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TIBERI. GLI ERRORI, LA RIPARTENZA E LA... VUELTA BUONA
di Giulia De Maio | 29/10/2023 | 08:20

Dagli sbagli si impara.
Gli sbagli ti attirano verso il fondo
Il finale poi dipenderà da te
(sbagliare è facile)
Ma il segreto è nel capirlo
La notte porta consiglio
(dagli sbagli si impara)

Così cantava Fabri Fibra con Elisa in una delle canzoni dell’album Guerra e Pace di ormai 10 anni fa. La musica rap italiana non è assolutamente il genere di Antonio Tiberi, ma in questa strofa il 22enne ciociaro che quest’anno è stato protagonista delle cronache, purtroppo non solo per il suo talento cristallino, si ritrova senz’altro. Dopo essersi messo in mostra a La Vuelta a España in ma­glia Bahrain Victorious, confermandosi una delle promesse più interessanti del nostro movimento per le corse a tappe, ci ha concesso questa intervista a cuore aperto.

La prima a tuttoBICI con la nuova ma­glia. Gli avevamo dedicato la copertina a febbraio quando militava ancora alla Trek Segafredo, a fine aprile la rescissione del contratto che legava team e atleta dopo il caos generato dalla notizia che nel settembre 2022 Antonio, da sempre appassionato di armi da tiro a segno, con una carabina ad aria compressa aveva sparato un colpo dalla fi­nestra della sua casa di San Marino uc­cidendo un gatto. Dopo aver chiesto scu­sa pubblicamente e aver pagato le conseguenze delle sue colpe (condanna a 4.000 euro di multa, sequestro dell’arma, stipendio del periodo in cui è stato sospeso dal team americano do­nato alle associazioni per la difesa e il salvataggio degli animali, ndr), il campione del mondo della cronometro junior 2019 è tornato in sella con la vo­glia di dimostrare che è molto di più e di meglio del grave errore che lo ha portato alla ribalta.

Questa intervista vuole essere un nuo­vo punto di partenza anche nel rapporto con i media, passata la notte che ha portato consiglio.

Ti sei messo alle spalle quanto accaduto?
«Sì, ora voglio far vedere quello che sono su e giù dalla bici. Ho sbagliato, provato vergogna, cercato di prendermi le mie responsabilità pagando quello che la legge riteneva opportuno. In fa­miglia da diverse generazioni abbiamo un’azienda agricola e ogni tipo di animale. Anche cani e gatti. Io sono cresciuto con gli animali da quando sono bambino, andavo a mungere le mucche. Non farei mai loro del male volontariamente. Ho commesso una stupidata a cui sono seguite due fasi. La prima completamente buia, nella quale mi sentivo perso, non sapevo come sarebbe andata a finire, avevo timore, paura. Poi, quando mi si sono aperte le porte della Bahrain Victorious, ho ritrovato la sicurezza di poter continuare la mia carriera. Ho rivisto la luce in fondo al tunnel. Il team mi ha dato una nuova pagina da scrivere oltre alla fiducia di schierarmi in un grande giro dopo sole 2-3 gare insieme».

La Vuelta, che hai chiuso 18° in classifica generale.
«È andata parecchio bene, l’anno scorso alla prima partecipazione avevo sofferto di più. Non ci sono arrivato al top per colpa di una tendinite emersa la settimana prima della Vuelta Burgos, sono stato costretto a saltare l’ultima corsa prima del grande appuntamento (non correva dal Tour de Pologne, ndr) quindi nelle prime tappe mi è mancato il ritmo gara, ma man mano ho ritrovato un buon colpo di pedale e ho finito in crescendo. Sono orgoglioso della mia prestazione, in particolare nel­la tappa dell’Angliru e nella penultima affrontata in fuga con il mio compagno Wout Poels, che alla fine ha vinto mettendo la ciliegina sulla torta al lavoro di squadra. Dicono che un grande giro cambi il motore di un atleta e così è stato per me sia un anno fa che ora. Da quest’ultima esperienza sono uscito con meno stress fisico».

