Devo assolutamente usare la prima persona singolare, contro ogni mia abitudine giornalistica: perché sto per scrivere cose, cosine, cosacce assolutamente personali, di cui devo assumere la piena responsabilità. Trattasi di cose ciclistiche, dunque pertinenti, spero, a questa rubrica. Si legano a mie osservazioni ormai semisecolari (il mio primo Giro d’Italia è del 1959).
Prima osservazione: è per un caso, oppure una precisa scelta benigna di qualche divinità della quale comunque ignoriamo i giusti contorni, che in ogni tappa di montagna non muoiano o vengano gravemente feriti ciclisti e spettatori. Dico ciclisti per primi perché loro hanno il problema serissimo intanto che particolare, direi di categoria, delle discese, delle cadute, dei baratri. Poi ci sono i contatti fra ciclisti e spettatori: purissimo caso che ci siano, in relazione alla massa di pericoli, così poche cadute da contatto, così pochi investimenti. Ogni tappa è un miracolo, lungo alcuni chilometri. Mi pare che questa eventualità costante di tragedia sia assai trascurata: d’altronde, la tragedia non c’è (quasi) mai, e dunque è chiara la presenza costante di una divinità provvida, premurosa. Siccome so per certo che il ciclismo è sport onesto o quanto meno buono, caro dunque agli dei, altra spiegazione non trovo che quella divina. Qualsiasi altro procedere di qualsiasi altro veicolo semovente, con persona a bordo, in mezzo a questo tipo di folla significherebbe almeno un ferito grave ogni cento metri (parlo, si capisce, di salite celebri, importanti, quelle che fanno nascere muraglie di folla).
Seconda osservazione: non ho ancora capito se sono particolarmente bravi i ciclisti a schivare gli spettatori, o viceversa. O se invece si tratti semplicissimamente di penetrabilità dei corpi (mi pare la spiegazione più logica). Resta il fatto che i contatti sono pochissimi, quando pure ci sono.
Terza osservazione: mi chiedo dove vengono messi i cadaveri di quegli spettatori che in salita corrono perdutamente a fianco dei ciclisti per metri e metri, arrivando persino a dare l’impressione di poter andare, a piedi, più forte di quelli che vanno su in bicicletta, e poi si fermano di botto, emesso un ultimo urlo/rantolo di incoraggiamento. Sicuramente uno su due muore, ma perché non ci sono mai tracce, echi del suo decesso? Accade come per i cinesi, che ufficialmente non muoiono mai? Ma se i cinesi finiscono magari tritati nei buonissimi involtini primavera dei loro ristoranti, dove finiscono questi defunti in quota?
Quarta osservazione: da giornalista giovane presi per pazzo Jacques Anquetil, il campione francese, quando mi disse che nelle sue amatissime prove a cronometro lui cercava di andare contro gli spettatori che avevano ridotto il passaggio ad uno stretto corridoio, contando sul fatto che essi si tirassero indietro all’ultimo e lasciassero così un vuoto d’aria o almeno una rarefazione dell’atmosfera, insomma qualcosa di propizio alla sua alta velocità. Probabilmente era un ragionamento giusto, era un calcolo giusto. Si vede che Anquetil ha fatto scuola o ha operato una sorta di contagio, anche se la velocità in salita non è tale da rendere importante il vuoto o la rarefazione dell’aria (comunque in quota già rarefatta di suo).
Quinta osservazione: la presenza attiva della divinità di cui sopra si avverte particolarmente agli arrivi, specie se piove. Quando chi vince la volata alza festante le braccia, ponendo tutte le premesse per una sua caduta contro il muro di alacri fotografi, di addetti ai lavori, di giornalisti solerti, o semplicemente per uno scivolone perniciosissimo sulla strada viscida, e invece non accade nulla, il Cavendish di turno si infila ai sessanta all’ora in spazi di due - tre centimetri e sta in piedi e rallenta e si ferma e scende di bici incolume. Mentre magari accadono cosacce cruente nella volata, dove però spesso c’è l’intervento dell’uomo, inteso qui come ciclista scorretto, a impedire alla divinità l’esplicitazione completa delle sue magie salvifiche.
Mi fermo qui, certissimo che ad una esplorazione attenta verrebbero fuori altri motivi certificanti il rapporto fra il ciclismo e la divinità amica. Dal punto di vita della testimonianza porto comunque anche quella della Parigi-Roubaix: ne ho seguite alcune stando davvero nell’inferno cioè in mezzo ai corridori, e quando poi, nell’immenso locale delle docce che un tempo li ospitava dopo l’arrivo (chissà se esiste ancora) li ritrovavo tutti ancora vivi, e neanche feriti in troppi, e non mai troppo gravemente, avvertivo il senso, l’immanenza di questa divinità.
La raccomando alle vostre attenzioni devote, alla vostra stima, alle vostre preghiere riconoscenti e calde. La divinità provvede a far sì che il ciclismo, rispetto al suo potenziale di pericolosità, di rischio, se la cavi tutto sommato assai bene, così che nel suo divenire gli eventi davvero cruenti, per non dire addirittura luttuosi, sono fortunatamente rari, rispetto al - diciamo - potenziale. Fra l’altro questa stessa divinità si impegna, oltre che a badare all’incolumità particolare, giorno dopo giorno, gara dopo gara, del ciclismo, pedalatori e spettatori e annessi e connessi, a battersi per la sopravvivenza del ciclismo stesso nel suo insieme, di fronte a pericoli ed aggressioni da parte di tanto altro sport invidioso e protervo, della modernità anzi del modernismo, dell’ambiente ostile in nome di chissà quale progresso, della malvagità spicciola, della benevolenza pelosa. Perché se è un miracolo costante il poco offrire e soffrire, in termini di ferite eccetera, della gente del ciclismo davvero espostissimo a tanti brutti venti e accidenti e incidenti, lo è ancora di più il complessivo tirare avanti, fra agguati storici e fendenti che partono da lontano, di uno sport tutto che troppi vorrebbero condannato dai tempi nuovi, quelli dove pare che la poesia ammorbi e intanto faccia perdere del tempo.
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