Rapporti&Relazioni
Pietre da museo

di Gian Paolo Ormezzano

Un giorno della estate or­mai andatasene La Stampa mi ha chiesto un commento sul fatto che la nobile cit­tà di Ivrea (la bella, la olivettiana) ha deciso di liquidare tutta la pavimentazione in pavé tuttora esistente nelle vie e piazze del centro: a lungo andare dannoso per le sospensioni delle auto, sci­voloso e dunque pericoloso in caso di frenata sotto la pioggia, tutto fatto di blocchetti di porfido che si stanno staccando, ec­cetera. Un articolo per le pagine di cronaca del giornale della mia città e di tanta mia vicenda giornalistica, anzi per una edizione destinata all’hinterland torinese. La mia collaborazione con la re­dazione della cronaca esula dal mio status di giornalista sportivo, e infatti scrivo di tutto ma quasi mai di sport. In questo ca­so, e proprio all’insegna di quel “quasi mai”, mi è venuto bene di scrivere anche in quell’occasione di sport, anzi di ciclismo. Perché fra l’altro nell’articolo ho proposto e poi scritto (e in redazione ci hanno fatto sopra il titolo) di cedere gratuitamente, con casomai le sole spese di spedizione, il pavé alla città di Roubaix, che ne cerca sempre per la mitica e la mistica della sua corsa, visto che ormai anche i paesini dell’inferno del Nord vogliono pa­vi­mentazioni moderne e danno l’addio ai cubetti voluti da Na­poleone III per le vetture a ca­valli, cioè per la presa degli zoccoli. Roubaix ha bisogno di pa­vé, ormai da tempo la corsa par­te non da Parigi ma da Compiè­gne proprio per avere meno chilometri da fare sino appunto ad arrivare in prossimità di Rou­baix e potersi così avvitare, nel finale, intorno alla città, in paesini davvero “ini”, usando i po­chi tratti di pavé rimasti e in questo modo arrivando a coprire il chilometraggio classico.
Ho colto l’occasione per riprecisare che, contrariamente a quanto scrivono molti giornali italiani quando riportano della Parigi-Roubaix, non si tratta di corsa franco-belga. Roubaix è in Fran­cia, il confine col Belgio non è lontano ma neanche troppo vicino, non c’è neanche un metro di sconfinamento, e insomma sa­rebbe come definire la Milano-Sanremo corsa italo-francese sol perché Nizza è a due passi e al casinò sanremese il croupier dice rien ne va plus.

Ma adesso qui allargo il tema, così: la strada di­ciamo museale, quella della conservazione del passato e della sua rievocazione periodica, è valida, è rischiosa, è patetica, è l’ultima chance, è un dovere, è un diritto, è regola di so­pravvivenza, è saggezza di mar­ke­ting? Dove per strada si intendono non asfalto e pavé, bensì tendenza, programmazione, di­versificazione, realismo, percorso, invenzione, necessità...
Il pensiero, pensierino, pensieraccio, pensierissimo di un ciclismo che si rassegna allo strapotere del motorismo e anziché cer­care di togliergli un po’ di strada (stavolta il termine è da intendere in senso letterale) si chiude, si affida alle memorie, insomma si fa museo di se stesso, ogni tanto mi percorre, in ma­niera intrigante. Mettere tut­to, metterci tutti in un museo, insomma, senza più scendere in strada, sulle strade. Esporre me­morie epiche ed irripetibili, si­stemare in apposite teche la no­stalgia, fare belle oneste orge di pensiero, e smetterla di disturbare col passaggio della corsa gente che ha tante cose bellissime da fare anche nell’ambito del­la sua frequentazione diciamo sportiva, tipo 1) ammazzarsi di lavoro per comprare l’abito griffato, 2) sbavare dietro ai calciatori, 3) affidare ad auto e mo­to pilotate da altri i sogni di di­na­mismo vitale, 4) cercare nella visione degli sport estremi il brivido che la cultura non garantisce, anzi che la cultura sdemonizza o esorcizza, 5) varie ed eventuali…

La vicenda del pavé, di Ivrea o di Roubaix o di qualsiasi posto dove ci sia­no o po­trebbero esserci delle bi­ciclette, in fondo suggerisce l’i­dea di un museo delle pietre, che per noi del ciclismo sarebbero subito pietre autenticamente preziose. Il monumento eretto a Coppi in quel di Torino e una serie di teche nel Museo dei Campio­nis­si­mi a Novi Li­gu­re propongono in effetti pietre delle montagne famose del ciclismo, pietre e anche cubetti di porfido, quello della corsa francese mitica che Coppi domò e quello della salita svizzera della Crespera, dove Coppi vinse il titolo mondiale 1953. Non so be­ne se si tratta di una preveggenza, di una provocazione, di una sorta di prima pietra lanciata in chissà ormai quale stagno. Provo a usare questa rubrica per un altro lancio, poi chi sopravviverà vedrà.
gggggg

Sarò pazzo ma ogni volta che arriva l’estate e mi tro­vo in posti di vacanza conclamata, cioè quelli pieni di gen­te che non sa cosa fare, o lo sa ma non ha più soldi per farlo, mi viene in mente che sarebbe bellissimo o quantomeno interessantissimo offrire a questa gente ciclismo sotto forma di ga­re in circuito, e pazienza se con premiazione sulla spiaggia o ad­dirittura sulla rotonda sul mare.
Sarebbe un modo per fare propaganda, fare conoscere i campioni o gli aspiranti ad esserlo, spiegare ancora che l’auto­mo­bi­le non è tutto, a gente che tiene in quei posti l’automobile ferma, tanto più di cento metri all’ora non si possono fare.

Ci vorrebbe un grande sponsor intelligente, di­sposto a spendere tanto, ma non tantissimo se si pensa al costo di certe campagne. Si po­trebbe inventare un Grand Prix, tipo atletica, con classifica generale e premio finale tipo una bi­cicletta d’oro. Si potrebbe tentare la carta delle scommesse sulle volate, sempre che gli uomini riescano a dare più fiducia dei ca­valli. Mi rendo conto che l’ar­go­mento è delicatissimo. Un Giro d’Italia a punti con gare sulle lo­ca­lità ma­rine e anche montane più ce­lebri rischierebbe di apparire una bestemmia. Non resta che aspettare che lo inventino in Francia, e poi copiarlo.
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