Gro, lo Squalo torna nel suo Mare

di Pier Augusto Stagi

Sarà il suo undicesimo Giro d’Italia, la corsa che più ama, che più sente, che più ha nel cuore. Ci arriva dopo un inverno difficile e tribolato (Covid e tonsillite, ndr), con mille e più contrattempi di carattere fisico: non solo per lui. Anche dopo le classiche dell’Ardenne, l’ennesimo grattacapo, dato da quel problema alle vie respiratorie che hanno mes­so in difficoltà tre quarti del gruppo.
«Sarà per questa primavera gelida, ma una cosa è certa: mi tocca fare la danza del sole, perché ho voglia di caldo, tan­to caldo, non ce la faccio più!», dice il 37enne corridore della Astana.
Sarà il suo undicesimo Giro d’Italia, dopo averne vinti due (2013 e 2016, ndr), e aver raccolto un 19° posto alla sua prima partecipazione nel lontano 2007 e un 11° nel 2008, prima del grande balzo, 3°, nel 2010. Da quel momento in poi il podio rosa è diventato come il pianerottolo di casa sua: 2° nel 2011, 3° del 2017, poi ancora 2° nel 2019, prima del 7° nel 2020 e il 18° l’anno scorso.
«Ho sempre avuto a cuore questa cor­sa, perché è la nostra corsa, è quella che ho imparato a conoscere e ad ama­re fin da ragazzino e sognavo un giorno di poter vincere. Ci sono riuscito due volte, potevano essere anche tre, ma va bene anche così…», dice lo Squalo morsicandosi la lingua, perché qualcosa di quel Giro vinto dall’ecuadoriano Richard Carapaz per via di una condotta scellerata con Primoz Roglic, ancora non gli va giù. Vorrebbe dire qualcosa, ma sceglie il silenzio.  
Partenza dall’Ungheria: con che spirito ti ributti in questa avventura rosa?
«Mi sarebbe piaciuto arrivare a questo appuntamento in modo diverso, senza tutti questi continui contrattempi ai quali ho dovuto far fronte, quindi, par­to a fari spenti. Non mi faccio illusioni, già all’inizio il programma era chiaro: la punta è Miguel Angel Lopez, io farò il battitore libero, l’uomo in più. Si spe­ra possa essere utile alla sua causa ma, francamente, non so nemmeno io come sto».
Poi si torna nella tua terra, dove sei stato anche qualche settimana fa per il Giro di Sicilia.  
«Sono sempre felice quando si corre sulle strade di casa. Sono cresciuto nel­la zona di Milazzo, da mia zia Pina, la sorella maggiore di papà Salvatore, ci venivamo per i weekend sin da quando ero bambino. Qui ho fatto tantissime gare: su strada e in mountain bike, ho vinto fino ai 18 anni, anche una gara in un quartiere di Milazzo. E ai tempi dei tempi avevo una fidanzata in queste zone...».
Adesso sei il fidanzato d’Italia…
«Un po’ stagionato… Comunque è bel­lo correre il Giro proprio per questo, per l’incontro con i tifosi, con i tanti appassionati che mi vogliono bene. È un costante e continuo ringraziamento per quello che ho fatto ed è proprio bello ricevere tutti questi attestati di sti­ma, significa che qualcosa è stato fatto e, quel che conta, ha fatto piacere a molti. È bello sentire che hai regalato emozioni, che quello che hai ottenuto è restato nel cuore dei tifosi».
In questa generazione di giovani fenomeni, però c’è Valverde che non cessa di an­dare forte…
«Non scopro nulla se dico che Alejan­dro è un talento assoluto, che ha un gran­de dono: la velocità. Sa correre sulle ruote, muovendosi con intelligenza felina, e quel che più colpisce, dispone sempre di quell’accelerazione che è davvero letale. Lui può correre di ri­mes­sa e castigarti con una bella volata: che invidia…».
Intanto i nostri giovani, invece, faticano a venire fuori.
