Rapporti & Relazioni

LA CERIMONIA DI PARIGI E LA VOGLIA DI TADEJ

di Gian Paolo Ormezzano

Correva, o se correva il 1977 ed ero a Ca­ra­cas, Venezuela (“piccola Venezia” in spagnolo, lo sapevate?) in attesa di un aereo per San Cri­sto­bal, al confine con la Co­lom­bia, dove si dovevano disputare i Mondiali di ciclismo della strada. Ricordo che parlavamo tra giornalisti dei Mondiali della pista e il collega e amico Claudio Co­lom­bo, Corriere della Sera, parlò anche della noia di certe prove il velodromo. Disse, persino più efficace che blasfemo: “io preferisco un allungo di Simone Fraccaro a un noiosissimo sprint con lungo surplace”.
Fraccaro,azzurro della strada, era un buon finisseur, da cinque kilometri a testa bassa. Paradosso efficace, magari l’ho già proposto ma è attuale, mi è tornato in mente assistendo alla noiosissima lunghissima teletrasmissione in diretta per l’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Parigi 2024.

Mi sono detto, e ora scrivo, magari ri­scri­vo e comunque sottoscrivo: preferisco un sorriso amico regalato ad un tifoso dal Pogacar di Giro e Tour a tutto questo ambaradan di popolo guardone lungo la Senna e attraverso Parigi, scomodando furbescamente l’alta tecnologia, lo sciovinismo, il super femminismo, il pietismo per l’handicap, l’antirazzismo, usando anche atleti rifugiati paria del mondo, e impegnando tanta, troppa città con le sue architetture illustrissime e pesantissime. Scomodando poi cantanti celebri o sconosciuti, gruppi scenici da filmaccio fasullo, riprese in diretta confuse e premontaggio sciapi. Un universo fra l’abbondanza crassa di offerte di quella sera e la semplicità mirabile dei Giochi Invernali 1972 ad Albert­vil­le, sempre Francia e roba francese, per me la più semplice e bella cerimonia olimpica inaugurale mai vista povera ma bella, povera perciò bella.

Vedo, guardo, subisco, patisco, godo, riferisco cerimonie olimpiche dal 1960, Giochi invernali di Squaw Valley, California, Usa, adoro lo sport, gli devo in tanti sensi una gran bella vita arrivata ai quasi novant’anni, ma con la tele diretta parigina mi sono annoiato. Conosco eccome Parigi, amo moltissimo la Francia, assai meno i francesi quasi sempre troppo tronfi, malati di colonialismo residuo, parlo la loro lingua, ma avrei barattato tutto quel franco-parigiume con un allungo di unico ciclista.

Dico Pogacar per dire tutto il ciclismo, sport che rimane sem­pre il mio ciclismo, con gente splendida e matta sulle strade (fino a 2700 euro un biglietto per un posto privilegiato all’apertura) Pogacar che passa sorridendo il traguardo è per me lo sport. Quasi tutto il resto è “uffa”, è fuffa, parigina e no, tecnologica e no. Sulla Senna gli atleti, inscatolati, incardinati su barconi e barchini, fingevano una vistosa felicità, ma io sono riuscito senza sforzo a vedere anche, per esempio, l'orribile entusiasmo a co­man­do, fra comparse cinematografiche.
La cosa più umana, in quello che poteva essere e magari è stato un bellissimo filmato, è stata la pioggia caduta dal­l’Alto. Ho tifato per la pioggia, non mi ha deluso.

Sono stato dispiaciuto per il Mattarella bagnato, si capisce, ma alla fine è stata pioggia lustrale, pioggia contro, addosso, sopra ad uno spettacolo troppo ricco e precostruito per non essere anche falso, come in fondo è di tutte le ricchezze, materiali e anche non, di questo mon­do. Chi non è d’accordo (sdegnato o no anche dalle contaminazioni a sfondo religioso) alzi la mano e gliela taglio, come si fa ancora,qua e là, con i ladri, fra i peggiori quelli che rubano l’onestà di giudizio persino a se stessi, dopo avere cercato di privarne gli altri.
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