Longo Borghini: «Una medaglia per il ct e per le mie compagne»

di Giorgia Monguzzi

Trovare gli aggettivi per parlare di Elisa Longo Borghini è di­ventato praticamente im­possibile perché forse, dopotutto, non sarebbero nemmeno sufficienti per descrivere la sua grandezza e quello che rappresenta per il movimento femminile. Lei, la Longo nazionale, al Mondiale di Zurigo ha conquistato un bronzo nella mixed relay e un altro nella corsa in linea in cui ha chiuso alle spalle di Lot­te Kopecky e Chloe Dygert, ma lottando con grinta ed entusiasmando il pubblico. Si tratta della terza medaglia mondiale in linea per quella che è ormai una certezza da più di dieci anni, ogni volta ci regala delle soddisfazioni, ma ancora non siamo riusciti a farci l’abitudine. 
Chiacchierare con Elisa Longo Borghi­ni è sempre qualcosa di speciale perché non si limita mai ad analizzare la semplice gara, ma ci fa entrare in un mon­do in cui il ciclismo è il filo conduttore tra gioia, sogni e tanta fatica. L’atleta di Ornavasso ha vinto tanto, elencare tutti i suoi successi richiederebbe uno sforzo non semplicissimo e soprattutto parecchio tempo, eppure l’emozione è quella di chi  vive tutto con la passione e la voglia di fare sempre meglio. Il bronzo mondiale è la conferma della solidità di un’atleta che dà tanto al ciclismo, di una ragazza che anno dopo anno non solo scopre sé stessa, ma si migliora diventando ancora più completa e consapevole dei propri mezzi. Se per qualcuno era scontato un risultato di questo genere, lei ci fa capire subito che non era così, la rassegna iridata è stata una sfida, la ricerca di una rivincita dopo praticamente due mesi sfortunati, ma anche la voglia di mettersi alla prova e, in fondo, divertirsi. 
«La prova in linea dei mondiali è stata un po’ una luce in un periodo molto dif­ficile. Sono arrivata a Zurigo con tante domande, avevo voglia di gareggiare, di misurarmi con le più forti. Per tutta la giornata ho avuto delle buone gambe, quando piove riesco ad esprimermi al meglio, ho cercato di dare il massimo: volevo divertirmi e devo dire che io mi sono divertita tantissimo» ci dice Elisa spiegando come il bronzo per lei sia un altro successo speciale. 
È strano sentir parlare di divertimento una ragazza che ha corso sotto la pioggia per oltre 150 chilometri, ma totalmente usuale per chi, come l’ossolana ha nel sangue non solo il talento, ma l’amore smisurato per il ciclismo. 
L’I­ta­lia è stata presente per tutta la corsa e lei nel finale si è fatta portavoce di tut­to lo sforzo collettivo scattando e rilanciando; con la forza e la grinta ha fatto di tutto per spingere al limite le sue av­versarie. Vollering, Kopecky e Lippert: Elisa ha lanciato la sfida a tut­te quante senza mai risparmiarsi, senza tentennare, senza mai mo­strare un briciolo di paura.
«Nel finale ho cercato di correre intelligentemente, volevo essere sempre presente dove c’era l’Olanda, sentivo quasi la disperazione di Vollering che voleva vincere a tutti i costi, era ossessionata. Ad un certo punto ha fatto un’accelerata sulla salita e mi sono detta “hai solo questo oggi?” e mi so­no gasata» aggiunge scherzando e mo­strandoci come, invece di rimanere schiacciata dalla tensione che si respirava in gruppo, lei ha preferito reagire continuando a rilanciare la sfida. Ciò che colpisce maggiormente del bronzo di Elisa Longo Borghini è il fatto che sia arrivato... allo sprint.
