Pogacar: «Amo il Tour, tornerò per rivincerlo»

di Francesca Monzone

Se uno volesse riassumere il Tour de France di Tadej Po­­­ga­car vedrebbe davanti a sé delle montagne russe: da una parte le due vittorie di tappa sui Pi­renei e sui Vo­sgi, dall’altra il terribile uno-due subito sulle Alpi all’inizio della terza settimana di gara, con la sconfitta nella crono di Combloux e la crisi nera sul Col de la Loze.
Senza dubbio il risultato finale è stato sotto le aspettative dello sloveno e del­la sua UAE Emirates, ma se si guarda il risultato con proiezione al futuro, allora certamente questa  esperienza ha solo rafforzato la sua ossessione di vincere il Tour de France.
Per il secondo anno consecutivo, la Gran­de Boucle è finita con il successo di Jonas Vinge­gaard e il secondo posto di Tadej Po­ga­car, che a Parigi ha portato a termine il suo quinto grande gi­ro. Dal 2019 ad oggi, il campione sloveno ha ot­tenuto un terzo posto alla Vuel­ta di Spagna, poi due vittorie e due piazzamenti al Tour de France tra il 2020 e il 2023. 
Se si prova ad analizzare un po’ più nel dettaglio il Tour di Pogacar, si può scoprire come il campione sloveno ab­bia alternato momenti in attacco ad al­tri in chiara difesa, nei quali la disperazione non è mancata.
«È stato un Tour davvero speciale per me - ha raccontato Pogacar a Parigi -: ero molto emozionato quando sono ar­rivato a Bilbao, sapevo che rientravo da un lungo infortunio e per questo sentivo meno la pressione rispetto ad altre edizioni della corsa».
Pogacar era caduto ad aprile durante la Liegi-Bastogne-Liegi e aveva riportato la frattura del polso. Suo malgrado era stato costretto a fermarsi per almeno quattro settimane e il suo unico allenamento era quello che faceva sui rulli, peraltro senza poter minimamente forzare. Alle competizioni lo sloveno è tornato solo a giugno inoltrato, con i due successi nei campionati nazionali sloveni, decisamente troppo poco per chi vuole correre e vincere un Tour de France.
«La mia preparazione è stata tutt’altro che buona a causa della frattura al pol­so. Ho portato il gesso per quasi tutto il mese di maggio, non ho potuto allenarmi quanto avrei voluto e non ho fat­to gare al di fuori dei Campionati Slo­ve­ni. Non ero al cento per cento ma non mi pento di aver partecipato. Do­po aver vinto la Parigi-Nizza e il Giro delle Fiandre, la mia stagione era già fantastica e non posso lamentarmi».
Anche se non ha vinto per il secondo anno consecutivo, Pogacar considera questo Tour un’esperienza positiva, in particolar modo grazie ai momenti vissuti con i suoi compagni di squadra, che per lui sono stati un pilastro im­por­tante nei momenti di crisi.
«Mi sono divertito molto con i miei com­pagni e sono stati veramente im­portanti per me.  Non hanno mai smesso di sostenermi e di credere che avrei potuto vincere il Tour. Sono contento di aver portato a termine la gara e vi posso garantire che senza la mia squadra non avrei ritrovato la forza per vincere la ventesima tappa».
Ci sono stati dei momenti difficili nel Tour di Pogacar, ma mai nella sua men­­te c’è stata l’idea di abbandonare la corsa e, nonostante la disperazione, lo sloveno ha sempre trovato il mo­do per rialzarsi e combattere, perché al­la fine, quella battaglia a lui piaceva.
«Ho avuto due momenti difficili. Il primo alla quinta tappa quando  la mia fidanzata Urska (Zigart, ndr) è caduta al Giro d’Italia: ero molto preoccupato per lei perché aveva battuto la testa, ma non ho mai pensato di abbandonare la gara.  Poi dal punto di vista fisico la crisi per me è arrivata dopo il secondo giorno di riposo».
La seconda settimana del Tour si era conclusa con l’arrivo sul Monte Bianco, quando tra lo sloveno e il danese c’erano appena 10 secondi di distacco e tutto era ancora possibile. Il martedì, dopo il giorno di riposo, la corsa gialla è ripartita per la sua ultima settimana con una prova a cronometro. Vinge­gaard ha stravinto e ha inflitto a Po­gacar un distacco di 1’38”, poi il giorno dopo con la salita del Col de la Loze e l’arrivo a Cour­­chevel è arrivata la parola fine sulle possibilità di vittoria di Pogacar.
Quel mercoledì 19 luglio Po­gacar è andato in crisi sull’ultima salita e solo grazie al compagno di squadra Marc Soler è riuscito a tagliare il traguardo con un ritardo di oltre 7 minuti dal vincitore Felix Gall. Salendo sul Col de la Loze, quel giorno Pogacar ha comunicato alla radio di essere morto e di non avere più forze e ha chiesto al suo compagno di squadra Adam Yates di lottare per il podio.
«Il secondo giorno di riposo stavo be­ne ma i miei parenti guardandomi dicevano che qualcosa non andava. Non so cosa sia successo e non ha a che fare con il polso. Il giorno dopo mi sentivo vuoto e al termine della cronometro il mio colorito era diverso dal solito, ero bianco».
Sarà però la salita sul Col de la Loze a chiudere il Tour de France di Pogacar. Quel giorno le sofferenze per lui erano visibili sul volto e anche lui oggi fatica a credere di essere riuscito a tagliare il traguardo di quella tappa.
«Il giorno dopo la cronometro pensavo di poter tornare in gioco, ma ai piedi del Col de la Loze il mio corpo si è spento. Non avevo più niente e il finale della tappa è stata davvero terribile, pura sofferenza. Fortunatamente Marc (Soler, ndr) è rimasto con me, senza di lui probabilmente non sarei mai riuscito a salire sul podio finale. Ho davvero combattuto contro me stesso quel giorno. Non avevo mai provato prima una cosa del genere».
Passano il giovedì e il venerdì e il cor­po di Pogacar riesce a recuperare ed è così che si arriva al sabato per la ventesima tappa, quando lo sloveno vince a suo modo: sorprendendo e attaccando il suo avversario Vingegaard.
«Sono orgoglioso del mio secondo po­sto assoluto e della mia maglia bianca, che ancora una volta mi ha fatto sentire un giovane nel gruppo. Spero di cambiarla con quella gialla il prossimo anno ma non sarà facile se ci sarà Jo­nas. Il suo Tour è stato straordinario e in alcuni giorni è stato veramente inattaccabile». 
La corsa gialla è la più dura del mondo, non solo per le salite e per la qualità dei corridori, ma anche per lo stress che comporta disputare una corsa così, nella quale ogni giorno è come se ve­nisse disputato un Mondiale o una classica. È proprio questa atmosfera e l’adrenalina che si produce,che porta Pogacar ad amare in un modo folle il Tour de France ed è per questo che il doppio campione sloveno vuole tornare ancora più forte, per combattere e vincere ancora.
«Direi che al 90% tornerò il prossimo anno per vincere il Tour. È la gara più grande del mondo, la più importante, quella in cui si provano le emozioni più forti. Qualche volta penso che dovrei lasciar perdere, ma nessuna gara può sostituire il Tour e io voglio tornare qui ancora più forte».

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