Scripta manent
Il maestro di Roubaix

di Gian Paolo Porreca

Arriverà prima, e molto lontana da Pasqua, quest’anno, la Parigi-Roubaix. Ma io comincio già adesso, anche se posso dire in verità di non aver mai smesso di farlo, a girare intorno, tra i cassetti di tanti fogli e copie di corse passate e mai dismesse, a quella grande busta bianca intestata “EDI.ME, Edizioni Meridionali, Il Mattino”, con una frase che vi si staglia a campo pieno, in inchiostro ancora blù, una scrittura verticale, come le guglie di una Cattedrale: “A Gian Paolo, nel ricordo del mio primo amore giornalistico..., Franco”.

Dentro quella busta sacco, in cui poi avrei stipato per anni liste di partenti ordini di arrivo ritagli, il ciclismo ai modi della buona carta, Franco Scan­done, infatti, il grande giornalista partenopeo scomparso qualche settimana fa, mi aveva affidato così prima che partissi per la ventura - era la vigilia della Parigi-Roubaix ’87, la prima trasferta che fa­cevo non per gioco -, una sor­ta di af­fettuoso testimone, qua­si fosse una preziosa consegna. Erano una dozzina di fo­gli bianchi, con una sua sigla a margine, di quelli prestampati, le sacrosante cartelle con la gabbia predisposta per il quotidiano a 30 righe di sessanta battute...: «e non fare lo scrittore, non sforare, che lo spazio è una utopia solo per i filosofi, mica per noi, che i giornali li facciamo di fatica, come i fuochisti...».

Ricordo come fosse ora la trasferta a Roubaix, 85. Paris-Roubaix - primo Vanderaer­den, credo, l’ultima di Moser fra l’altro -, e la lezione di quel caro giornalista, redattore ca­po de Il Mattino in quel periodo, che mi aveva visto crescere bambino a casa sua, con i miei genitori, amici di famiglia...
«La misura, la misura...», il ritornello sacro, e quelle sessanta righe che debordavano puntualmente ad ogni rilettura, fra gli spazi tremendamente stretti, come un abito di due taglie almeno in meno, per uno che veniva dalla scrittura anarchica e a margini liberi della fantasia letteraria.
E meno male che in quella sa­la stampa, il 10 aprile dell’87, tra Negri e Neri, Conti e Josti, c’era un Gian Paolo superiore, quello che mi precede in questa rivista e in tutto, a farmi da tutore, quel pomeriggio...
Prima dei computer e di In­ternet, senza cellulari, e cosa sarà mai l’Iphone, vivamente corteggiati i dimafoni, quelli sì: «mi fai lo spelling di questo Dhaenens?...».

Ricordo, caro Franco, tutto di quella busta bianca, e intuisco ancor meglio oggi l’intensità di quel gesto, l’affetto tuo che mi consegnavi, strasicuro che io lo riportassi per delega integro, a quel ciclismo che era stato il tuo primo amore.
Tu, di Napoli, e di una celebre stirpe di grandi giornalisti nobilmente fedeli allo sport, e che da Napoli però, ai primi anni ’50, eri andato via per in­seguire Coppi, il tuo angelo su una Bianchi, che avresti ritrovato, a prezzi di cuore, ai Giri della Campania.

Oggi, che ad un’altra Roubaix schiuderò ancora la busta bianca, per cercare una ispirazione - o meglio, basterà solo leggere di nuovo quelle tue parole -, mi viene da ringraziarti ancora di quei fogli bian­chi: trenta righe di sessanta battute.
Ed io li riempirei tenacemente di quella memoria originale che al ciclismo mi avrebbe avvinto per sempre. È il Giro d’Italia ’56. Il mio ciclista prediletto, Pasquale Fornara, che perdeva la maglia rosa sul Bon­done, Gaul in trionfo, il bambino Paolo in lacrime ad ascoltare la radio, in lacrime di più... E quel genitore per forza sbrigativo, come ogni genitore che si rispetti, che tagliava cor­to, «ma vai, non piangere, calmati, tu e ’ste biciclette, domani devi andare a scuola».
«Poi, quando ritornerà a Na­po­li Franco Scandone ti farò raccontare per bene cosa è successo davvero al Giro e al tuo For­nara, promesso».
Promessa non mantenuta, per inciso, come tante della giovinezza e della vita.

E questo, Franco, purtroppo, questa sospesa verità di una storia e di un amore bambino, non ho mai avuto il coraggio di chiedertela. Neanche quando sono diventato grande. Ed abbiamo all’improvviso avuto, io e te, la stessa età.
Di cuore, almeno.

Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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