«Conquistare il podio mondiale in vo­lata non era così scontato» lo aveva detto lei stessa in conferenza stampa al termine della corsa e subito ci viene da pensare quando, fino a qualche anno fa, proprio allo sprint sembrava già praticamente battuta. Nelle ultime stagioni Elisa ha lavorato tanto per cercare di eliminare quel tallone d’Achille dello sprint che ora è diventato quasi un punto di forza. 
«Ho lavorato tanto sulle volate, ma credo ora ci sia soprattutto una maturità mentale diversa. Prima partivo già battuta, avevo l’idea che dovevo necessariamente attaccare e staccare le mie avversarie, spendevo tanta energia perpensare a come riuscirci. Ora ho capito che quando le gare si fanno dure, le ra­gazze al traguardo sono come me, forse sulla carta sono più forti in volata ma sono esauste. Nella prova mondiale ho visto tanta stanchezza, non potevo fallire, volevo portare a casa la medaglia, dovevo farlo. L’Italia se lo meritava» ag­giunge Elisa spiegandoci il bel clima della Nazionale partendo da quello della Mixed Relay, con cui ha conquistato l’altro bronzo, fino ad arrivare alla selezione di Paolo Sangalli. È proprio al Ct che lei dedica la vittoria, a lui e ha tutta la squadra che l’ha accompagnata in questo ennesimo traguardo. 
«Paolo ci ha messo la faccia e il cuore, ha fatto di tutto per mettere insieme la squadra migliore sia per i mondiali che per le Olimpiadi; forse a Parigi non è andata come tutti speravamo, ma co­munque alle nostre spalle abbiamo sempre avuto la tranquillità e il supporto di cui avevamo bisogno. A Zurigo tutte la ragazze hanno dato il 100%, la mia medaglia è per loro che si sono spese completamente per me. Penso ad Elisa Balsamo che il 1° ottobre si sposa e che due giorni prima era sotto l’acqua a correre per me, ma anche a So­ra­ya Paladin che si è riscattata dopo una mixed relay nella quale forse non è riuscita a dare il meglio di sé». 
Dalle parole di Elisa emerge ancora una volta il legame con una Nazionale della quale negli anni è diventata una co­lonna portante, ma anche quell’unità di cui la squadra azzurra ha fatto un punto di forza. Quasi viene da sorridere nel confrontare la nostra selezione con lo squadrone olandese, il più temuto, il più forte sulla carta, ma che si è sfaldato totalmente dilaniato dalle lotte interne. Nella squadra orange che doveva fare fronte unito a fianco di De­mi Vollering o Marianne Vos, a venti chilometri dalla conclusione le due an­cora parlottavano su chi dovesse essere la capitana. 
«Era una situazione quasi simpatica vedere Vos e Vollering che si correvano contro. È stato un bellissimo siparietto triste perché, se si fossero messe d’accordo. avrebbero vinto la corsa a mani basse. È un peccato, io ho rispetto per le atlete e non sta a me giudicare, ma l’Olanda avrebbe potuto gestirla molto diversamente» dice Elisa che ha assistito in prima persona ad una di­sfatta totale che ha portato i Paesi Bas­si a non centrare il podio per la prima volta in dieci anni. 
Dopo la stagione molto sfortunata del 2023, Elisa si è presa tutto con gli interessi. L’ossolana ha dominato la campagna del nord trionfando al Giro delle Fiandre e alla Freccia del Bramante, ha riconfermato la maglia tricolore e ha vinto finalmente quel Giro d’Italia che rincorreva da molti anni. In questi me­si l’abbiamo vista lottare ed emozionarsi ma poi, dopo le Olimpiadi, è arrivato l’intoppo che rischiava di compromettere tutto ancora una volta. 
