Gatti & Misfatti

Pogandurain nn mi dice niente, già rimpiango Teddy

di Cristiano Gatti

Per vincere il Tour è bastato mezzo Po­gacar. Dopo mezzo Tour, l’aveva già in banca. Questo mezzo era il solito Pogacar: forte fortissimo, ingordo, vorace, insaziabile, cannibale. Teddy, appunto. Cioè come l’abbiamo conosciuto qualche anno fa, come ha continuato a essere (e a migliorare) nel tempo. Qual­cuno l’ha amato proprio così, qualcuno proprio non l’ha mai sopportato, ma indubbiamente era un Modo d’essere e di vincere con la maiuscola, come ne capitano ogni mezzo secolo, come tutti sanno. Nep­pure lui infallibile e invincibile, ma sicuramente il più prossimo a qualcosa di simile.

Poi, però. Poi ha rassegnato le dimissioni. Si è ritirato dalla corsa e ha mandato in strada l’altro mezzo. Per me, incantato dal primo mezzo, uno choc. Nella seconda metà del Tour, dopo la cronoscalata, diciamo sulle Alpi, ci siamo ritrovati davanti al triste spettacolo della re­staurazione. Il Pogacar che abbiamo conosciuto - qualcuno amato - in questi anni si è misteriosamente riciclato in una grigia normalità, la normalità che piace ai benpensanti conformisti e piccolo borghesi dello sport, ma sì, quelli che un vero campione non umilia mai gli avversari, un vero campione lascia qualcosa agli altri, un vero campione sa farsi gli amici in gruppo perché prima o poi tutto ti torna (come no, quando non vai più sono tutti lì a lasciarti vincere), un vero campione non spreca energie, un vero campione deve imparare ad amministrarsi, eccetera eccetera. E così, a forza di dai-e-dai, questo partito della mediocrità ha stravinto, piegando e rovinando persino Teddy. L’hanno definito cal­mo, lucido, riflessivo. Pen­san­do di fargli dei complimenti.

Sulle Alpi poteva vincerle tutte, così mi aspettavo, così ci ave­va abituati, invece abbiamo visto il grigio capo dell’ufficio contabilità, come piace tanto ai ragionieri delle ammiraglie e della liturgia tradizionale. Un mezzo Pogacar che sta a ruota, che lascia fare, che re­gala a chi lo merita, che cura le amicizie, che non umilia, che sa amministrarsi e via con la litania del bravo campione tanto caro alla retorica dei po­ve­retti. Nei miei 35 anni di grandi corse seguite dal vivo, ho visto un solo, vero, grande maestro di quest’arte specifica, di questo modo d’essere campione: Miguel Indurain. Lui sì sapeva quando vincere (la crono, poi molto poco), chi lasciar vincere, chi tenersi buo­no, quante energie risparmiare. Ma era Indurain, un esemplare originale, grandissimo nel suo modo d’essere, perché prima di tutto si conosceva bene e più ancora conosceva i propri limiti, così da gestire il potere nel modo più scaltro.

Ma Pogacar, ma Po­ga­car. Pogacar è Teddy, è un’altra pasta, è un’altra cosa. Sap­pia­mo a chi per doti naturali e temperamento è uguale, non certo a Indurain. Vederlo In­durain, all’improvviso, magari per dimostrare ai detrattori di saper fare anche il bravo ragazzo, a me ha fatto un pessimo effetto. Non mi è piaciuto proprio. Ho finito di stupirmi, di meravigliarmi, per sorbirmi il solito spartito di sempre, un prevedibile e scontato leader della corsa che conta le gocce di sudore, che cura le pubbliche relazioni, che calcola, che misura, che calcola, che misura.

Vado al televoto: caro Teddy, complimenti ancora una volta, ov­viamente per il risultato, ma per me stavolta non vai oltre il 6-. Così non sei più niente di speciale. Non emergi più dalla normalità. Diventi un campione qualunque, uno dei tanti. Certo da qui alla fine numericamente vincerai an­cora molto, ma il Modo, il tuo Modo uguale a quello di Eddy, non si nota più. Non spicca e non stordisce. Spero che quel mezzo Tour alla Indurain resti un episodio, magari la dimostrazione a chi la sa lunga che se vuoi sai an­che “amministrarti”. Io, sinceramente, dopo aver visto Teddy, di un Pogacar così non so cosa farmene. Con­ti­nuo a preferire la versione primitiva, quello che avrebbe vinto tutte le tappe alpine del Tour, per capirci quello che al Giro, con la maglia rosa già tatuata addosso, andava continuamente all'attacco per il solo gusto di attaccare, di vincere, di divertire (chi la di­mentica quella meravigliosa tappa di Livigno). In altre pa­role, è bastato mezzo Tour col bilancino del farmacista, mezzo Tour normalizzato, mezzo Tour di restaurazione dei vecchi e logori teoremi, per farmi rimpiangere quella che in tanti ti hanno rinfacciato come noia. Restituiscici quella noia, finchè ce la fai.

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