Gatti & Misfatti
Non soffocate il ciclismo con il passato

Ma perchè quando segna Baggio non ci raccontano subito come segnava Meazza? Ma perchè quando scende Tomba non ci raccontano subito come scendeva Zeno Colò? Ma perchè quando sorpassa Alesi non ci raccontano subito come sorpassava Manuel Fangio? Diciamolo: negli altri sport la memoria storica conta ovviamente molto, è un patrimonio da tutelare come buon antiquariato, però fino a un certo punto. Il ciclismo no, al ciclismo piace farsi del male. Il ciclismo va avanti girato all’indietro: poi si stupisce se ogni tanto sbatte. Non c’è corsa in linea, non c’è grande giro a tappe che non venga introdotto con il solito filmato sfumatura seppia, tutto molto amarcord, tutto molto commovente e molto suggestivo. Ogni volta che si arriva a Ladispoli o a Bagnacavallo ci dilettano regolarmente col pezzo di rimembranze, ma che bella quella volta che Pambianco staccò tutti a Ladispoli, ma che emozione quella volta che Massignan bucò in fuga a un chilometro da Bagnacavallo. Vince Rominger? Sì, grande Svizzera, ma com’erano gloriosi i tempi di Koblet. Vince Jalabert? Bravo, però parliamo di Anquetil. Vince Bugno? Complimenti, ma per piacere parliamo dei Magni e dei Coppi che erano di un’altra stoffa.
C’è un gusto sadico e autolesionistico di trucidare tutto ciò che è contemporaneo, quasi che essere nati dopo il 1950 sia una colpa da espiare nel ridicolo. Ma perchè Casagrande e Pantani non meritano di essere presi per quello che fanno e per quello che sono? Perchè? Dice bene - come sempre - il cittì Martini: «Correre oggi è molto più faticoso: vanno tutti forte, richiede un’applicazione maniacale, impone ritmi e fatiche tremendi. Una volta erano tre o quattro a potersi permettere diete e allenamenti appropriati, difatti poi davano un quarto d’ora agli altri, a tutto il resto del gruppo. E poi resto convinto che andare oggi in bicicletta sia molto più meritorio che una volta: adesso verrebbe più facile girare in Bmw». Discorsi inutili. Siamo fermi, siamo cementati a Coppi e Bartali. Non si capisce perchè, ma è vietato parlar bene di adesso. Una volta invece era tutto magnifico: uomini, corse, paesaggi, ristoranti. E passi che lo dicano quelli di settant’anni, giustamente malati di malinconie. Tremendo e imperdonabile che invece lo dicano quelli di trenta e di quaranta. Però lo dicono e si compiacciono di dirlo.

Bisogna rassegnarsi. Come dimostra anche l’ultimo Giro. Diventa persino stucchevole, ma si deve ancora parlare di Rai. Euforica perché già sicura di riprendersi la corsa rosa, intanto ci ha rimesso mano con un rotocalco condotto da Giorgio Comaschi . Hanno fatto un grande sforzo di fantasia, chiamandolo «Giro di sera», assolutamente innovativo rispetto al «Giro sera» che faceva la Fininvest: in quel «di» ci sono settimane di meditazioni, cui ha fattivamente collaborato il nuovo caporedattore Furio Focolari, fantasia inesauribile, capace di rivoluzionare tutto con una semplice particella di due lettere. Titolo a parte, hanno riproposto Vito Taccone, reduce dall’epopea del «Processo alla tappa». Ma davvero per creare qualcosa di nuovo bisogna tornare a trent’anni fa? Sono stati Giri, sono state trasmissioni, sono stati personaggi straordinari, ma per piacere lasciamoli là: per non rovinare il ricordo di allora e per non rattristare le vicende di oggi. Questo gusto del reducismo a tutti i costi, buono per tutte le stagioni, per cui non si può dir bene di adesso senza sentirsi rispondere che è tutto uno schifo e che una volta era un’altra cosa, è una mania ridicola.

E allora non resta che lanciare un appello alla gente ragionevole come Sergio Zavoli (che forse il prossimo anno tornerà al Giro), perché siano proprio quelli come lui a uscire da questa ridicola condanna. Anche se si è fermato a Felice Gimondi e Eddy Merckx, anche se quei volti e quei fatti sono legati al periodo più dolce della sua vita, faccia lo sforzo di rinnovarsi nei fatti e nei volti di oggi. Ce ne sono molti, ci sono tante storie, basta smetterla di guardarle con occhi paternalistici di superiorità. Più che altro è una richiesta per la televisione che verrà: se davvero la Rai si riprenderà tutto, eviti per piacere di appesantirci il fegato con i piatti riscaldati. Dicano a Focolari che il ciclismo può sopravvivere anche senza Vito Taccone. E al limite può sopravvivere anche senza Furio Focolari.

Cristiano Gatti, 38 anni,
bergamasco, inviato de “Il Giornale”
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