Rapporti&Relazioni
Le domande del nonno

di Gian Paolo Ormezzano

La vistosità dell’affare Arm­strong contiene in sé tutti gli elementi per una rapida metabolizzazione. Come quando venne alla luce in pieno il doping di stato della Germania Est. Per anni si era parlato di pratiche chimiche clandestine al di là del mu­ro di Berlino, non c’era competizione internazionale in cui non si sussurrasse, non si mormorasse, non si gossipizzasse di atleti e specialmente atlete della terribile fortissima Ddr. Loro dicevano che i controlli li assolvevano da ogni so­spetto, ed era quasi sempre ve­ro: nel senso che non si scopriva niente di solidamente scientifico. Dopo il crollo del muro si sgretolò anche lo sport di stato dei tedeschi orientali, vennero fuori cose turche, ci fu una sbuffata di scandalo o me­glio di indignazione, e poi tutto ri­prese come pri­ma, anzi gli istruttori sportivi del­la Ddr rimasti senza lavoro trovarono spesso buoni contratti an­dando in giro per il mondo.

La metabolizzazione fu rapidissima, duri da digerire fu­rono soltanto i casi di do­ping genetico - Tizio campione imposto come marito a Caia campionessa per fare figli campioncini - e quelli di pesanti manipolazioni sessuali. Niente di tutto questo nel caso Armstrong, che si sta diluendo adesso, proprio per una migliore e più rapida digestione, nelle controversie legali, con proposta fra l’altro di uso della macchina della verità, quella che si può an­che credere sia posseduta e azionabile soltanto da Dio.
Forse questo avviene non per mi­tridatizzazione del mondo sportivo che ormai è immune ad ogni veleno, tanti ne ha assunti a piccole dosi in tanti anni, ma per una ragione banale, questa: che nessuno sa rispondere alla domanda teo­ricamente facile facile sul co­me venivano fatti quei controlli che, a centinaia e anzi migliaia, venivano effettuati sui tedeschi sospettati di doping e su Arm­strong e i suoi e dicevano che tut­to andava bene. In questi giorni ancora giochiamo al gioco di por­re questa domanda a gente, dello sport e non solo, di ogni livello intellettuale e culturale, e nessuno ci degna di una ri­sposta.

Perché secondo noi i casi so­no tre: 1) quei controlli so­no sempre stati fatti male, spendendo fra l’altro cifre enormi; 2) chi si dopa in un certo modo “sicuro” è assai più avanti scientificamente di chi deve controllarlo e dunque pratica sistemi e prodotti non scopribili: ma allora, escludendo l’ipotesi di una re­sa degli organi inquirenti e dunque della giustizia, si dovrebbe avviare una collaborazione aperta e/o un’indagine segreta, perché saremmo di fronte a geni della chimica; 3) quei controlli sono stati fatti bene ma la Spectra ha fatto sì che i referti fossero sempre negativi, almeno per qualcuno, nei riguardi di uso di sostanze proibite.
Tutto questo comunque non escluderebbe un vasto contenzioso di chi è stato punito nel passato per gli esiti di controlli che non hanno invece scoperto gente (Armstrong e i suoi scudieri, come minimo) sistematicamente, fortemente, diremmo “profondamente” ben più dopata di lui: e di riflesso ecco un’ombra su tutto lo sport messo globalmente in discussione, in questo caso il nostro amatissimo ciclismo. Ma non solo: se come sembra il dottor Ferrari non solo è un Cagliostro a due ruote abile e brutto e cattivo, ma si è occupato anche di tanto al­tro sport (lo suggerisce il caso Schwazer), allora l’ombra sarebbe un fungo di bom­ba atomica di ma­lefica portata planetaria.

Il bello (o il brutto) è che l’altro giorno chi scrive queste righe stava tentando di spiegare il ciclismo a tre dei suoi sette nipoti, tre ragazzotti che, di età fra i di­ciannove e i sedici anni, non sapevano niente non diciamo di Coppi e Bartali, ma neppure di Merckx e Armstrong. E in mancanza di personaggi attuali di quella statura diceva che mai co­me in questi ultimi tempi, forse mai come in questo 2012 il ciclismo è sport praticato ad alti livelli da quasi tutto il mondo, Africa esclusa (non il Su­dafrica, però) e Asia parzialmente compresa (il Giro di Pechino dice molto di più delle corse al sole riccastro degli Emirati). I tre nipoti, debitamente perfidi, hanno chiesto al nonno giornalista come mai al­lora di ciclismo si parla così poco sui giornali. Il nonno ha detto che è perché casualmente manca un cam­pione italiano che vinca mol­to. I tre nipoti gli hanno detto che lo­ro sanno tutto di Usain Bolt, il qua­le va veloce come nessun’altro ma non è assolutamente italiano. Il nonno, temendo che arrivassero in fretta a dire che allora la colpa è dei giornalisti, ha detto “spersonalizzando” che i giornali seguono le mode, per brutte che siano, e adesso assecondano la mo­da del calcio sempre, quella dei Giochi olimpici ogni quattro anni, e sempre in Italia quella della For­mula 1 se va forte la Ferrari. Ma era or­mai scaduto il tempo massimo di attenzione e fiducia concesso alle sue parole, e magari è stata una fortuna perché quei tre perfidi potevano giocare a confondere la Ferrari con il dottor Ferrari.

Sono stati per il nonno mo­menti duri, e non si è neppure sentito aiutato dal fat­to che sicurissimamente (o no?) an­che in federazione c’è chi pone, magari a se stesso per non fare troppo rumore, le stesse do­mande dei suoi tre nipotinacci.
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