piacimento senza informare le parti, e soprattutto senza dividere la torta?

CAMBIANO CANALE. Vorrei avere in mano un telecomando, per cambiare canale. Vorrei spegnere tutto ogni volta che sento imbarazzo, fastidio: soprattutto quando mi rovinano lo spettacolo sul più bello. Domenica 28 maggio, alla domenica sportiva, a trionfo appena consumato da parte di Ivan Basso, mi sono trovato di fronte a Italo Cucci, opinionista de la Domenica Sportiva, al quale non pareva vero di dire: «visto, non ci sono soltanto calciopoli o moggiopoli, anche il ciclismo non sta meglio: per vincere bisogna pagare». Per la serie ha capito tutto: complimentoni. Ad ogni modo tutto questo è accaduto perché un ragazzo di 35 anni, che ultimamente va più veloce di lingua che di gambe, ha pensato di accusare Ivan Basso di alto tradimento perché gli avrebbe chiesto dei soldi in cambio di una vittoria di tappa. Già travolto da scandali, blitz, accuse di doping ad ogni piè sospinto, arriva anche Gibo Simoni a ridicolizzare il nostro sport: cambiamo registro. Altrimenti saranno gli sportivi d’Italia, me compreso, a cambiare canale.

Pier Augusto Stagi
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