Rapporti&Relazioni
Non sprechiamo la carta olimpica
di Gian Paolo Ormezzano

Bisogna con calma meditare sulle risultanze particolari della gara olimpica di Sydney 2000: intendiamo la prova individuale maschile su strada, vinta dal tedesco Ullrich con due operazioni chirurgiche sulla fisionomia della corsa, per trasformarla prima in una gara a cronometro a squadre, lui e due suoi compagni devoti, uniti soprattutto dallo spirito di marca, poi in una gara a cronometro individuale, lui da solo, possente e irraggiungibile.
Meditare con calma fra l’altro significa rintracciare, sia pure “a distanza”, uno dei pochi nostri meriti di giornata: Bartoli e Bettini, inseguendo invano Ullrich & C., hanno in fondo contribuito alla complessiva operazione per introdurre finalmente bene, tecnicamente bene, atleticamente bene, spettacolarmente bene il grande ciclismo professionistico nei Giochi Olimpici, assai oltre al carosello povero di Atlanta 1996 (primo lo svizzero Richard, se qualcuno lo ricorda ancora).

Quella di Sydney, anche pensata e rivista con una ormai spessa intercapedine di tempo, è stata una grande gara. E la gente deve avere capito di avere mancato l’occasione, se, scarsa quel giorno, si è poi fatta numerosissima, allineando il ciclismo alle altre discipline con maggior successo di pubblico a Sydney olimpica, per l’assai poco spettacolare prova a cronometro di tre giorni dopo.
Il problema per il ciclismo è adesso quello di decidere se insistere nel fornire il meglio di se stesso (c’era persino Pantani, puntini puntini puntini) alla prova olimpica, con conseguente ennesima sistemazione di calendario, per quelle che sono le esigenze atletiche dei pedalatori. Ricordando sin d’ora che Atene 2004 vedrà la disputa delle gare quasi un mese prima di Sydney. Va bene che l’Olimpiade è appena ogni quattro anni, ma se pensiamo alla voglia matta di Pantani di onorarla (puntini puntini puntini), essa può diventare per un ciclista la prova della vita.
Magari si potrebbe anche inventare una gara preolimpica, nei tre anni che precedono i Giochi, per collaudare installazioni e persone, e soprattutto per approfittare del passaporto olimpico nell’introduzione del ciclismo in posti del mondo ad esso abbastanza ignoto: si pensi proprio alla Grecia, in vista di Atene 2004.

Il tutto se, si capisce, non si prende invece la grande decisione opposta: quella di essere, il grande ciclismo, sport di trasferimento, non di circuito, e dunque di prove in linea, non di carosello sia pure olimpico. A meno di pensare per i Giochi ad una prova in linea che leghi alla città sede olimpica un’altra città di particolare significato storico, ottenendo una pronta, nobile e mobile classicità.
Tutte ipotesi che mettiamo avanti per non sciupare Sydney 2000, gara onorata da molti forti atleti, prova più che dignitosa. C’è anche chi dice che il ciclismo non ha niente a che fare con le Olimpiadi di adesso, con la spettacolarizzazione massima, sino ad essere clownesca, che i protagonisti sono chiamati a fornire allo show-business. Che il ciclismo farebbe bene a tirarsi fuori prima di essere messo fuori da programmi ostili a sport che non adempiono ai sacri riti televisivi, quelli che stanno dissacralizzando persino il grande nuoto olimpico, ormai una parata di strani personaggi ipervestiti, mostrati dal video mentre fanno strani movimenti sott’acqua.

Fra l’altro un ciclismo che arrivasse a dire «no, grazie» al CIO, magari se messo davanti ad un’ennesima richiesta di spettacolarizzazione clownesca (presto andranno in diretta le riprese dei cuochi che confezioneranno i pasti per la musette, anche questo è show-business dello sport: scherziamo, ma mica troppo), un ciclismo rinserrato nei suoi principi tecnici ed agonistici e spettacolari ma per uno spettacolo non omologabile nella sua formulazione ad altri, sarebbe anche un ciclismo capace di trovare la forza per resistere a certe sirene come quelle che hanno portato ai Giochi il circo su pista, cioè la specialità chiamata “olympic sprint”.
Chissà cosa ne pensa Verbruggen, che è membro influente del CIO, oltre che capo del ciclismo mondiale. Forse non lo sapremo mai, e non perché lui non pensi, ma perché certi pensieri sono di pericolosa diffusione.

dddddd

Bisogna avere il coraggio di tornare su Sydney 2000 anche per dire che, quando l’olandese che noi chiamiamo Leontina ha vinto la prova individuale su strada, dopo averne vinta una su pista e intanto candidandosi alla puntuale successiva vittoria a cronometro, tutti noi abbiamo pensato alla sua anoressia di un passato ancora fresco, ai suoi problemi di amore (soprattutto per la bicicletta, ma va sempre bene), al suo viso grazioso, insomma alla possibilità di offrire anche noi un personaggio “forte” al serraglio umano dei Giochi.
Ripensata adesso, quella operazione psicologica intima a mediologica espansa è stato un nostro peccato di adesione alla legge dei Giochi, quella che chiede personaggi, storie, storie, storie. Armstrong, che forse sapeva di non poter vincere, e lo sapeva sapendo come pedalava contro quell’Ullrich, si è giocato la sua storia grande, dolente prima vincente poi - storia che noi del ciclismo sappiamo bene ma che una certa ampia parte del mondo olimpico ha recepito appena “lì” - a Sydney, prima delle gare, servendola in una affollatissima e riportatissima conferenza-stampa.

Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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