Hai dato l’impressione di avere margini di miglioramento.
«Così è perché non mi sono ancora mai focalizzato al cento per cento per puntare alla top ten di una corsa a tappe. Nei mesi di avvicinamento ad un grande giro non devi lasciare nulla al caso, se miri alla classifica generale devi fare tutto a regola d’arte. A volte, essendo giovane, sbaglio nella preparazione. Per esempio quando dovrei essere for­te e insistere negli allenamenti io tendo ad ascoltare il fisico più che la testa e quando mi sento stanco alzo un po’ il piede dall’acceleratore. Per migliorare ulteriormente serve invece stringere i denti e insistere. Anche per quanto ri­guarda l’alimentazione non ci si può concedere sgarri. Io ho la fortuna di non essere un gran bevitore, il vino per esempio non mi piace, ma quando pos­so mi concedo una lattina di Coca-Cola o di Fanta. Mangio tantissimo e di tutto. Il mio piatto preferito? La carbonara».

In Italia abbiamo fame di corridori da grandi giri, avverti questa pressione?
«No, sono sereno. Per fortuna le aspettative degli altri non mi toccano, mi concentro sul mio e tutto quello che viene è di guadagnato. Ho sempre am­mirato Vincenzo Nibali e so che tutti attendono il suo erede».

Facciamo un gioco. Se potessi rubare una caratteristica ai campioni più blasonati di oggi, quale sarebbe?
«A Pogacar ruberei la spensieratezza con cui riesce ad affrontare le gare im­portanti, si vede che è sempre tranquillo; ad Evenepoel la professionalità nel­lo svolgere questo mestiere, magari non tutta la sua dedizione perché forse è fin troppa; a Van der Poel un 50% di energie, ha una capacità fisica fuori dal normale, così come van Aert. Potessi fregare loro una gamba a testa sarei a posto (ride, ndr). Battute a parte, io cer­co di imparare da tutti, di osservate, prendere il meglio di ognuno e farlo mio».

Con Remco hai solo un anno di differenza.
«Sì, lui è del 2000 e io del 2001. La prima volta lo incontrai alla Corsa della Pace in Repubblica Ceca, eravamo junior, io primo anno, lui secondo, e ho capito fin da subito che era un essere diverso da tutti gli altri. Vedendo la vita che fa e standoci a fianco in gruppo si nota che è molto più avanti di me mentalmente, di testa è più maturo di un ragazzo della nostra età. L’anno scorso ha vinto La Vuelta, questa volta ha avuto una giornata no sul Tour­malet ma capita a tutti, e il giorno dopo si è riscattato da campione».

La Jumbo Visma ha dominato.
«Non è una novità, ma alla Vuelta han­no fatto stravedere la loro superiorità. Hanno una o due marce in più degli altri, sono avanti forse nella preparazione o altro, noi siamo ancora un pelo indietro. In Spagna c’è stato ben poco da fare contro questo squadrone, ma come team abbiamo comunque ben figurato e raccolto parecchio. Personal­mente fino all’anno scorso ero un po’ intimorito dai big in corsa, provavo un po’ di sconforto perché realizzavo che tra me e loro c’era tanta differenza, quest’anno la mia prestazione ha iniziato ad avvicinarsi alla loro, in salita riesco a stare più a lungo con loro e con più facilità quindi ho più confidenza nei miei mezzi e mi sento più a mio agio al loro cospetto».

Chi sono i tuoi punti di riferimento all’interno della Bahrain Victorius?
«Ho legato parecchio con Damiano Ca­ruso, è il compagno con cui ho passato più tempo tra il ritiro a Livigno, il Tour de Pologne e un mese di Vuelta sempre in camera insieme. È un corridore d’esperienza che anche con una semplice battuta nei momenti chiave può darti una dritta preziosa. In varie occasioni in gara mi ha dato consigli importanti. Le tappe in cui ero davanti a tirare mi diceva quando era il mo­mento di spingere di più o recuperare in base alla tattica di gara e a quanto volevamo dare fastidio agli avversari».

E più in generale?
«La famiglia è il porto sicuro. Mamma Nadia e papà Paolo sono sempre stati dalla mia parte. Se sono arrivato a questo livello nel ciclismo è merito soprattutto di mio padre: avendo corso se ne intende e fin dalle categorie giovanili mi ha indirizzato al meglio. Preziosa è anche la mia ragazza Chiara. L’ho co­nosciuta quando ero in ritiro a Livigno da junior, lei era lì con la Nazionale di triathlon. Avendo un passato da sportiva anche nell’atletica (ora non gareggia più perché impegnata con l’accademia della Guardia di Finanza), sa quanti sa­crifici servono per competere ad alti livelli. Mi capisce, sa come tirarmi su di morale e farmi ritrovare le energie».

