Rapporti & Relazioni

Bellissimo bruttissimo

di Gian Paolo Ormezzano

Giro d’Italia bellissimo. Combattuto, grandi fol­le, nessuna dittatura frenante, poche tattiche molte gambe, e sui giornali persino un tipo nuovo di reportage, farcito di scoperte naives ma in­teressanti di uomini e cose, alimentato specialmente su La Stampa e il Corriere della Sera, con donne giornalista ricche di sinceri onesti stupori e di vasta e forte esperienza di scrittura. Il tutto in tempo di guerra e ancora di pandemia.
Giro d’Italia bruttissimo. Folle sì ma soprattutto sulle strade un­gheresi (novità) e italo meridionali (residuo effetto Nibali?), vo­glia di sport (gratuito) dopo il covid, ma verso la fine della cor­sa calo evidente di pubblico, sui monti del nord neanche il solito pazzoide, quel medico tedesco vestito da diavolo con forcone (se c’era, e magari c’era, chi lo ha visto?). Casting straniero scarso, casting italiano ammosciante, de­moralizzante, poche tappe vinte, troppe subite, e classifiche sofferte. Doversi buttare su Nibali e Pozzovivo quasi quarantenni emoziona e addirittura commuove, ma è un limite statistico gra­ve.
Giro d’Italia bellissimo. Sui grandi monti un pubblico eletto, davvero, di competenti, di samaritani con borracce, e persino un pedalatore nostrano vincente in Abruzzo, un Ciccone abruzzese che ha il cognome di Madonna oriunda nostra, e che si è esaltato esaltando. E poi Covi sul Pordoi. Pochi incidenti, molta combattività: l’assenza di leader padroni carismatici e ipertattici ha giovato ad uno show comunque ge­nui­no, con tanto ricambio giornaliero di protagonisti.
Giro d’Italia bruttissimo. Con­danna in blocco per il ciclismo nuovo italiano, condanna anche per tutto il ciclismo classico. No­mi nuovi ma troppo di ostrogoti, anche se primo alla fine un au­straliano, arrivato che da più lontano non si può, ma con un passato rosa da secondo. La bandiera tedesca nella grafica tv confusa di fisso con quella belga, è tutto dire. E sulle montagne ancora tanti di quei soliti nobili pazzoidi che per eccesso di entusiasmo rischiano l’infarto correndo a fianco dei corridori (ci vuo­le un morto?). E rischiano pure di farli cadere.
Giro d’Italia bellissimo. Finita la pletora dei pedalatori rappresentanti poche nazioni, le solite. In ogni tappa qualcuno da qualche posto nuovo del mondo. Sino a Girmay, eritreo, primo nero d’Africa primo di giornata in una grande corsa a tappe: basterebbe questo a farne un Giro storico. E anche la crono finale a Sobrero, col gioco di parole per cui uno di Alba vince a all’Arena di Ve­ro­na in piazza Bra (le due città cuneesi sono rivalissime) non è niente male, da valorizzare.
Giro d’Italia bruttissimo. L’afri­ca­no si è ritirato, dico L’africano storico si è ritirato, dicono, per una ferita ad un occhio, provocata dal tappo dello spumante da lui stappato alla premiazione. Magari gli fatto comodo lo stop sanitario, pensando non tanto al Tour quanto alle corse dopo la Grande Boucle, quando ci sono ancora spazi immensi di celebrità, iridata e non solo. Ve­dre­mo, lecito essere sospettosi, il Tour da sempre fa ombra al Giro.
Giro d’Italia bellissimo. Le volate sono state quasi sempre spettacolari ed esemplari, hanno vi­sto il ritorno di vecchi leoni (alla Cavendish), l’affermazione di uomini nuovi pedalanti in paesi nuovi. I droni hanno permesso di gustare gli sprint, e un po’la corsa tutta, in un modo nuovo, con riprese dall’alto assai interessanti. Poche, pochissime scorrettezze, poche pochissime cadute. Una lezione, e appassionante.
Giro d’Italia bruttissimo. Droni ed elicotteri ed aeroplanini si so­no dedicati sin troppo al paesaggio. O alla corsa ripresa dall’alto. Talora sembrava di assistere allo sciorinio di immagini di una play station. E dopo il traguardo sempre troppi abbracci fra corridori e seguito, troppe stette di mano, da fare pensare a recita costante di una compagnia – toh - di giro (d’Italia).
Giro d’Italia bellissimo. Il senso di una sentita recita collettiva giustamente molto improvvisata, una costante commedia dell’arte, ben meglio che il meccanismo troppo perfetto, troppo oliato dai regolamenti di un Tour de France con copione rigido. E dal punto di vista climatico quasi sempre tutto bene, tutto bello; al Tour il caldo è sempre troppo, il freddo è sempre vigliacco.
Giro d’Italia bruttissimo. Gri­gia­stro, poco colore, pochi siparietti. Il più forte di tutti, o quan­tomeno quello di nome pià grande, Van der Poel, con la sua squadra sponsorizzata da un prodotto anticalvizie, magari ef­ficace ma poco, diciamo, entusiasmante, ha portato in giro per il Bel Paese una maglietta povera ed austera, con toni di marrone, simile alla divisa paramilitare del leader ucraino Zelensky. Altro che allegro serpente multicolore..
Giro d’Italia bellissimo. Co­per­tura televisiva Rai ottima ed ab­bondante, intermezzi extra mol­to spesso al momento giusto. E interviste sempre buone, quando il caso doppiate presto e bene. Poca retorica, niente fuffa, co­mun­que, e tanto parlare di cose semplici e di cose sode. Mai un alterco sul video, mai una baruffa.
Giro d’Italia bruttissimo. Sul video mai un alterco divertente, mai una sana baruffa. Noia, serena ma noia. E attenzione: così poco da raccontare che i quotidiani, e specie quelli politici, hanno abbondato in revival di vecchie storie scomodando vecchi corridori, campioni e no, sentenzianti e barbogi. E sulla corsa, sulla tappa spesso poche, pochissime righe di cronaca, “recitate” per lo più da stranieri.
Giro d’Italia bellissimo?
Giro d’Italia bruttissimo?
Boh.
Giro d’Italia che deve cambiarsi in qualcosa (troppo strapaese), conservarsi in qualcosa (tanto del Bel Paese). Incombono nel futuro prossimo partenze esoticissime, Giappone e Usa: aiuto, e però benvenute. Al prossimo.

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