Rapporti&Relazioni
Una giornata speciale

di Gian Paolo Ormezzano

I n un giorno speciale della mia vita abitualmente qualunque ma di tanto in tanto abbastanza speciale (nel senso quasi sempre di incasinatissima), un giorno con in ballo il mio Toro alla vigilia del­la partita più importante dell’anno e in ballo anche cose varie dei miei tre figli e otto nipoti, con addosso la tristezza di una stagione primaverile senza sole, in giorno così e cosà, insomma, c’è stato l’appuntamento consueto da Gianni R., sul­le colline sopra Tortona, a un tiro d’occhio da Castellania dove è na­to Fausto Coppi.

Gianni R. (neanche sotto tortura violerei la sua privacy fornendo un cognome che tutti da quelle parti conoscono) è un professionista stimato, che lavora in città e che ama il ciclismo, per il quale ha scritto, edito, prodotto, confezionato an­che numerose opere librarie, preziose e singolari, intrise di amore diligente, motivato, storicistico. Essendo le strade sue quelle dove passavano Fausto e Serse giovinetti sognando grandi cose nel ciclismo agonistico, c’è un’aria particolare, che vellica i ricordi. Gianni R. completa il tutto convocando le persone giuste e liberando il suo cavallo che si fa ammirare. Na­tu­ral­mente ci sono cibi e vini divini, ma c’è anche atmosfera bella di suo, con il senso di un’amicizia che, grazie allo sport anzi al ciclismo, va al di là della stessa consuetudine diciamo fisica, che vive per scadenze molto spalmate nel tempo.
Lo scorso aprile Gianni R. ci ha chiesto alcuni minuti di attenzione particolare per ricordare uno che a questi incontri prendeva parte una volta e ora non più. Si chiamava Renzo Zanazzi, milanesone amico dei Navigli, ciclista libero ai tempi di Bartali e Coppi, libero perché andava in fuga quando gli pareva. Ha fatto pure il gregario, sempre però concedendosi follie meravigliose, e i Giri del dopoguerra si riempirono spesso di lui, delle sue prodezze sempre più spavalde che ribalde, talora col fratello Vale­ria­no. Zanazzi è stato fatto rivivere in cinque minuti di filmato nei quali si racconta con alcune registrazioni e con immagini del suo ciclismo, in bianco e nero “piovosi”. Una cosa tenerissima che ha commosso tutti.

Tutti chi? Be’, ci sono gli ospiti fissi, dei quali faccio felicissimissimamente parte, e gli ospiti intercambiabili ergo alternati. Ci sono quelli del ciclismo e quelli della musica leggera con tendenza ciclistica. L’Alessandrino è terra di can­tanti bravi, anche Luigi Tenco era alessandrino, pur se ascritto al­la genìa genovese o quanto meno ligure. C’è Gian Pieretti che è di­ventato famoso per la canzone di quello che gli tirano le pietre, lui l’ha fatta ed anche cantata ma altri hanno raccolto maggiore gloria e anche maggiori diritti d’autore. C’è Donatello che ogni tanto ci racconta di Sanremo, dove è andato un sacco di volte, e poi ci canta la sua canzone preferita, “Da grande vorrei essere Carrea”, parole sue di lui.

Già Carrea, proprio l’ex ciclista. Si chiamava An­drea ma tutti lo chiamavano Sandro anzi Sandrino, è sta­to il gregario massimo di Fau­sto Coppi, un giorno al Tour mise pu­re la maglia gialla, la lasciò dopo una tappa, scusandosi col suo si­gnore e padrone e capitano di ave­re osato/sognato troppo. Grande naso come tutti i veri ciclisti, Era dei nostri, è mancato un paio di anni fa. Lui scomparso come Et­tore Milano, l’altro gemello di gregariato som­mo, sposato alla figlia di Bia­gio Cavanna, il massaggiatore cie­co che divinò la grandezza ci­clistica del ragazzino Fausto ta­standogli i muscoli. Il ciclismo glorioso ormai chez Gianni R. vive e si raggruma quasi tutto in Marino Vigna che fu bravo “pro” ma an­che oro olimpico a Roma 1960 su pista, inseguimento a squadre, e in Sante Gaiar­doni lo sprinter dei duelli in pista con Maspes e delle due vittorie lui pure a Roma 1960: ton­do il giusto, lucidità ed anche movimenti giovanili, bella mo­glie quella Elsa Quarta che è stata cantante vera, di lirica an­che, e regolarmente ci canta bel­le cose anche di oggi. Poi ci sono i poeti di Tor­tona e di Novi, poe­ti nel senso che parlano di sport, specie ciclismo, e sembra sempre che si esprimano in versi. E c’è Marina.

Marina di cognome da sposata fa Ba­locco, il marito Gianni è sempre con lei, ma da signorina faceva Coppi. Lei, la figlia del Cam­pio­nis­simo, lei che vive a Novi Li­gure ma sempre più si sposta a Castel­la­nia, il paese di papà, do­ve Fran­ce­sco figlio suo produce vino intitolato alle “Vigne di Marina Coppi”, una barbera più che onesta nel senso di purezza, forza, gradazione. Francesco pro­duce anche il Fausto che è vino timorasso, forse la più re­cente gloriosa riscoperta enologica italiana, un bianco che in­vec­chia, barolo bianco lo chiamano, poche grandi bottiglie pro­prio da quelle colline che vanno, onda verde su onda ver­de, sino a Castellania. Ogni tanto con Ma­ri­na parlo di suo padre, che lei vide poco ma che io elessi a mio dio dello sport.
Una domanda semplice, quasi un atto dovuto: ma sarebbe mai possibile organizzare un giornata così con quelli del calcio?
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