«Bisogna portare pazienza, e non continuare a guardare all’orto del vicino. Chiaro, Tadej Pogacar è mostruoso, ma quanti sono così? C’è solo lui. Per­ché Remco Evenepoel, per esempio, è molto forte nelle corse di un giorno, ma non nelle corse a tappe. Stesso di­scorso per Mathieu Van der Poel. Lo slo­veno è un fuoriclasse assoluto. Noi non abbiamo nessuno? Adesso. I ma­lanni hanno un po’ rallentato la crescita e l’esplosione di tanti nostri ra­gazzi, che forse hanno bisogno un po’ più di tempo per emergere, ma sono sicuro che tra non molto qualcosa vedremo. Qualche nome: Giovanni Aleotti, An­tonio Tiberi, lo stesso Matteo Fabbro è un ragazzo che non ha ancora fatto vedere compiutamente di che pasta è fatto. E poi c’è anche il mio compagno di squadra Gianni Moscon, che è bersagliato dalla sfortuna e ha dovuto in pratica fermarsi per ricominciare da capo la preparazione. Tra poco, però, sa­rà nuovamente in grup­po, e spero davvero che nella se­conda parte di stagione possa raccogliere qualcosa di buono perché se lo merita».
Come si spiegano i tanti malanni respiratori che hanno condizionato questa primavera gelida?
«È un interrogativo che si stanno po­nendo tutti i responsabili sanitari di ogni team di World Tour. Io non sono medico e ne so chiaramente meno di loro, ma penso che sia una serie di concause. Un’attività molto intensa e esigente, gare sempre più dure e battagliate. Condizioni meteo che mettono a dura prova fisici che sono sempre più magri e privi di grasso e due anni di bolle e mascherine che forse hanno anche indebolito il sistema immunitario: così ci si ammala con più facilità».
In più ci sono tante cadute come quella terribile alla Liegi...
«Guarda, ero proprio a metà gruppo, c’è stata una decelerazione violenta, non so se per un riflesso o perché il Si­gnore ha guardato giù, ho frenato e l’ho schivata. Pensa che quella mattina ero già pronto, ma sono tornato sul bus, ho preso una medaglietta del San­tuario della Trisulti, dove andiamo qualche volta mia moglie ed io, e l’ho spillata alla maglietta intima. Stavo parlando con Felline perché avevo cambiato bicicletta e non i tornavano i chilometri ancora da percorere, andavamo a 70 all’ora, sono caduti davanti a me: io ho frenato forte, la bici si è scomposta, ho lasciato i freni, ho frenato di nuovo piano piano e quando sono caduto ero praticamente fermo. Ho rimesso su la catena e sono ripartito. Mi sono trovato un’ustione di primo grado sul polpaccio perché qualcuno mi ha colpito con la ruota, ma visto quel che è successo mi è andata bene. Ti dico solo che òa bici di Uran era rotta in quattro pezzi. Auguro a tutti i corridori coinvolti di recuperare al più presto».
Trniamo al Giro: come ti sembra questa edizionne numero 105?
«Bello e durissimo, soprattutto nell’ultima settimana».
Una tappa che ti ispira più di altre?
«L’arrivo sulla Marmolada è tanta ro­ba».
Chi saranno gli uomini da battere?
«È chiaro che Richard Carapaz parte con i favori del pronostico, ma occhio a Joao Almeida, così come Simon Yates e Giulio Ciccone, ma ci sarà anche il no­stro Miguel Angel Lopez tra i guastatori».
La sorpresa?
«Spero di essere io… No dai, scherzo. Mi auguro che possa dare un segnale forte un ragazzo italiano: magari Fi­lip­po Zana».
C’è un Giro da correre, ma ti sei posto un limite fin quando correre?
«È chiaro che ci si pensa sempre di più, soprattutto quando le cose non girano per il verso giusto, quando sembra che tutto ti giochi contro, però for­se la cosa giusta è pensarci più avanti. Adesso pensiamo a fare il meglio possibile al Giro. Speriamo nel caldo e in qualche bella indicazione, poi ci ragioneremo con calma. Io il ciclismo lo amo, non voglio mettermi nella condizione di doverlo odiare: non sarebbe giusto».

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