«Non era scontato che facessi un buon risultato ai mondiali, anzi tutt’altro: solo Paolo Slongo ci ha sempre creduto. Lui ha i miei dati sotto mano e mi conosce bene, mi ha detto “arriverai benissimo al mondiale e rischierai di vincerlo, sono sicuro”, lo ha sempre ripetuto. Io sicura lo ero un po’ meno: dopo le Olimpiadi sono caduta in allenamento e praticamente mi sono pelata tutta, sono dovuta stare ferma cinque giorni e tre li ho passati con la febbre. Ho ricominciato ad allenarmi poco alla volta, sono andata ad Andorra con mio marito Jacopo Mosca e, una volta rientrata in Italia ho cercato di ritornare alle origini, un po’ come è successo l’anno scorso quando sono stata male. Sono andata dai miei genitori in campagna, ho aiutato mio padre con le muc­che, mia madre a fare le marmellate e sono stata con i miei nipoti, ho vissuto nel mio quotidiano. Spesso ho bi­sogno di tranquillità, di ritornare in questo piccolo mondo e di sentirmi più Elisa e meno Longo Borghini, la ciclista. Patisco tanto l’essere sotto i riflettori, l’essere costantemente un personaggio e poco una persona. La pressione fa parte dell’essere corridore, ma spesso c’è bisogno di tornare a casa, non faccio chissà cosa, semplicemente trovo la tranquillità nella mia famiglia e nei piccoli gesti. Jacopo mi fa ap­prezzare tantissimo quello che facciamo ogni giorno, mi fa vivere tutto al pieno e mi ricorda quanto siamo fortunati ad essere dei ciclisti.»
Elisa ci parla con il cuore in mano e nella sua analisi lucida emerge ancora una volta non solo il suo sconfinato amore per la bicicletta, ma soprattutto l’affetto di una famiglia che le è sempre stata accanto. Mamma Guidina e papà Ferdinando sono il tifo delle occasioni speciali, il supporto a bordo strada per una campionessa, una fuoriclasse che resta sempre umana. Nonostante i successi, i trionfi mondiali ed olimpici Elisa è rimasta la ragazza di sempre, quella che sogna, ma che al contempo ha i piedi ben ancorati a terra per analizzare, studiare, migliorarsi. 
«Sono ambiziosa e testarda, alle volte è un bene, altre volte è un male. Spesso mi viene da dire che dovrei rilassarmi di più perché dopo una corsa penso già a quella successiva, vorrei sempre mi­gliorarmi e c’è il rischio di dimenticarmi che ho già una maglia rosa appesa in camera, poi alla mattina mi sveglio, la vedo e mi dico “non male, però”».
Elisa ancora si emoziona a parlare del­la rosa e del Giro vinto a luglio, sembra passata una vita, eppure sono solo una manciata di mesi. Parlare di quel successo è inevitabile, l’abbiamo fatto tante volte e sicuro lo faremo ancora, ma in questa nostra lunga chiacchierata non possiamo fare a meno di cedere nella tentazione e di chiederle che ef­fetto fa vedere quel simbolo che ha rincorso per così tanto tempo. 
«Mi fa strano guardarla - ci risponde Elisa -. fa un certo effetto pensare di aver vinto il Giro perché è una cosa che sognavo da bambina. Sono sempre appassionata di ciclismo e chiedevo continuamente ai miei genitori di portarmi a vedere l’allora Giro Donne, volevo essere come Nicole Brandli, correre accanto alla Vos e fare parte del gruppo. Ora è successo sul serio».
Sono giorni di riposo per Elisa Longo Borghini che ora può godersi il doppio bronzo mondiale. Poi già sabato 5 ottobre la rivedremo in gara al Giro dell’Emilia alla ricerca del poker e quindi chiuderà la stagione in Cina con il Simac Tour. 
«Mi piacerebbe regalare una vittoria in tricolore alla Lidl Trek, un po’ per salutarli e ringraziare tutti per questi anni passati insieme - ci dice infine Elisa -: in realtà quella cinese non è proprio una gara adatta a me, ma chi lo sa, dopo tutto a fine stagione tutte le atlete saranno stanche e potrei provare ad approfittarne».

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