Gara dei sogni?
«Da piccolo rispondevo Parigi-Rou­baix ma quando da stagista ho disputato la mia prima gara in Belgio, la Frec­cia del Brabante 2020, ho capito che le classiche non fanno per me. Ora direi un podio finale al Giro d’Italia. Finora con la Vuelta ho avuto solo un assaggio di grandi giri, ma ho già apprezzato l’affetto del pubblico. Se in Spagna ogni giorno è una festa, figuriamoci in Italia... Sarebbe un sogno disputare la corsa rosa l’anno prossimo o mettersi alla prova con il Tour de France che parte da Firenze, su strade che conosco bene avendo corso tanti anni in Toscana. Vedremo il team cosa ri­terrà più adatto per il mio calendario. Intanto quest’anno cerchiamo di finire al meglio tra Gran Piemonte e Il Lom­bardia».

Il tuo primo ricordo legato alla bici?
«Non avevo ancora 8 anni quando a Gavignano ho visto una squadra di bambini che si allenava vicino casa nelle stradine di campagna, da quel giorno ho rotto le scatole a papà per poter provare. Volevo usare la bici di quando correva lui che ovviamente per me era gigantesca, non vedevo l’ora di crescere per utilizzarla. Il 24 giugno per il mio compleanno zio Luigi (Sal­vatori, fratello di mamma Nadia, ndr), che ave­vo stressato quanto papà, mi iscrisse al Team Anagni Cicli Nereggi e mi regalò una biciclettina gialla con il cambio sul telaio. L’avevo desiderata tan­to».

La prima gara?
«Da G2. Partimmo in 12 o 13 e arrivai ul­timo. Nonostante l’esordio poco in­coraggiante poi sono migliorato. Agli inizi soffrivo tanto di ansia, prima di ogni gara dovevo rimettere, era un trau­ma ogni domenica. Ora sono cambiato totalmente, sono super tranquillo, mi è solo rimasta un po’ di tensione nella fase di preparazione delle cronometro. Sarà che è una prova singola, in cui sei solo contro te stesso, con un orario in cui partire a cui devi arrivare preciso, non si possono avere imprevisti. Non c’entra con quanto successo nello Yorkshire (quando vinse il mondiale juniores recuperando mezzo minuto ab­bondante di handicap per la rottura di un pe­dale in partenza, ndr)».

Rinunceresti a tutto, tranne che...
«A una macchina sportiva. Ho la passione dei motori, amo usare sia macchine che moto. Non a caso sono di­plomato in meccanica. Mi piace mettere le mani su bici e motori, avendo la mia famiglia un’azienda agricola con papà sono cresciuto aggiustando mezzi di ogni genere. Non seguo altri sport. Nel tempo libero guardo film e documentari, prediligo le storie avvincenti d’azione, avventura o mistero».

Il tuo pregio e difetto più grande?
«La spensieratezza. Affronto la vita con abbastanza tranquillità, non mi faccio prendere dalla foga o preoccupazione. D’altro canto alcune volte questa leggerezza non mi permette di affrontare le situazioni con il giusto focus, la giusta testa».

In valigia non può mancare...
«La playstation. Mi diverto con giochi d’azione collegato online con gli amici, usiamo le cuffie così intanto parliamo e ridiamo».

La prima cosa che fai al mattino?
«Mi preparo la colazione perché mi sveglio sempre con appetito. Vivendo da solo, devo fare tutto da me. Dopo un mese servito e riverito con lo chef alla Vuelta, tornare a casa è stata dura (scherza, ndr)».

L’ultima prima di andare a dormire?
«Guardo il telefono, troppo a lungo. Quando vado a letto mi perdo via an­che un’ora, finché mi rendo conto che è tardi e devo spegnerlo».

Il sogno nel cassetto?
«In ambito sportivo un podio finale al Giro, per la vita raggiungere la stabilità. Vorrei realizzarmi con una bella famiglia e una bella casa».

da tuttoBICI di ottobre

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